LA FAMIGLIA AUTISTICA

La famiglia autistica – La mamma

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A 8 anni la maestra mi assegnò un tema in cui dovevo descrivere come mi immaginavo da adulta.

Mi descrissi brutta, con gli occhiali e… sfigata. Quanta consapevolezza già allora! Ero alta, ma in sovrappeso e con un’ingovernabile zazzera riccioluta, una bambina tranquilla e assennata. Fin troppo… Quando ripenso alla mia prima giovinezza, mi sembra di aver più osservato che vissuto.

Fino ai 19 anni mi sono sempre sentita il brutto anatroccolo, “la sorella di”, “la figlia di”. Non una connotazione mia personale, se non di secchiona… E’ vero, mi piaceva studiare, mi piace tutt’ora… ma non ho mai perso una domenica pomeriggio in discoteca per preparararmi per un compito o un’interrogazione… Ma io ero la secchiona della classe. Avevo un’aura di campagnola sfigata che non riuscivo a togliermi di dosso.

Finite le scuole superiori, iniziai a lavorare. Accettai il primo lavoro che mi offrirono e che nulla aveva a che fare con il mio amatissmo percorso di studi. Quanto ho amato le superiori! Istituto Tecnico per il Turismo: lingue straniere, storia, geografia, arte… che meraviglia! Mi sarebbe piaciuto lavorare in agenzia: organizzare viaggi e rendere felici le persone, ma ero la primogenita e non volevo più pesare sulla famiglia. Erano gli anni Novanta, il Manzanese lavorava bene e iniziai a vendere tavoli e sedie. Rispetto quel lavoro, ho imparato moltissimo in quegli anni. Soprattutto sulle relazioni tra colleghi.

Lavoravo tanto e il fine settimana uscivo come tutti i ventenni. Avevo pochissimi amici, spesso andavo a ballare da sola sperando di fare nuove conoscenze nonostante la mia timidezza. A volte mi ritrovavo a piangere sognando un abbraccio. Erano gli anni adei pantaloni con le tascone, delle canottiere a costine e delle Fornarina, dei vestitini striminziti e delle zeppe. Beata gioventù.

A 24 anni e 9 mesi incontrai Luca. Mi ero sempre detta che, se a 25 anni non avessi avuto una relazione importante, sarei andata a vivere negli Stati Uniti.

Ma arrivò lui.

Lui che la prima volta mi diede della cretina perché, tontolona come ero (adesso sono un po’ più maliziosa, anche la non-gioventù ha i suoi vantaggi) partecipai involontariamente ad uno scherzo di cui lui era la vittima e finì a parolacce.

Il destino, però, aveva deciso che le nostre vite si sarebbero indissolubilmente intrecciate.

Dopo 6 anni di convivenza, ci sposammo. Lui me lo chiedeva da diverso tempo, ma io non volevo. A me non interessava il matrimonio, io volevo una famiglia.

Luca, invece, non voleva bambini. Per fortuna nacque nostro nipote Mattia e allora Luca capì l’amore e lo stupore che deriva da un abbraccio di bambino. Solo allora accettai di sposarlo.

La gioia della nascita di Davide fu immensa. Un bambino bellissimo, dolcissimo e solare.

Un anno e mezzo dopo arrivò Ariel. Altra gioia immensa! Una bimba dal ciuffo rosso e dall’occhietto vispo.

E io mi lagnavo perché non dormivano, perché non mangiavano, perché tornavo sempre stanca dal lavoro.

Ogni tanto Facebook mi ripropone post di quel periodo e ora mi chiedo…. Che cazzo avevo da lamentarmi?

AVEVO LA VITA PERFETTA E MI LAMENTAVO!

Ho già scritto del periodo degli accertamenti e della diagnosi. Non mi ricordo com’ero. Non mi ricordo quello che facevo, non mi ricordo nemmeno di Davide. Ho rimosso quasi un anno e mezzo di vita.

E qui torniamo al tema fatto a 8 anni.

Io ho sempre saputo di essere una sfigata, ne sono tutt’ora consapevole, ma mai, MAI avrei voluto che la mia sfiga si riversasse sui miei figli. Avrei preferito ammalarmi io.

Un figlio disabile è dolore, senso di colpa, ansia, preoccupazione e rabbia.  Il fratello di un figlio disabile è altrettanto dolore, senso di colpa, ansia, preoccupazione e rabbia. Spesso mi accorgo di osservarli in maniera scientifica, alla ricerca di qualsiasi, piccolo segnale di disagio o sofferenza non comunicato, l’una per mancanza di parola, l’altro per eccesso di amore e protezione per i genitori.

Poveri bambini! Una mamma piagnucolosa e sfigata a cui la vita non ha mai regalato niente, ma che quando aveva tutto, non ha saputo vederlo.

Però non ci si può piangere addosso in eterno, non è giusto per nessuno e così ho iniziato  lavorare su me stessa:  fin dai primi preoccupanti segnali notati in Ariel ho capito che, per aiutare lei, avrei dovuto cambiare io.

La condizione di Ariel mi ha resa ancora più tenace, una vera stalker di insegnanti, dirigenti, direttori sanitari e assistenti sociali. Tutto per mia figlia. Io che a 42 anni ancora non oso chiedere una bustina di zucchero in più al bar, sono diventata un vero bulldog della richiesta “riabilitativa”: non ti mollo finché non mi dai quello che serve a mia figlia e più cerchi di svicolare, più mi intestardisco.

L’autismo di Ariel mi ha anche resa più ottimista. Spesso ho momenti bui, ma cerco sempre di farmi guidare dai i miei bambini, le mie due luminose stelle polari. Cerco sempre il lato buono delle cose, almeno ci provo.

Ora, per esempio, rispetto ad anni fa non mi sento più sola, ho la mia famiglia e molti amici che mi vogliono bene e che ci sono sempre quando ho bisogno di loro.

Ho capito che non potevo imputare la mia solitudine ad altri che a me stessa. Ho deciso di aprire il mio cuore e la mia vita a chi mi stava vicino e ne ho guadagnato tanto affetto e solidarietà.

Sono sempre una sfigata, è vero, ma almeno non devo portare  “lo zaino” da sola.

E scusate se è poco!

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2 risposte a "La famiglia autistica – La mamma"

  1. Guarda io penso che le persone che si ritrovano a vivere situazioni inaspettate e hanno il coraggio e la forza di affrontarle a testa alta, sapendo trarne il meglio di sfigato non hanno proprio nulla, ma proprio zero zero….sfigato è chi ha un sacco di cose attorno e non sa vederle.

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