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Cos’è la normalità?

Potrei ammorbarvi con una fredda definizioni da vocabolario Garzanti, ma preferisco venire subito al sodo (avrete comunque modo di annoiarvi continuando a leggere): per me la normalità è il modo in cui ognuno di noi vive il proprio quotidiano, anche il più divergente. L’essere umano è estremamente resiliente e si adatta a tutto, anche alla la vita con una figlia disabile grave.

Per me è naturale vedere le manine di Ariel muoversi velocemente o sbrigare le faccende di casa con il sottofondo stereotipato del suo eccitato “Aaah… Aaah…”, guidare per ore ed ore per portare Ariel ad abilitazione, parlando di geopolitica con Davide.
Tutti noi abbiamo imparato a conoscere i diversi suoni emessi da Ariel a capire, se sono richieste, allarmi di pericolo o di dolore o stereotipie vocali. Negli anni abbiamo adottato strategie per affrontare anche i momenti più difficili: Luca riesce a dormire anche durante le notti più selvatiche della famigerata autistica mannara, Davide ha imparato a isolarsi mentre studia; Baloo sa riconoscere le diverse scansioni temporali che usiamo con Ariel: il timer e il conto alla rovescia 3-2-1 non lo eccitano, ma sa che quando facciamo il conto alla rovescia partendo da 10, è arrivato il momento del gioco e inizia ad abbaiare festoso.

A volte, però, alcuni episodi crepano il sottile strato di make-up con cui ho coperto dolore e fatica: è un maquillage fatto di sorrisi e battute, di tenacia e resilienza, a volte di aggressività, molto spesso di ottimismo, una pellicola opaca di illusioni che mi regalo per soffrire di meno.

La maschera si incrina vedendo gli occhi di un conoscente riempirsi di lacrime, mentre scopre la voglia di comunicare di Ariel e la sua impossibilità di parlare: le manine che si muovono veloci, la testa che annuisce rapida, il corpo in movimento, come se tutto il suo essere volesse compensare in qualche modo l’assenza del linguaggio.
Il cuore si frantuma quando, impotente, la vedo soffrire: ieri sera si è addormentata abbracciando il cuscino, gli occhi lucidi e stremata dalla fatica di un dolore nascosto che non può comunicare. L’ho abbracciata forte, lei mi ha preso la mano e me la stretta forte, portandola vicino al suo cuore che batteva fortissimo. Mentre dormiva le ho sussurrato: ”Mi dispiace tanto, nessuno merita di soffrire così tanto.”

Ariel, però, non ha bisogno di tristezza, ma di forza, coraggio e determinazione e allegria. Così stamattina ha rifatto il make-up alla vita e, sorridendo, ho iniziato una nuova giornata.

P.S.: nell’arco degli ultimi tre anni ho dato fondo a tutte le mie scorte di diplomazia. In questi giorni mi sorprendo a dire tutto quello che penso senza molti filtri sociali e devo ammettere che il vaffanculo, detto con il sorriso sulle labbra, ha un fragrante effetto terapeutico.

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