Il mondo intorno a noi · LA MAMMA AUTISTICA

Maledetta timidezza!

(Tratto da una storia vera)

DEVO FARE PIPÌ.

Nascosta dietro agli occhiali scuri d’ordinanza, scansiono la Piazza della Borsa e decido di entrare nel baretto all’angolo.

Attraverso la strada ripetendo come un mantra: – Buonasera un cappuccino, per favore… Grazie… Quanto Le devo? Dov’è il bagno?… –
No, non bagno, toilette. Meglio, più elegante.

Da sempre immagino la conversazione prima di entrare in un nuovo locale o negozio: cerco di sconfiggere la timidezza a colpi di dialoghi ben strutturati.

Entro e mi avvicino al banco igienizzando le mani. Gli occhiali scuri e la mascherina mi coprono quasi del tutto il viso.

“Buonasera… Un cappuccino, per favore.”

“Lo vuoi in tazza o in bicchiere?”

“…”

“…”

Lo guardo cercando un suggerimento, ma niente! È più chiuso di un secchione durante la verifica di matematica.

Titubante: “Bicchiere?”

“Vuoi del cacao?”

No, cazzo, voglio solo il bagno! Pardon, la toilette.

“No, grazie”, sorrido dietro alla mascherina.

Traffica veloce dietro alla macchina, rumore di piattini e cucchiaini mentre penso solo al bagno.

Arriva il tanto agognato cappuccino, ma non è un cappuccino: è un macchiato! Stracazzo, lo sapevo che mi stavo dimenticando qualcosa: la tabella di conversione dai caffè italiani a quelli triestini!

Io non amo il macchiato, è troppo caffettoso per i miei gusti, ho bisogno di latte e zucchero per affrontare gli imprevisti, di dolci coccole per lenire gli spasmi dell’anima e del cuore.

Vabbè! – penso cercando l’aspetto positivo – vorrà dire che ci metterò meno tempo a finire la consumazione, pagare e andare in bagno.

Abbasso la mascherina, aggiungo lo zucchero, bevo il macchiato e con un sorriso a 32 denti chiedo: “Quanto ti devo?… Ecco qua, sono giusti. Scusa, dov’è la toilette?”

“Mi dispiace, ma non abbiamo la toilette.”

Porca trota, lo dovevo immaginare! Il locale è bellissimo, ma troppo piccolo! Devo trovare subito un bagno.

“Va bene, grazie! Ciao e buon lavoro.”

Esco con un “Buon pomeriggio, signora” nelle orecchie e un pensiero molesto: ma non ci davamo del tu? Quando siamo passati al Lei, pronome spacciato per forma di cortesia, ma sinonimo di vetustità , di sistema riproduttivo prossimo alla scadenza?

Bando ai rimuginii da vecchiaccia inacidita: DEVO FARE PIPÌ. ORA!

Guardo nuovamente la piazza e mi infilo in un altro bar con i tavolini esterni: trovo da maleducati andare in bagno prima di avere consumato, ma con i tavoli all’aperto, la barista all’interno può pensare che sia seduta fuori e posso chiedere del bagno… della toilette appena entrata e ordinare una volta uscita.

“Buongiorno. Scusi, dov’è la toilette?”

“In fondo a destra.”

– Ovviamente! Il bagno sta sempre in fondo a destra, chissà perché l’ho chiesto?! – penso sfrecciando verso il luogo più ambito del mio pomeriggio.

Soddisfatta torno al banco e ordino: “Un cappuccino, per favore. “

“In tazza o in bicchiere?”

Porca trota, di nuovo!

Mi vergogno troppo a mostrare tutta la mia italianità e a mezza voce borbotto: “In tazza e deca, per favore.”

Stanotte non chiuderò occhio: tutta questa caffeina seppur blandamente neutralizzata si sommerà a quella della Coca Zero e io mi arrampicherò sui muri che, Spider-Man, fatti in là!

Quindi, appunti per la prossima visita a Trieste:

1) fare pipì prima di uscire di casa;
2) portare la tabella di conversione dei caffè;
3) nel dubbio ordinare sempre e solo acqua. Naturale. Con ghiaccio e limone. In bicchiere di vetro. Trasparente. Meglio dare tutte le informazioni prima di ritrovarmi a bere acqua aromatizzata alla rosa canina in calici di cristallo di Boemia lavorati a mano solo perché non ho il coraggio di dire che non mi piace;
4) tenere la mascherina il più a lungo possibile: oltre che dal Covid, protegge anche dal maledetto pronome di cortesia.

Perché a me nessuno mi dà del Lei, chiaro?

Temo che la caffeina stia già facendo effetto…

Tornando a casa, per una volta sola soletta, mentre il sole che tramonta tinge di giallo il mare e una delle piazze più belle d’Italia, scordo l’atavica rivalità tra friulani e giuliani e penso che

TRIESTE VAL BENE UN CAPO IN B.

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Per i non triestini, ecco come si chiamano i caffè nella città alabardata (fonte: http://www.discover-trieste.it)
•  un caffé espresso in tazzina è un NERO;
•  un caffé espresso in bicchiere è un NERO IN B;
•  un caffé espresso decaffeinato in tazzina è un DECA;
•  un caffé espresso decaffeinato in bicchiere è un DECA IN B;
•  un caffé espresso macchiato in tazzina è un CAPO;
•  un caffé espresso macchiato in bicchiere è un CAPO IN B;
•  un caffé espresso decaffeinato macchiato in tazzina è un CAPO DECA;
•  un caffé espresso decaffeinato macchiato in bicchiere è un CAPO DECA IN B;
•  un caffé con una goccia di schiuma di latte è un GOCCIA;
•  un cappuccino è un CAFFELATTE.

Immagine dal web di David Lorenzo per Triesteprima