Il mondo intorno a noi · LA MAMMA AUTISTICA

Quando il negativo è positivo (pubblicità progresso)

Ho dovuto fare alcuni accertamenti medici.

Un mese, trentun giorni, per la precisione, di preoccupazione, di ansia, di pensieri. Giorni, ore, minuti e secondi passati a rimunginare sul futuro, a come ci saremmo dovuti organizzare in caso di un mio ricovero. Non ho mai avuto paura per me stessa, troppo concentrata a pensare all’eventuale coordinamento delle poche, ma preziose forze in campo.

Ieri, finalmente, l’esito: negativo!, perché in Medicina, le buone notizie hanno generalmente risposte negative.

Io mi sono trascurata tanto dopo la nascita dei bambini e ancora di più dopo la diagnosi di Ariel, ritenendo che andare ad una visita fosse tempo rubato a lei, a loro.

Quello che ho capito da questa esperienza è che, in realtà, gli screening vanno fatti sempre e comunque, indipendentemente dall’età, dal sesso e dalla situazione familiare. Non è vero che il tempo dedicato a una visita è tempo rubato ai nostri bambini, in realtà è tempo che noi doniamo loro: la prevenzione può salvarci la vita!

Ragazzi, facciamo tutti i controlli di routine, perché il diritto alla salute è un diritto di tutti, ma, se siamo genitori di bambini disabili, è anche un nostro dovere nei loro confronti.

E oggi il caffè lo pago io per brindare ad una giornata diventata positiva grazie ad una risposta negativa. (Non è detto che un NO sia sempre una fine, a volte potrebbe essere un nuovo inizio).

Cheers!

LA MAMMA AUTISTICA

Le qualità che non ho (non sono una guerriera)

Ci sono giorni buoni ed altri meno. Giorni in cui il sorriso è spontaneo ed altri in cui costa uno sforzo immenso, ma cerco sempre di essere positiva, perché ammorbare il prossimo non aiuta nessuno.

Se ogni tanto sono giù e mi sfogo, ascoltami senza preconcetti e non attribuirmi qualità che non ho:
non sono speciale, non sono super, non sono di gomma, non sono di legno, non sono una spugna.
Non sono una cazzo di guerriera: sono una donna, una moglie, una figlia, una madre, una sorella, una nipote, una cugina, un’amica, una collega, una gran rompiballe, ma non sono Xena o Wonder Woman.
Non ho braccialetti magici o altri gadget da supereroi, non ho superpoteri, non ho nemmeno un super nemico da sconfiggere o una battaglia da vincere: i guerrieri sono altri.

Ho una vita più difficile di alcune, più facile di altre. Tutto qua, però…

Se mi sto aprendo con te, è perché sono stanca e, forse, triste.
Ti prego, non cambiare discorso, non minimizzare cercando di impormi il tuo punto di vista o usando luoghi comuni che non alleviano il peso che porto sul cuore; semplicemente abbracciami e offrimi un caffè.

Senza categoria

Il recidivo

“Mamma su alcune signore la crema antirughe non funziona bene…”

Stiamo guardando la televisione seduti vicini vicini sul divano, quando passano l’ennesimo spot di una crema antirughe.
Dallo scorso anno le creme antiage sono un argomento tabù, tra Davide e la sottoscritta (vedi articolo ”Le gioie della maternità”)  Lo guardo con la coda dell’occhio, mentre lui fa altrettanto. Occhio ceruleo studia occhio nero.

Fingo indifferenza, sperando di estinguere sul nascere un dialogo che potrebbe degenerare in un comportamento problema genitoriale d’annata, ma niente, insiste…

“Alcune signore…”
“Davide, anche gli uomini mettono le creme antirughe…” Ecchecavolo, uomini, avete voluto la parità cosmetica e mo’ condividiamo onta e disonore!
“Ah, okkei, pensavo fosse una cosa da femmine.. ” Cucciolo, divide ancora il mondo in maschi e femmine! 😍 “Alcune persone forse le mettono male, non si vedono risultati… Secondo me non funzionano…”
“Non puoi saperlo… Non puoi sapere come sarei senza la crema che metto da decen… Da qualche tempo… Magari sarei rugosa come uno Sharpei…”
“Mamma, mammuzzolina, quanto sei birichina… Lo sai che sembri uno Sharpei…”

No, per fortuna me lo sono solo immaginata! In realtà ha detto: “Mamma, mammuzzolina, quanto sei birichina… Lo sai che sei bellissima anche se sei di media età…” ‘azz… Stava andando così bene prima di quell’inutile precisazione anagrafica! “No, mamma, non funzionano. Se, però, funzionano e poi le persone vanno a Guess My Age è un po’ un imbroglio.”

… De novo… Caro il mio amato recidivo dall’occhio cinese, è un diritto di tutti cospargersi di creme antirughe, anticellulite, antismagliature, rassodanti, sieri e fanghi, fare la sabbiature e mettersi i pantaloni pirata sotto i jeans sperando di dimagrire senza faticare: la giovinezza e la bellezza sono effimere e l’attività fisica è la nemesi di chi assurge la Nutella a filosofia di vita.
Quindi, più creme per tutti, soprattutto se spalmabili su una Nastrina calda.

Come? Volete sapere cosa ho realment e risposto a Davide? Niente, ovviamente: per fortuna è suonato il timer e gli ho rifilato la lasagna. Per ora sono salva, fino alla prossima pubblicità e speriamo che non sia quella dei Durex!

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Ariel · Davide · LA FAMIGLIA AUTISTICA · LA MAMMA AUTISTICA

Verde e rosso

I figlie so’ piezz’ ‘e core.

Davide è un pezzo, Ariel l’altro: un puzzle a forma di cuore con due tessere che si fondono perfettamente.

Due pezzi delle medesime dimensioni, ma diversi nelle forme e nei colori.

L’amore per Davide è verde: rilassante, infonde buonumore e serenità; è spontaneo, semplice, profondo, avvolgente. È un amore concavo, accogliente.

L’amore per Ariel è rosso: assoluto e vitale, mi costringe in uno stato di perenne allerta, un ottovolante di emozioni e preoccupazioni; un amore convesso, sporgente ed invadente.

Quando stringo ed abbraccio Ariel, sento salire calde ondate cremisi, vermiglie e scarlatte. Quando la bacio sul naso, so che lo potrò fare fino al mio ultimo respiro, perché lei starà sempre con me: è un amore aggressivo e denso, ma, pieno ed eterno, che mi fa accelerare i battiti del cuore, prepotente e senza tempo.

Quando stringo e abbraccio Davide, invece, mi godo l’intensità del momento, la dolcezza del contatto, un caldo verde muschio che arricchisce il mio cuore e la mia anima. L’amore per Davide è forte e maturo, consapevole, ma, quando penso al futuro, alla sua adolescenza, alla sua vita lontana da noi, sfuma in un malinconico e trasparente verde acqua.

Io li amo. Verde o rosso, poco importa. Li amo tantissimo, così intensamente che, quando li guardo, mi fa male il cuore.

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Ariel · LA MAMMA AUTISTICA

Romani, principesse e shopping

Scendi dall’altalena, frenando con i piedi, la ghiaia schizza un po’ ovunque.
 
Ti chiedo se vuoi una Coca Cola, “Hì!”, con movimento rapido della testolina, gli occhiali da sole che si spostano leggermente, nonostante l’elastico.
 
Quanta fatica, quante ore di logopedia per produrre quel “Hì!
 
Poco fa, vicino a noi, si dondolavano tre fratellini: mi stupisce sempre sentire i bambini piccoli parlare. Mi dimentico che quel processo complicato che tu non riesci a costruire, ossia parlare, fa parte della natura dell’uomo e che, purtroppo, sei tu l’eccezione.
 
Ci diamo la mano, camminiamo fianco a fianco e andiamo a prendere la tua bibita al bar del parco. Seduta sulle panche in legno, guardo i pioppi, le foglie mosse dal vento in varie tonalità di verde scuro e argento, il cielo azzurro, non cobalto, pieno di cirri: l’autunno è alle porte e i determinati colori estivi iniziano a stemperare in quelli autunnali.
 
Mi sento malinconica, penso alla clessidra della vita: a 44 anni quasi sicuramente la mia è già stata girata e devo sbrigarmi a organizzare il tuo futuro, affinché Davide non si senta mai costretto a rinunciare alla sua vita per te.
 
Oggi, se tu fossi stata diversa, ti avrei portata ad Aquileia a vedere la Basilica con i suoi affreschi e ti avrei raccontato dei Romani e di Attila, della battaglia tra il Patriarcato di Aquileia e quello di Udine che nel medioevo aveva portato ad una rivalità atavica tra Clauiano e Trivignano con tanto di furto del confalone di Clauiano; oppure saremmo andate a Miramare dove ti avrei parlato di una principessa molto triste, impazzita di dolore dopo la morte del suo amato; avremmo potuto fare shopping, acquistando quaderni glitterati e zainetti con gli strass.
 
A te, però, non interessa nulla di tutto questo.
 
Tu sei Ariel, la mia Ariel, la mia Principessa senza parole, ma con tanto amore e chissenefrega dei Romani, delle principesse e degli acquisti compulsivi.
 
Così, eccoci qua, a bere la Coca Cola sotto ai pioppi e ad un cielo azzurro come i tuoi occhi.
Il mondo intorno a noi

Professionisti multitasking

Conosco professionisti multitasking che amano il loro lavoro, sebbene a volte sia sottovalutato.
Figure che, nonostante anni di studio, si formano sul campo e che giorno dopo giorno si mettono in gioco, sviluppando abilità e talenti che a volte nemmeno sapevano di avere.
Leggiadri come farfalle, spaziano agilmente da una disciplina all’altra, da un expertise all’altro, determinati al raggiungimento dell’obiettivo.
Ognuno di loro diviene:
  • esperto in grafica e tipografia, per realizzare materiali personalizzati;
  • arredatore d’interni, per strutturare l’ambiente affinché sia adeguato alle esigenze dell’utilizzatore;
  • atleta, pronto a inseguire il target più sfuggente;
  • esperto di linguaggi alternativi;
  • psicologo, per comprendere l’origine di possibili crisi congiunturali dell’ambiente circostante;
  • esperto di pubbliche relazioni, per gestire le crisi e mediare tra le parti in causa.
Queste figure hanno uno stile cognitivo estremamente plastico, caratteristica che consente loro di analizzare ed interpretare correttamente comportamenti che spesso sembrano afinalistici, ma che in realtà hanno quasi sempre una funzione.
Sanno lavorare in team, ma anche in rapporto 1 a 1.
A volte, alla fine della giornata, sembrano appena usciti da un frullatore, ma il sorriso paziente non li abbandona mai.
Sto parlando degli insegnanti di sostegno, degli educatori e degli assistenti.
Ci vuole amore per lavorare con i nostri ragazzi: non solo amore per la professione, ma anche, e forse soprattutto, amore per bambini e ragazzi a cui a volte non basta un docente o un assistente, ma serve molto di più.
Cari Insegnanti di Sostegno, Cari Educatori, Cari Assistenti, grazie per aver scelto di dedicare la vostra vita professionale ai nostri figli, di non esservi fatti spaventare da una diagnosi.
Ignorate chi vi definisce badanti: siete i nostri occhi, le nostre braccia, i nostri cuori a scuola.
Alcuni si dimenticano che la finalità generale della Scuola è lo sviluppo armonico e integrale della persona, disabili compresi, e che non ci sono studenti di serie A e di serie B: se qualche vostro collega pensa questo, ha decisamente sbagliato professione.
Se a volte vi sentite scoraggiati, guardate i vostri studenti negli occhi e vedrete persone che a modo loro stanno crescendo e che saranno i primi a gioire con voi per le nuove competenze che acquisirete insieme.
Se penserete positivamente agli obiettivi raggiunti, anche i deficit più gravi, vi sembreranno meno importanti.
Abbiate fiducia in loro e se non risponderanno alle vostre, alle nostre aspettative come ci eravamo immaginati, non disperiamo: se lavoreremo insieme anche loro cresceranno, ognuno per le proprie possibilità.
I bambini disabili sono bambini, indipendentemente dalla certificazione che li accompagna: andare a scuola è un loro diritto, ma, se voi li accompagnerete con amore e professionalità, per loro sarà anche un luogo piacevole in cui crescere serenamente e avere relazioni che difficilmente potrebbero avere in altri contesti.
Grazie per l’amore, la pazienza, i sorrisi, la comprensione, la serenità, l’intraprendenza, la tenacia, l’entusiasmo.
Grazie per essere entrati a fare parte delle nostre vite.
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Ariel a scuola mentre comunica con alcune compagne
Ariel · Davide · LA FAMIGLIA AUTISTICA

Il quadrangolo

Eccomi qua, seduta sul bordo del divano, le mani nervosamente intrecciate ed il solito incontrollabile tic alla gamba destra.

Guardo con sospetto il Gesù Bambino nel presepio sul ripiano d’angolo della libreria cercando di capire se lui sa perché mi trovo qua. Le cornici con le fotografie di figli e nipoti sono state riposte sul basso tavolino di vetro e la stanza è un tripudio di orchidee e fiori recisi in vasi eleganti.

Le due sorelle siciliane elegantemente vestite e pettinate, un filo di trucco e un sorriso sulle labbra, mi studiano in silenzio. Io inizio a sudare freddo.

Conosco la nonna Annamaria da sette anni e le sono molto affezionata fin dal nostro primo incontro. Luca mi aveva portata a conoscere “la nonna terrona”, così affettuosamente soprannominata dai nipoti per distinguerla dalla “nonna furlana”. Mi piacque subito la risolutezza nascosta dietro alla dolcezza. Una delle prime cose che mi dissero di lei fu: “Nessuno può dire di no alla nonna Annamaria.”

E avevano ragione, come scoprii praticamente subito. La sua ospitalità era proverbiale, un “niente, grazie!” non era ammesso nella sua cucina.

Entrai timidamente nella stanza, mi sedetti al tavolo vicino a Luca e lei subito mi offrì qualcosa da bere e da mangiare.

Io ero molto nervosa, non avevo né fame né sete e da friulanaccia quale sono risposi: “Sto bene così, non serve niente, grazie!”

Primo calcio di Luca nello stinco.

La nonna, facendo finta di non ascoltare la mia risposta, mise sul tavolo una bottiglia di Coca Cola, una di Fanta, una di the alla pesca e, sorridendo, mi chiese di nuovo: “Cosa bevi, Katjuscia?” (Mi stupì, perché lo pronunciò subito correttamente “Katjuscia”, facendo scivolare bene la “scia” che a molti anziani dà spesso problemi).

Ancora dolorante per il calcio di Luca, dissi: “Va bene quello che prende Luca.”

Secondo calcio di Luca nello stinco.

“Dài, Katjuscia, non farti pregare. Luca prenderà quello che vuole, tu prendi pure quello che più ti aggrada.”

Quando sentii la parola “aggrada”, iniziai ad amare quella donna piccola e determinata. Guardai le bevande e ingenua ed incauta risposi: “Grazie, allora prendo un bicchiere di Coca Cola, visto che è già aperta…”

Apriti cielo! Simultaneamente: ricevo il terzo calcio di Luca e vedo la nonna aprire tutte le bottiglie: “Ecco, adesso sono tutte aperte, puoi scegliere liberamente!”

E così, dopo 7 anni, sposata da tre mesi al primo nipote maschio, mi ritrovo seduta nel salotto a porte chiuse con due ottuagenarie deliziose, ma determinate. La nonna e la prozia Biagina hanno espressamente richiesto questo incontro a tre e io sono in ansia.

La nonna Annamaria mi guarda dritta negli occhi e mi dice: “Katjuscia, il matrimonio è un quadrangolo: un lato lo porta il marito, tre la moglie.”

“Aaaaaah, okkei!”, penso “Mi vogliono fare la catechesi sul bon ton coniugale della perfetta moglie per il loro beneamato nipote!”

E invece no: ancora oggi, dopo undici anni, ripenso a quel confronto avvenuto in un freddo pomeriggio di dicembre come ad uno dei dialoghi più interessanti e divertenti della mia vita! Mi hanno raccontato dei loro fidanzamenti, del giorno del loro matrimonio, delle loro vite da spose. Fu un salto nel passato che mi fece capire quanto avessero amato i loro mariti. La nonna Annamaria parlava spesso del suo Bruno, di quale colonna fosse stato per lei, ma quel giorno, mi parlò anche della dolcezza della loro vita coniugale. La zia Biagina mi deliziò descrivendo l’organizzazione puntigliosa con cui veniva accolto il marito al rientro dal lavoro: si cambiavano tutti per la cena, poiché il padrone di casa teneva molto a questa regola, e lei schierava i figli nel corridoio, dal più grande al più piccolo. Non appena sentiva la chiave che girava nella toppa, correva di fronte al figlio anemico e gli dava due schiaffetti sulle guance affinché fossero belle rosse all’ingresso del marito, perennemente preoccupato per quel “figghiu” tanto pallido.

La nonna Annamaria è sempre stata una grande devota di Santa Rita da Cascia e dopo la diagnosi di autismo di Ariel, intensificò le preghiere alla “santa delle cause impossibili”. Non dimenticherò mai quando Luca stava cercando di spiegarle che Ariel era autistica e lei lo bloccò dicendo: “Eccerto, che non lo so? Ma di cosa stiamo parlando?” Aveva capito che quella pronipote che non parlava e non interagiva aveva qualcosa di strano e si era informata con i parenti e poi documentata.

La intristiva tanto la condizione della pronipote, le dava molto dolore vedere la piccola piangere ed urlare quando stava male, tanto che la considerava una “piccola lucina spenta” nel suo albero di Natale famigliare. Con pazienza e affetto, però, un piccolo passo alla volta sono riuscite a creare una relazione speciale, fatta di silenzi e coccole, di abbracci e baci.

Ieri la nonna Annamaria ha raggiunto il suo Bruno.

Davide è molto triste, ma consapevole del fatto che questo sia una parte del ciclo della vita che tutti noi affrontiamo.

Sarà più difficile spiegarlo ad Ariel, noterà l’assenza e la poltrona vuota, probabilmente si chiederà che fine ha fatto la nonna Annamaria; magari porgerà la foto della nonna per chiederci di andarla a trovare, ma non sono sicura di quello che capirà. Forse penserà che è partita per un lungo viaggio.

E in fondo è davvero così.

Se esiste davvero un Paradiso, ora tutti i bisnonni sono riuniti e spero che trovino Santa Rita e le chiedano di volgere uno sguardo su questa famiglia sgangherata in cui c’è una lucina che ha tanta voglia di brillare.

Nonna Annamaria e Davide

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Il mondo intorno a noi

La mia scuola è differente

Oggi sono incappata in due post che mi hanno davvero ferita, delusa e dato da pensare.
Il primo post si trovava in un gruppo pubblico di professionisti della scuola, ProfessioneInsegnante.it.
Vi prego gentilmente di leggerlo con calma prima di continuare con il mio articolo. 
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Fatto? Bene.
 
Il post è stato rimosso dalla pagina, così non è per la mia profonda delusione: quando me lo hanno segnalato c’erano 565 reazioni, un paio di faccine stupite, un’unica faccina arrabbiata. I commenti erano moltissimi, pochi contrari al post. Un’orda di insegnanti concordi nel dire che la didattica individualizzata è un’utopia. Quindi che facciamo? Partiamo sconfitti e lasciamo che a tutti i bambini o ragazzi con difficoltà di apprendimento o bisogni educativi speciali vengano messe le orecchie d’asino come ai tempi di “Cuore”? Cosa vogliamo insegnare alle prossime generazioni? Che se hai qualche difficoltà non hai diritto ad un percorso alternativo che ti possa aiutare ad affrontare le tue difficoltà? O sei medioman o sei fuori?

Vi do alcune brevi informazioni per contestualizzare la prossima immagine.
Una mia cara amica ha scritto un post duro e realistico sulla difficile e faticosa assistenza al figlio autistico grave. È un post appassionato e sincero che lascia trapelare il dolore e la preoccupazione, ma anche la rabbia di questa mamma. Il post è stato condiviso innumerevoli volte, tra cui in Vorrei prendere il treno, una famosa pagina che tratta di disabilità. Qui il post ha ricevuto molte reazioni e commenti, alcuni parlavano di “scuole speciali” e si dava a Basaglia dell’utopista. Un mio contatto, che stimo sia a livello personale e professionale, è intervenuto segnalando la propria perplessità sulle scuole speciali. Apriti cielo! La seguente simpatica dimostrazione di empatia è una delle risposte che ha ricevuto il mio amico.
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Vi prego, ditemi che sono stanca e che ho capito male il senso di questo post e che gli insegnanti non la pensano davvero così.
 
Vi prego, ditemi che gli insegnanti amano il loro lavoro e che mia figlia non è una “caso che non si augura a nessuno”.
 
I miei figli sono fortunati, frequentano un piccolo plesso in cui ogni bambino è seguito con amore e dedizione, ma per quanti è così?
 
Io sogno una scuola diversa: una scuola in cui tutti i bambini sono seguiti con competenza, dedizione e attenzione rispettandone le caratteristiche peculiari, consolidano i punti di forza e vengono aiutati a superare le proprie difficoltà.
Se è vero che la scuola è il luogo preposto al raggiungimento di competenze didattiche, è altrettanto vero che vi si acquisiscono molti altri apprendimenti, in primis sociali quali il rispetto del diverso e la consapevolezza che il medesimo obiettivo può essere raggiunto anche seguendo percorsi diversi.
 
Vorrei una scuola che aiuti i bambini ad accrescere le loro capacità relazionali e la fiducia in loro stessi, sentendosi apprezzati e rispettati per le loro caratteristiche personali.
 
Vorrei formazione adeguata per una corretta inclusione, test psicoattitudinali, motivazione e rispetto per il diverso.
 
Non sto facendo di tutta l’erba un fascio, so che non è giusto demonizzare un’intera categoria per alcune persone che probabilmente hanno sbagliato lavoro. Mia suocera è un’ex insegnante che, per amore dell’insegnamento e dei suoi bambini, ha posticipato il pensionamento pur di accompagnare la sua classe quinta fino alla fine della scuola primaria.
 
A chi ha scritto il post ed il commento, a chi ha messo “like” e a chi ha messo “cuoricini” dico:
 
Se non amate la diversità, se volete lavorare in “serie”, lasciate il vostro posto a chi ama davvero l’insegnamento e andate a lavorare in catena di montaggio;
 
Se non amate l’unicità dei nostri bambini, lavorate con le cose, non con le persone;
 
Voi avete il privilegio di supportare lo sviluppo delle menti delle nuove generazioni: se non siete in grado di lavorare sull’inclusione e sulla valorizzazione dei tratti peculiari di ciascuno studente, fate altro. Probabilmente siete più adatti a sistemare i barattoli dei pelati al supermercato, ma occhio: alcuni potrebbero essere ammaccati. Riuscirete a sopportarlo?
Il mondo intorno a noi · LA MAMMA AUTISTICA

Capiamoci!

Gentile Signorina di Google Maps, ma Lei è davvero convinta che io sappia quanti sono 300 metri?
Sono una mamma, non un agrimensore.

Se mi dice “Tra 300 metri svoltare a destra” sono certa che prima a poi dovrà ricalcolare il percorso con profonda frustrazione di entrambe.
Sono ancora offesa con Lei per ieri quando con insistenza e prepotenza continuava ad urlarmi: “Appena possibile fare inversione a U… Appena possibile fare inversione a U… Appena possibile fare inversione a U! Appena possibile fare inversione a U!”

E allora capiamoci!

Mi dia delle imformazioni che possa seguire facilmente. Tipo:

“Al negozio di scarpe dove hai visto le Jimmy Choo che ti piacciono tanto svolta a destra.”

“Alla rotonda prendi l’uscita che fa angolo con il McDonald’s.”

“Sempre dritta fino alla libreria universitaria, poi svolta a sinistra. Quando vedi il Truccapovere, fermati a prendere il Primer e poi prosegui dritta fino al negozio di borse che non ti puoi permettere a meno che tu non sia disposta a vendere un rene.”

Ecco, allora sì che ci capiremo e avremo un rapporto sereno e costruttivo.

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Senza categoria

ABA per negati

Ariel sta risentendo molto dell’assenza di routine consolidate e avendo solo pochi interessi ristretti, tormenta chiunque le passi vicino affinché la spinga sull’altalena. Sì, lo so, per il suo compleanno vi avevo fatto vedere Ariel mentre si dondola da sola, lo sa fare, ma preferisce che qualcuno lo faccia per lei. Non lo so se è desiderio di stare in compagnia o semplice pigrizia, certo è che vuole qualcuno con lei. In alternativa esce in giardino e inizia a gironzolare senza meta e costrutto finché non la richiamo in casa o esco con lei. Potrei intervenire e strutturarle il tempo, ma ritengo importante che lei impari a gestirsi e organizzarsi il tempo libero e se vuole vagolare, lo faccia pure: io stessa ho bisogno di staccare la spina e perché per lei dovrebbe essere diverso?

Luca ieri aveva il turno notturno e aveva bisogno di dormire un po’. Ovviamente la Princess non era d’accordo con i suoi progetti e ha cominciato a fare cagnara entrando e uscendo dalla camera, ululando (giuro, quando vuole esprimere disappunto, ulula… Troppo “Masha e orso”, temo!) e tirandomi per uscire. Al mio diniego, ha capito che doveva portare la striscia frase (*).

IO VOGLIO ALTALENA

“OK, Ariel, andiamo sull’altalena, ma per 10 minuti, perché la mamma deve sbrigare le faccende di casa.”

Ho attivato il timer e siamo uscite. Al suono metallico del timer, ha iniziato nuovamente ad ululare.
Io, come da prassi, l’ho ignorata e, mentre la spingevo, ho iniziato a contare alla rovescia, segnale che l’attività è definitivamente terminata.

“Dieci…”
“Uuuhh!”
“Nove…”
“Uuuhh!”!
“Otto…”
“Uuuhh!”

E così via fino allo zero. Mi sono allontanata, lei mi ha inseguita, mi ha presa per il braccio e ha detto:

“Coa!” (Ancora).

“No, Ariel, PRIMA la mamma lava i piatti, DOPO gioca con Ariel.”

Apriti cielo! Una scenata madre degna della Magnani con gli acuti della Callas: si è buttata sull’erba, ululando, gridando, piangendo e tirandosi pugni in testa…
Visto che era in una situazione di sicurezza l’ho ignorata, ma sono rimasta vicino a lei per controllarla.

Sconsolata, mi sono guardata in giro: sabato scorso un violento nubifragio aveva danneggiato diversi alberi e il giardino era pieno di rami e rametti strappati e ho avuto un’idea!

Quando si è calmata un po’, le ho detto: “Se mi aiuti a raccogliere i rametti, poi andiamo sull’altalena.”

Mi ha guardata con sospetto, ci ha pensato su e alla fine ha mosso lentamente la testa su e giù: “È!”, ma si vedeva che stava ancora cercando di capire dove fosse la fregatura.

“Ariel, si dice SÌ.”

“Ì!”

Abbiamo iniziato a raccogliere rametti, rami e legnetti, io tenevo il tempo e lei raccoglieva. Ogni volta che si fermava, io bloccavo il conto alla rovescia e riprendevo solo quando lei ricominciava a raccogliere legnetti.

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Abbiamo alternato raccolta ed altalena per due ore e questo è il risultato del nostro lavoro.

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Ovviamente Ariel non era entusiasta, ma stare con la mamma in giardino con la promessa dell’altalena è un potente rinforzatore.

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Bene, appurato che questo connubio funziona, nei prossimi giorni la metterò a raccogliere pomodori nell’orto.

No, non è sfruttamento minorile, è la mia versione di ABA (*) applicato al giardinaggio.

E oggi il bicchiere… Pardon, la carriola è piena di legnetti raccolti da due femmine nervose sorvegliate da un cucciolo riccioluto.


P.S. per il Dott. Apollonio che mi legge in incognito: se per due giri sull’altalena tua figlia lavora come Stachanov in miniera, pensa cosa potrebbe fare per una piscina riscaldata e coperta in giardino.

P.P.S. per tutti gli altri: sì, sto sfruttando Ariel per farmi costruire la piscina in giardino, ma non ditelo a Luca.
… Ops…

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(*) striscia frase: striscia di cartoncino con velcro utilizzata nel sistema PECS e che Ariel utilizza per comunicare le sue richieste o rispondere ad alcune domande
(**) ABA: Applied Behavioral Analysis. In poche parole: è una scienza in cui i principi dell’analisi del comportamento vengono applicati sistematicamente per migliorare i comportamenti socialmente significativi. In Italia viene principalmente associata all’abitazione delle persone autistiche.