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Andando in cimitero (passeggiata con allegoria finale)

Ultimamente vado spesso a piedi in cimitero. Camminare mi fa bene e mi aiuta a riflettere.

Un pomeriggio penso che sarebbe carino portare un po’ di fiori alla Nonna Nene. Nell’orto crescono degli iris bellissimi e ne faccio un mazzolino. Sperando di trovare dei fiori di campo da aggiungere, parto alla volta del camposanto armata di forbici, con gli iris in mano e il borsellino a tracolla.

Ad un certo punto decido di fare la classica furbata all’italiana tagliando per i campi, con il duplice intento di trovare dei fiori di colza e accorciare il tragitto. Dopo aver a lungo costeggiato campi coltivati ed essermi presa un paio di orticate, arrivo in vista del cimitero; ci separa solo un bellissimo campo di frumento e a quel punto mi faccio frenare dalle mie origini contadine: risento la voce del Nonno Livio che mi dice di non entrare MAI in un campo coltivato per non danneggiare il lavoro altrui. Così, stanca, orticata e senza fiori di campo, rifaccio tutta la strada a ritroso tornando, infine, al punto di partenza.

Con calma e pazienza mi rimetto in marcia e lungo la strada, tra uno spavento e l’altro per i cani che mi abbaiano dai cortili e il sole che batte dritto in testa, incontro diversi amici: con alcuni scambio solo un saluto, con altri chiacchiero un po’ ed un paio di loro mi offrono addirittura un passaggio.

Alla fin fine arrivo serenamente in cimitero, con l’unico dispiacere di non avere trovato i fiori di colza che tanto cercavo. Gli iris riempiono abbastanza bene il vaso anche se avrei preferito uno stacco di colore, ma pazienza… Sono pronta a tornare a casa, un po’ dispiaciuta per non aver valutato bene quali fiori portare, quando arriva mia zia Luigina con un bellissimo mazzo di margherite gialle, esattamente del colore che volevo. Evidentemente la Nonna Nene, grande amante dei fiori, l’ha mandata a darmi supporto. Rientro così a casa, serena e soddisfatta del mio percorso.

Qual è l’allegoria? Nella nostra vita, indipendentemente dalla strada che prendiamo la destinazione è sempre il cimitero. Se però vogliamo fare i furbi e prendere la strada più corta calpestando gli altri, ci arriveremo da soli e pure urticati. Prendendo la strada più lunga, anche se più faticosa e non priva di incidenti di percorso, troviamo sempre qualche amico pronto ad accompagnarci per un tratto e alla destinazione finale qualcuno ci darà una mano per chiudere il viaggio con serenità.

Ok, lo so che cosa state pensando: che strada facendo mi sono imbattuta in un campo di cannabbis, ma vi giuro che non è così… Lo sapete, no, che preferisco bere… E, pertanto, il bicchiere oggi è mezzo pieno di amici e filosofia spicciola. Cheers!

aerial photography of wide green grass field
Photo by Stephan Müller on Pexels.com
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Una bambina modo suo

Ariel è una bambina fatta a modo suo.
 
Non gioca con gli altri bambini. Non salta, non balla, non ride alle battute.
 
Quando è stufa della presenza di un ospite, lo accompagna alla porta. Se il malcapitato non capisce il messaggio, lo accompagna fino al cancello.
 
Ariel non chiacchiera in continuazione, non canta, non recita la poesia per la festa della mamma.
 
Il suo sorriso furbetto e la dolcezza con cerca di mitigare un carattere tenace ed ostinato, la fanno amare da tutti.
 
Ariel è in primis una bambina di quasi 7 anni.
 
E’ anche una bambina dal carattere volitivo.
 
Non ultimo è una bambina autistica.
 
Femmina, volitiva, autistica. Una vera bomba.
 
Oggi la bomba Ariel ha devastato il cuore della sua povera mamma che si illudeva di poter assistere alla recita per la festa della mamma come tutte le altre genitrici in sala.
 
Invece no. A me non è stato concesso.
 
La nostra presenza di sala è durata il tempo di piangere immaginando la sua voce tra quelle dei suoi compagni mentre cantavano e recitavano la poesia. Invitata dalle maestre, sono addirittura salita sul palco con lei per cercare di farla ballare con i compagni sperando che si divertisse almeno un po’. Alla fine mi sono arresa.
 
No, non ho pianto tantissimo… al massimo qualche bacinella…
 
Quando mi sono calmata, mi sono fatta una severa autocritica.
 
A chi delle due interessava la recita? Solo a me. Io sono l’adulto e devo capire una volta per tutte che non posso pretendere da lei alcune cose. Poesie, recite, mascherate, feste di compleanno: a lei non interessa nulla di tutto questo, interessano a me come sciocco tentativo di dare una parvenza di normalità ad una condizione che di normale non ha nulla.
 
Ariel è una bambina fatta a modo suo.
 
Io sono una mamma che sta faticosamente imparando ad adeguarsi al modo di essere di sua figlia.
 
Se sarò più attenta a lei e meno a me, forse, alla fine saremo una famiglia serena. Senza recite, senza poesie, ma con tanto amore.
 
Saremo semplicemente una famiglia a modo nostro.
dav
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Ci manchi!

“No tabae ančhemò?” (Non parla ancora?)
“No…”

Ci guardammo negli occhi e la nostra conversazione finì così, con la consapevolezza che le cose non stavano prendendo una buona piega per Ariel.

Quella è stata l’ultima volta in cui mi hai parlato. Il tuo pensiero era rivolto a lei.

Non immaginavo che dopo alcuni giorni non ti avrei più vista. Te ne sei andata in silenzio, senza disturbare, proprio come hai vissuto gli ultimi anni della tua vita. Una stupida influenza ti ha portata via in 2 giorni.

Non mi hai mai chiesto nulla, perché non ce n’era bisogno. Nella tua semplicità contadina avevi già intuito tutto ciò che valeva la pena sapere. In fondo “autismo” è solo una parola, ciò che conta sono i sintomi, le manifestazioni e tu li hai visti, tutti i giorni per 5 anni e mezzo.

Perché ti sto scrivendo queste cose proprio adesso?

Boh… Forse perché sono influenzata, mi sento giù di morale e penso di non essere stata abbastanza furba da seguire il tuo consiglio di “fare attenzione al sole nei mesi con la erre”.

Forse perché sono sempre più stanca e mangio male, a volte salto i pasti e ogni volta mi ronzano nelle orecchie le tue parole “Mai rabiâsi cul manğhâ”. (Mai arrabbiarsi con il cibo). Saggezza popolare di chi ha subito la guerra e sofferto la fame.

Forse perché sistemando i miei appunti, ho trovato un foglietto in cui ho scritto “gioia di vivere”. Era la mia risposta alla domanda “Pensa ad una persona (…) per la quale provi o hai provato rispetto. Quale caratteristica principale ti ricordi di lui/lei?”. Ovviamente pensavo a te, allora come adesso.

Forse perché per la prima volta dal 25 gennaio dello scorso anno ho dovuto togliere la collana che mi regalasti quando mi sono sposata e non potendo toccarla, sento di più la tua mancanza.

Forse perché sto prendendo consapevolezza che, se nemmeno tu sei riuscita a far parlare Ariel, non solo non parlerà mai, ma probabilmente non c’è nemmeno un luogo oltre la morte in cui io possa sperare di conversare con lei come tutte le madri con le figlie.

Nonna, mi manchi tanto. Manchi tanto a tutti noi. Ogni giorno. Io e Naty parliamo spesso di te, Mattia ripete i tuoi modi dire, Davide mi chiede quando ti veniamo a trovare in cimitero e Christian quando torni.

Eri una persona semplice, poco istruita, ma hai donato tanto amore, lasciando un segno in tutti coloro che ti hanno conosciuta.

Adesso Nonna, però, ti devo chiedere un grosso favore. Se c’è un aldilà, se nello spazio cosmico c’è ancora una particella della tua essenza, ascoltami. Se come dice Naty, sei troppo impegnata a “tenerle una mano sulla testa per non farle dire sempre tutto quello che pensa”, potresti per un po’ lasciarla al suo destino di “Bete de lenghe sclete” (Betta dalla lingua schietta) e attivarti un po’ per Ariel? Tanto, tutti coloro che conoscono Naty, sanno che non ha peli sulla lingua e adesso iniziano pure a preoccuparsi per tutta questa esplosione di diplomazia. Lassile sta par un pôc e viôt di Ariel. (Lasciala perdere per un po’ e bada ad Ariel).

Intanto, per far “contro” a questa botta di tristezza, metto il video di “Sweet Child ‘O Mine” dei Guns’N Roses. Ovviamente, non avendo un microfono con l’asta, imiterò Axel con la scopa. In fondo ciò che conta è ballare fino a rimanere senza fiato, no?

Sweet Child ‘O Mine

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La Pappagalla

Carissimi “signori” (la “s” minuscola è voluta!) che oggi avete detto che Ariel ha la voce di un pappagallo,

avete ragione: la Princess è una stupenda pappagallina blu circondata dall’affetto della sua famiglia autistica.

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Negli ultimi anni mi sono fatta portavoce di Ariel e dei suoi colleghi “blu”, avendo sempre fiducia nella capacità di comprensione delle persone, credendo che la conoscenza generi gentilezza.

Oggi no. Oggi non accetto una cattiveria gratuita del genere da parte di persone che potrebbero essere i nonni di Ariel.

Se vi avessi trovati, vi avrei detto tutto questo, vi avrei spiegato le difficoltà che Ariel incontra ogni giorno della sua vita, del senso di vergogna e timidezza con cui sussurra “COCA” o “TE”, consapevole di avere una voce arrugginita. La voce da “pappagallo” è la voce della rabbia, dell’eccitazione, della frustrazione. E’ vero, ha la voce da pappagallo, ma un cuore coraggioso e grande, pieno di amore.

Voi non vi siete resi conto di aver ferito il fratello ed il cugino di Ariel che vi hanno sentito ripetutamente darle del pappagallo.

Non vi siete nemmeno resi conto di essere estremamente fortunati per tutta una serie di motivi:

  1. Visto il vostro comportamento ignobile, deduco che viviate nella più beata ignoranza e che non sappiate nulla di autismo. Siete fortunati a non essere parte di una famiglia autistica, ma lo sono decisamente di più i vostri nipoti “non autistici”: nessuno di merita tanto la disabilità quanto due nonni completamente privi di empatia;
  2. Ariel non si scompone di fronte alla stupidità umana che, ahimè, è in continua espansione, altrimenti vi avrebbe dato ulteriore prova della sua voce di “pappagallo” con un bell’urlo nei timpani;
  3. Davide e Mattia sono ancora piccoli per reagire: vi sfido a tornare tra un paio di anni e a ripetere le stesse cose che avete detto oggi e a uscirne tutti interi;
  4. Ma soprattutto, siete fortunati perché io non ero presente e quando vi sono venuta a cercare, eravate già andati via. Perché se vi avessi trovati non solo vi avrei detto tutto questo, ma vi avrei sbranati vivi. Perché Ariel è una pappagallina, ma la mamma è una leonessa.

E il bicchiere oggi è mezzo pieno di camomilla. Non serve che ve ne spieghi le ragioni, vero?

leonessa

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Il piumone

Piove.

Li ascolto respirare nel sonno.

Alternati, come di giorno.

Lui, lei, lui, lei, lui, lei…

In questi giorni si cercano, sembrano leoncini che si fanno i dispetti. Lei arriva di soppiatto e gli ruba il telecomando. Lo guarda, il sorriso storto, lo aspetta; lui sogghigna e parte all’inseguimento. Il loro unico modo di giocare. Finora. Domani chissà.

Mentre io penso, loro respirano.

Lui, lei, lui, lei, lui, lei.

E il mio cuore trabocca di amore per mani che proteggono e gambe che scalciano.

Occhei, però adesso basta scoprire la mamma che è vecchia e ha freddo senza il piumone!

E il bicchiere è colmo di amore per due fratellini in cerca di equilibrio, mentre la loro mamma lotta per un pezzo di letto e un lembo di lenzuolo.

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La Sposa

Stanotte ho sognato che ti sposavi.

Era una calda giornata di sole. Nell’aria il profumo dei fiori che avevi scelto per addobbare la chiesa. Fiori semplici, ma speciali come te: piccole margherite, papaveri, camomilla, fresie, mimosa… La vetrate riflettevano sul pavimento geometrie colorate e io ti aspettavo nel primo banco. Davide era di fianco a me e dava la mano ad una bimba bellissima, una piccola te ma con capelli neri e occhi azzurri.

Quando sei entrata non riuscivo a vederti bene: eri in controluce, una sagoma scura circondata da luce dorata.

Come da tradizione sei entrata lentamente. Ho pensato che la “Primavera di Vivaldi” fosse una scelta un po’ particolare, ma quando ti ho visto, ho capito…

Eri bellissima nel tuo vestito bianco, una semplice tunica di seta. Non avevi il velo, solo una lunga treccia bionda e in mano un bouquet di fiori di campo.

Il tuo papà, orgoglioso ed elegantissimo, ti accompagnava all’altare.

Ti sei voltata un attimo verso di me e mi hai sorriso. Il tuo sguardo obliquo era dolcissimo.
Hai sussurrato “Ti voglio bene, mamma” con voce di giovane donna, non era la voce bambina che sogno di solito. Poi ti sei girata verso il tuo sposo.

Lui, però, era sempre di schiena, non sono mai riuscita e vederlo in faccia.

Inconsciamente sapevo che non era reale, ma era così bello vederti felice, sapere che non saresti più stata sola, peso insopportabile sulle spalle di tuo fratello…

Lo sapevo che era un sogno eppure il risveglio è stato comunque doloroso.

Ti prego, dolce sposina, torna ancora a trovarmi in sogno. È stato bello sentirsi dire “Mamma ti voglio bene” e, almeno per un po’, non essere preoccupata per il tuo futuro.

Sai perché sapevo che era solo un bellissimo sogno? Perché sono una vera esperta di thriller e nel sogno c’erano troppi indizi che mi avevano fatto capire che quella non era la realtà: 1. Ti stavi sposando, 2. Tu stavi parlando, 3. I papaveri erano un chiaro rinvio a Morfeo.

E il bicchiere è mezzo pieno grazie al quarto indizio: ho finalmente visto tuo padre elegantissimo e con la giacca adeguatamente abbottonata, cosa che non ha fatto nemmeno quando ci siamo sposati. E questo lo posso veramente solo sognare!

Credits: Ruffledblog.com
LA FAMIGLIA AUTISTICA

My SuperHero

Mi osservi a lungo. So di non essere al top della forma, ma lo sguardo attento con cui mi stai scansionando mi mette in agitazione. Gli occhi cinesi assottigliati, il naso minuscolo arricciato, la bocca imbronciata: tutto mi fa capire che stai elucubrando qualcosa.

“Mamma…”

Tremo… “Sì, Davide…”

“E’ arrivato il momento che tu vada in vacanza senza di noi.”

Ecco. Questo non me lo aspettavo.

“Davide, non è vacanza senza di voi.”

Silenzio da parte tua. Gli occhi luccicano di lacrime, un tremulo sorriso sulle labbra. “Che cosa carina hai detto, mamma.”

No, Davide, tu sei carino! Tu sei il mio piccolo supereroe che chiede poco e dà tanto.

Sei un piccolo adulto nel corpo di un bambino in perenne lotta con te stesso, tra quello che vorresti e quello che è giusto fare.

Sei perennemente preoccupato per Ariel, anche mentre dormi. Parlando nel sonno spesso mi chiedi “Mamma, dov’è Ariel? Non la vedo!”.

Ti ricordi quando giocavamo all’Agente Segreto che, agli ordini del Capitano Mamma, inseguiva la Fuggitiva Ariel per salvarla dai Grandi Pericoli del Mondo? Io non volevo caricarti di resposansabilità, ma tu dovevi sapere dov’era a tutti i costi, quella “capronessa” (mi viene da ridere ogni volta che la chiami così, epiteto tipicamente pieno di amore fraterno).

Un sabato, al rientro da catechismo, eri preoccupato per quando tua sorella prenderà la patente e quando ti ho spiegato che Ariel non prenderà mai la patente, mi hai candidamente chiesto: “E come farà a portare i suoi bambini a scuola?”.

E’ stato molto difficile per me spiegarti che Ariel non si sposerà e non avrà bambini.

“E chi starà con lei?”

“Papà ed io. Quando non ci saremo più, se lo vorrai, starà con te, altrimenti io e papà penseremo ad un’altra soluzione. Deve essere una cosa che vuoi tu, che ti senti di fare, non un’imposizione.”

“Sai, mamma, oggi sono stato molto male a catechismo… Questa cosa non l’ho mai detta a nessuno: penso che ci siano sempre meno persone che mi vogliono bene… Mamma, quando andiamo da quella Signora per parlare?”

Solo un bambino sorprendentemente meraviglioso come te può capire che a 8 anni non è in grado di affrontare da solo le mille domande della vita e che, purtroppo, le risposte di mamma e papà potrebbero non essere sufficienti.

Io sono molto orgoliosa di te e so che ci sono moltissime persone che ti vogliono bene.

Abbi fiducia in te stesso: sei un Essere Umano stupendo, ora bambino fragile ed insicuro e presto, molto presto, Uomo sensibile ed empatico con un preziosissimo mondo interiore.

Il bicchiere è mezzo pieno: questa volta di latte per brindare a te,  mio piccolo grande supereroe!

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La resiliente

Come sapete amo la resilienza, la capacità innata che abbiamo di fronteggiare le difficoltà.

In questi ultimi giorni di febbraio il Friuli Venezia Giulia è stato flagellato dalla bora e oggi sta arrivando il burian.

Gli uccellini fanno molta fatica ad alzarsi in volo, gli arbusti sono piegati sotto gli implacabili colpi di questi terribili venti invernali e dai campi vicini si alzano nubi di terra e polvere.

Ma, tu, stoicamente, resisti. Te ne stai lì a fronteggiare le folate di vento come se le tue zampette fossero cementate nel porfido. Sei assolutamente concentrata nella tua missione: la sopravvivenza.

Che posso dire? Ti stimo, sorella, e spero di essere altrettanto forte e resiliente. Se un piccolo essere come te affronta il freddo ed il vento con tenacia e coraggio, io devo assolutamente prendere spunto da te e non arrendermi di fronte alle sfide che Ariel e Davide mi presentano quotidianamente.

Non ti abbraccio perché sarebbe uno scontro fisico impari. No, non per te, ma per me che sono assolutamente e definitivamente entomofobica e faccio la bulletta solo perché un vetro antisfondamento ci divide.

Adesso mando Luca a metterti al caldo.

Ciao, sorella!

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Le gioie della maternità

Pubblicità di una nota crema antietà con testimonial Valeria Mazza.

Davide, grande estimatore della bellezza femminile, strabuzza gli occhi quando sente che ha 40 anni. Incredulo, commenta: “Però non è giusto che le donne usino gli antietà e poi vadano a Guess my Age!” (lo so, lo so… Guess my age! 🤦🏼)

Gli spiego che le creme antietà non fanno i miracoli, in fondo le uso pure io… Strabuzza di nuovo gli occhi. “Tu?!”

Io, con la voce già tremante e l’occhio umido: “Perché? Non si vede?”

Mi guarda schifato come Ariel guarda la “Baracca”, muove la manina in un “così così”, mi sposta i capelli e mi spara dritto al cuore…

“FORSE NE DOVRESTI METTERE DI PIÙ E SPALMARLA MEGLIO!”

Conseguenze di quanto sopra.

1) ho confessato a Davide che non sono sua madre e che in realtà l’ho trovato abbandonato in un cesto sugli scalini di casa quando abitavamo in Australia. Aveva un braccialetto d’oro e adesso deve prendere una nave per ritrovare i suoi genitori a Londra (no, non mi ha sgamata: non ha mai visto “Georgie” 😈);

2) Ariel è diventata l’unica beneficiaria del mio testamento.

3) ho intentato causa a Valeria Mazza perché lei è la sua “clinica di bellezza” hanno dato il via a questa spirale di violenza verbale filiale nei confronti di una madre vecchia e stanca.

Il bicchiere mezzo pieno oggi lo beve Luca, perché, per la prima volta da quando ci conosciamo lui aveva ragione e io torto. Ebbene sì, non sopporto le gioie della maternità che mi procurano DUE figli, figurarsi se ne avessimo avuti TRE.

Ah, Apollonio, non gongolare troppo perché è un attimo passare dal festeggiare San Valentino al dover festeggiare San Faustino.

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L’amore è cieco… e pure disortografico

unnamedCaro Luca,

Ti ricordi dello scorso San Valentino?

Eravamo a passeggio per Pordenone quando ti è venuta voglia di gelato. Ne abbiamo preso uno per asporto. Tu ordinasti una pallina di “cùpido”.

Imbarazzo della sottoscritta.

Imbarazzo della gelataia.

Tu non capivi. Ti ho fatto notare che eravamo a S. Valentino e che, forse, il gelato si chiamava “cupìdo”.

Poi rivolgendomi alla ragazza, le spiegai che in fondo non era tutta colpa tua: l’angioletto nudo e svolazzante sul cartellino del gusto non era sufficientemente grande!

Ripeto, non è colpa tua! Tu sei un tipo concreto, uno che non bada ad un certo tipo di romanticume. E poi, hai fatto il liceo classico, ti piaceva più il greco del latino. Se lo avessero chiamato Eros, non ci sarebbero stati fraintendimenti.

Quest’anno, per ovviare al problema, ti sei fatto mettere in turno 12 ore.

Ma non ti preoccupare, io e i nostri 2 “cùpidi” ti aspetteremo alzati per farti gli auguri di persona.

Per ora buon San Valentino, romanticone!!

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