Il mondo intorno a noi

Comunicazione etica

Le parole sono importanti e anche l’uso che ne viene fatto.

Quasi tutti siamo in grado di parlare o scrivere, ossia di esprimere il nostro pensiero attraverso le parole. L’atto del parlare non include necessariamente né la presenza di un ricevente né interesse per ciò che egli potrebbe provare alle nostre parole.

Comunicare, invece, significa interagire con un interlocutore (detto ricevente) con il quale l’emittente (colui che sta parlando o scrivendo) crea un rapporto di comprensione o partecipazione. Non tutti sono in grado di comunicare.

Solo pochi sanno comunicare eticamente, ossia senza discriminare od offendere la controparte o altre categorie di persone.

Faccio un esempio.

Vengo affettuosamente tacciata di essere una persona con determinate caratteristiche. Ecco come potrebbero essere presentate nelle tre specie comunicative di cui sopra.

Parlare: STRONZAH E PARACULA! 😍

Comunicare: Anche se mi prendi per il culo e sei una brutta persona, io ti voglio bene lo stesso. 😍

Comunicare eticamente: Non sempre apprezzo la tua ironia e voglia di volgere le situazioni a tuo favore, ma io ti voglio bene lo stesso. 😍

A questo punto il ricevente diventa emittente, ossia la sottoscritta che, adeguandosi allo stile comunicativo, potrebbe rispondere con:

Parlare: VAFFANCULO 🤣

Comunicare: Mi dispiace se ti ho fatto rimanere male, ma vedi di andare a fanculo 🤣

Comunicare eticamente: Mi dispiace se ti ho fatto rimanere male, ma personalmente ritengo solo di avere un comportamento iper-reattivo all’ambiente circostante con tratti disinvolti di adattamento della realtà ai miei interessi. 😁

E prova ne è che non uso mai questa faccetta paracula 😉, poiché sono cintura nera di comunicazione eticamente perculante. 🤣🤣

Scherzi a parte, non voglio insegnare niente a nessuno, ma comunicare è una cosa seria, soprattutto per chi vuole fare self advocacy: vivere una determinata condizione o lottare per cambiare qualcosa che non condividiamo, non fa di noi dei comunicatori, men che meno dei comunicatori etici nel momento in cui per perorare la nostra causa discriminiamo altre persone.

Un esempio? Dire che l’autismo non è causato dai vaccini, ma potrebbero esserlo le comorbidità ad esso associate quali ad esempio la disabilità intellettiva, senza pensare che stiamo rigirando la frittata che non ci piace su un’altra condizione.

Ovviamente parlare è più facile che comunicare, richiede meno fatica e un VAFFANCULO detto a piena bocca, sul momento, da più soddisfazione di tanti giri di parole, ma, oltre a chiudere il canale comunicativo, potrebbe anche far soffrire il nostro ricevente. Nonostante mi si tacci di essere stronzah e paracula, tendo ad evitare scontri diretti, perché credo fermamente che la conoscenza crei gentilezza e per poter divulgare le nostre idee, indipendentemente da quali esse siano, abbiamo bisogno di riceventi disposti ad ascoltarci e a confrontarsi con noi.

Quindi: un bel tacere non fu mai scritto, ma se riteniamo che il nostro contributo sia fondamentale per migliorare la società, comunichiamo eticamente, altrimenti ci riduciamo a “dei blablabloni.. gente che blabla”.

P. S.: mi dissocio sull’uso discriminatorio che Crozza fa della parola “matti”, ma le mie capacità di tecnico audio e video sono limitate.

LA MAMMA AUTISTICA

Il Teorema dei Post

Scrivo cazzate ridendo da sola.

Non è che non abbia serietà da esternare, è che sono satolla di cose importanti che non possono aspettare o lacrimevoli da asciugare o rabbiose da spaccare.

In altre parole ne ho fin sopra la corona di autolagna emotiva distribuita a secchiate come il sale antighiaccio sul vialetto.

Il teorema dei miei post è semplice: più sono triste, più scrivo sciocchezze. Sono stanca, demoralizzata e in balia degli eventi? E io rido. Come da ragazzina quando, bruciata dal sole ed isterica per la stanchezza, mi sedevo sulla curva con le amiche e ridevamo. Ridevamo di qualsiasi cosa: della scuola, dei ragazzi, delle mamme che ci rimbrottavano, del pollo della domenica, delle pettegole del paese…

Rido per non piangere, per non pensare, per non analizzare questo momento in cui il punto sembra una linea retta parallela alla situazione.

Guardo indietro al futuro che in un passo da formica – ma potrebbe essere di elefante) – è già ieri, mentre il passato corre veloce e mi ricorda che il presente è già stato. Voce del verbo essere, modo indicativo, tempo passato prossimo. Meno definitivo del passato remoto, una porta ancora aperta sulla possibilità, ma andato, scivolato via come il fumo dell’Epifania.

Mi guardo attorno e non vedo nulla, le nebbie autunnali si trascinano lente in questo principio d’inverno e non basta togliere gli occhiali appannati: per vedere al di là del mio naso devo rimboccare il cuore e la mente, l’anima deve essere ben allacciata, perché l’ottovolante della mia vita forse sarà generoso e presenterà un unico giro della morte a fine corsa, ma ci sono molte sollecitazioni e avvitamenti al cardiopalma da 5G, caschetto di alluminio incluso.

Tutto questo per dire cosa?

Boh, non me lo ricordo più.

Ah, sì! Ho scoperto che il nuovo male del XXI secolo sono le autobiografie: in un mondo che sente l’urgenza di raccontarsi e l’ilare umorismo viene scambiato per cialtroneria, io ho definitivamente deciso di darmi all’ippica.

A proposito di equini, qualcuno di voi ha capito perché non si dovrebbe guardare in bocca al Cavallo Donato? Forse perché morde?

La vostra regina a cavallo (fate attenzione che in rete circola l’immagine di una cialtrona inglese che si ostina a copiarmi).

Il mondo intorno a noi

Vi auguro

Ogni anno rileggo gli auguri scritti in precedenza e mi rendo conto che è la vita a plasmare i miei sogni e i miei desideri e l’importanza che imputo ad essi.


Ho cercato di dare un ordine a ciò che vorrei per tutti voi, una top ten in cui ovviamente ognuno è libero di riposizionare o di aggiungere punti alla lista.


Vi auguro:


10. Un abbonamento in palestra da poter dimenticare in qualche cassetto;
9. Un baule in cui riporre i ricordi dei viaggi nei villaggi più impervi, nelle grandi metropoli o in paesini sperduti, purché al ritorno a casa vi siate sentiti più Umani;
8. Del tempo tutto per voi: poco importa che lo passiate ad arrampicarvi su aspre vette, seduti a ricamare, a farvi i ricci dalla parrucchiera o distesi a letto, cercando di contare le particelle di polvere che filtrano dalla finestra, purché vi rammenti che siete Persone e non solo ruoli;
7. Coerenza, condivisione, tenacia, saggezza e passione, ma anche forza e coraggio. Essere forti non significa non avere mai debolezze, come essere coraggiosi non significa non avere mai paura, ma rialzarsi dopo ogni colpo subito e combattere anche ciò che più ci spaventa;
6. Un lavoro che, oltre consentirvi di portare a casa la pagnotta, vi faccia sentire membri della società e non parassiti a carico della stessa;
5. Un mare calmo di serenità;
4. Un amico che riesca a vedere la pioggia dietro al sole e che vi abbracci in silenzio, perché molto spesso le parole fanno solo rumore;
3. Amore quanto basta per sentirvi importanti per qualcuno, supportati nelle vostre decisioni e apprezzati, nonostante i vostri errori;
2. Tanta salute: capiamo quanto è preziosa solo quando viene meno. Quando ero piccola e dicevano “finché c’è salute, c’è speranza”, alzavo gli occhi al cielo. Oggi mi rendo conto che la salute non è retorica, ma un potente motore che determina molte delle nostre azioni;
1. Di non perdere mai la speranza: preceduta da tutti i mali del mondo, essa uscì per ultima dal vaso di Pandora e senza di essa le nostre vite sarebbero ben misere esistenze.


Cosa desidero per me? Ovviamente tutto quanto sopra e molto di più: abbracci senza mascherine, un caffè al bar con le amiche, ritrovare la sedicenne che si è persa nelle pieghe della vita, sentire Ariel che mi chiama “Mamma”.


Ogni anno aggiungo un pezzo alla mia valigia dei sogni che diventa sempre più pesante, ma la porto sempre con me, non la dimentico mai: molti dipendono solo da me, se solo ci fosse una tregua, se solo avessi un po’ di forza e di coraggio d’avanzo per realizzarli…


Auguri, Amici cari, che il 2021 sia più compassionevole del suo predecessore e ci lasci tornare alle nostre vite, che saranno pure stanche o noiose o stressanti, ma sono nostre.

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Ariel · LA FAMIGLIA AUTISTICA

Polpetta

Luca ed io stiamo appaiando calzini guardando “A crime to remember”, quando arriva Ariel armata di telecomando. Due televisioni su tre sono LG e i telecomandi sono intercambiabili. La Princess, quindi, usando il telecomando della televisione in camera gira prepotentemente canale per guardare i cartoni animati: ci sono i “44 gatti”.

Luca scopre così che il gatto rosso cicciottoso si chiama Polpetta.

Guarda Ariel con gli occhi a cuoricino e le dice: “Polpetta… Ariel, ti posso chiamare Polpetta?”

Sguardo laterale assassino, la nostra ragazza borbotta qualcosa tra i denti che finisce con un “…oooo!”

Ora, non ci vuole un genio o un linguista per capire che sta dicendo: “ Ecchecazzooooo!”, ma, purtroppo, è risaputo a livello mondiale che Luca non è portato per le lingue straniere.

“Luca, ma ti pare? Non si può sentire… Polpetta… Ti ha già mandato a fanculo una volta quando le hai detto che era grassoccia…” (vedi l’articolo Disclaimer,n.d.a.)

Quello, però, insiste… “Ariel, ti posso chiamare Polpetta?”

Testata della Princess nel naso paterno, porcogiudaladrochemale urlati a manciate e standing ovation materna.

E niente: è proprio mia figlia!

Caro Apollonio, la morale è sempre quella: che tu stia parlando con tua figlia di 9 anni o con tua moglia di 45, che sia neurotipica o neuroatipica, non importa: con le donne non si parla di peso o forme rotondeggianti.

Altrimenti finisce a testate nel naso.

Ariel Supersaian (notare che il ciuffo posteriore è ancora dritto di rabbia)
Ariel · LA MAMMA AUTISTICA

Il regalo (Buon Natale)

Ogni anno diventa più difficile scegliere il regalo di Natale per Ariel.

A differenza del fratello, con lei non ci sono mai stati segreti: non le ho mai parlato di un signore pancione di rosso vestito che, con una slitta trainata da renne, porta i regali ai bambini buoni. Ho sempre preferito un approccio razionale che le fosse più congeniale. Anche perché cosa vuol dire “essere buona” per Ariel? Quando lei è libera di essere se stessa è sempre “buona”, potrebbe non risultare tale agli occhi di chi la vorrebbe conformare alla norma. Non capirebbe la punizione del carbone e sono certa che non le interessa non trovare regali con il suo nome: a differenza degli altri bambini lei non ha mai grandi richieste e non ama spacchettare i doni sotto l’albero.

Per i suoi primi tre Natali le regalai tre bambole, poi capii che non aveva senso: non le piacevano, anzi, forse pure la spaventavano un po’ visto che spesso la trovavo a combattere furiosamente con loro. Così rinunciai ad un regalo che era uno stereotipo dell’infanzia femminile e che alla fine, lo ammetto, non piaceva nemmeno alla mia me bambina. Oggi l’unico sopravvissuto è Cicciobello a cui è improvvisamente spuntata una strana barbetta da moschettiere, opera di uno dei tanti maschi che gira per casa.

Ogni anno, quindi, parto con lei a fare gli acquisti di Natale e cerco di capire cosa le piace: la osservo soffermarsi su pastelli colorati, libretti sonori, oggetti pelosi che tocca con delicatezza, ma alla fine sceglie sempre lo stesso libretto di Bing, la stessa confezione di bolle di sapone…

Ariel però ha 9 anni e mezzo e mi chiedo se questi regali siano adatti: è facile considerarla una bambina più piccola di quanto sia visto che non parla e nessuno riesce a sondare fino in fondo i suoi sogni e i suoi desideri. Generalmente sono brava ad interpretare le sue richieste, raramente sbaglio, ma nei confronti dei regali di Natale ho una forma di blocco mentale, divisa tra tre fattori: regalarle un gioco adatto alla sua età, ciò che mi farebbe piacere regalarle e quello che lei vorrebbe ricevere.

Sta crescendo e non vorrei mortificarla con regali da bambina molto più piccola, ma poi penso a quanto è felice quando scoppia le bolle di sapone e a quanto si sente competente mentre attacca gli stickers di Bing. Chi sono io per giudicare ciò che la diverte? In fondo ci sono adulti che non cresceranno mai e che si immedesimano talmente nei giochi della PlasyStation da pensare di poter guidare un’automobile di Formula 1 solo per avere vinto il Gran Premio di Montecarlo virtuale… Se si somma che io amo la neve e che potrei passare ore a guardarla cadere, con la lingua di fuori, perché trovare infantile la passione di Ariel per le bolle? Chi è senza peccato scagli il primo fiocco (o il primo controller).

Cos’è per voi un regalo?

Per me è un dono scelto con il sorriso pensando a chi lo riceverà, una coccola per l’anima che fa sentire amati e apprezzati per il semplice fatto che qualcuno si è ricordato di noi. Non è necessariamente un oggetto e potrebbe non avere un valore economico, ma anche solo emozionale.

In questi giorni Ariel mi cerca spesso, mi prende per mano e mi fa accomodare sul divano di fianco a lei, mentre guarda i cartoni animati o sfoglia un libro. Ricerca la mia compagnia, non vuole sentirsi sola.

Così  ho deciso.

Le ho regalato una macchina che crea e spara bolle che ho incartato e infiocchettato in rosso e bianco per farle capire che nei pacchetti a volte ci sono regali divertenti.

In un cesto ho riposto una copertina morbidosa, qualche lattina di Coca Cola, una confezione di popcorn e il solito libretto con gli stickers. Il contenitore in vimini è aperto, così che lei non debba scartare troppi regali visto che non le piacciono le sorprese e che possa subito vedere che sono tutte cose che ama.

Soprattutto le donerò del tempo tutto per lei e lei farà altrettanto con me: metteremo la Coca Cola e i popcorn sul tavolino basso, ci siederemo sul divano con i nostri calzini antiscivolo preferiti – azzurri i miei, blu i suoi – la copertina sulla gambe e, mentre lei attaccherà adesivi, io guarderò il fuoco ardere nel caminetto e penserò a quanto sono fortunata a poter godere di momenti così preziosi.

Mentre scrivo queste righe, Ariel ha aperto una Coca Cola, ha steso la coperta sulle gambe e sta guardando un episodio di Bing in televisione: ha davvero apprezzato il suo regalo e io sono felicissima, perché, nonostante tutti i dubbi, anche questa volta sono riuscita ad interpretare i suoi desideri e la sua serenità di questi istanti è il regalo di Natale più prezioso che io possa ricevere.

Non mi resta che augurare Buon Natale a tutti voi, amici cari.

Un forte abbraccio dal divano nell’ultima stanza dell’ultima casa, dove il carpino scoppietta allegro e il profumo della cioccolata che sale dalla tazza stretta tra le mani scalda il cuore e gli ricorda che Natale non è un giorno, ma uno stato dell’anima.

Il mondo intorno a noi

Discriminazione

Alcune disabilità non si vedono, ma ci sono.

Non dovrebbero esistere disabilità di serie A e di serie B, ma a quanto pare in Italia è ancora così.

La settimana scorsa Ariel doveva entrare a scuola un paio di ore dopo e, non potendo fare diversamente, l’ho portata con me in posta a pagare un bollettino.

Mentre eravamo in fila, mano nella mano, da lontano ho notato questo cartello e ho pensato: “Bello! Finalmente un po’ di attenzione per le persone che potrebbero essere in difficoltà con le lunghe attese.”

Quando è finalmente arrivato il nostro turno, ho scoperto che in carattere minuscolo è specificato quanto segue:

“In tutti gli uffici postali, diamo precedenza alle persone con disabilità motoria e visiva, alle future mamme e ai genitori con neonati”.

Questo cartello, sventolato come vessillo di inclusione da parte di Poste Italiane, è discriminante nei confronti delle disabilità intellettive: se dare la precedenza alle donne gravide e ai genitori con neonati, disabili motori e ipovedenti è sinonimo di rispetto per la loro condizione, specificare che solo queste categorie ne hanno diritto  esclude da tale forma di attenzione tutti i disabili intellettivi (e molti altre persone, come malati oncologici o cardiopatici, etc….).[1]

Vi prego, non ditemi che al disabile intellettivo si deve insegnare a rispettare i tempi di attesa, perché non è questo il focus del problema: se lo fosse, i disabili motori e gli ipovedenti potrebbero avere anche meno problemi dei disabili intellettivi ad attendere il loro turno!

Questa è la classica discriminazione nei confronti delle disabilità intellettive che restano invisibili anche agli occhi di una S.p.A. il cui 65% di quote è di proprietà pubblica.[2]

Poste Italiane, perché non estendete il diritto di precedenza a tutte le disabilità senza inutili discriminazioni tra categorie?

In fondo non è che detto che solo perché qualcosa non si vede non ci sia…

Avviso di cortesia di Poste Italiane


[1] Prima di leggere la postilla in piccolo pensavo che l’icona del disabile includesse tutte le disabilità e che l’icona del signore con il bastone rappresentasse un anziano, invece indicano le due tipologie di disabilità con diritto di precedenza.

[2] il Ministero dell’Economia detiene una quota del 29,26% e la Cassa depositi e prestiti il 35%. Fonte: sito ufficiale delle Poste Italiane, https://www.posteitaliane.it/

Davide

Undicenne

“MI RI-FIU-TO!”

“Daì, Davide, non fare il bambino.”

“È proprio perché non lo sono che MI RI-FIU-TO di mettere quella roba!”

Beh, se non altro divide correttamente in sillabe… Lo farò presente al professore di italiano al colloquio della prossima settimana.

“Non sono così male…”

“Allora mettile tu se ti piacciono tanto…”

Ha ragione… Non posso francamente dargli torto… Un decenne in scadenza… Ops… Un UNDICENNE ha una propria dignità e uno status sociale da difendere con le unghie con i denti.

“Va beh, ma almeno per andare a fare la spesa… Non dico a scuola…”

“E se al supermercato incontro uno dei miei compagni? A me fanno proprio schifo, non le voglio proprio indossare da nessuna parte: è come andare in giro con un pannolone sulla faccia!”

E su questa affermazione cala il sipario, si spengono luci  e mi tocca dargli mestamente ragione.

“Mamma, sai, ho trovato 18 funzioni alternative a quelle mascherine schifose…

  1. Come ti ho già detto, pannoloni;
  2. Pannolini;
  3. Assorbenti;
  4. Pannolini per cagnoline…”

“Va bene, Davide, tutte le varie di pannolini e pannoloni in commercio…”

Riprende imperterrito: “

  • Mutande;
  • Fazzoletti;
  • Fionda;
  • Petardo;
  • Mascherina per gli occhi per i voli intercontinentali;
  • Cappuccio;
  • Bombe chimiche per emanazione di gas tossici;
  • Fascia per i capelli simil calciatore dei poveri;
  • Scaldacollo…”

“Ok, Davide, ho capito, niente mascherine della Presidenza del Consiglio dei Ministri per te, ma ti ricordo che ci sono persone che…”

Sto per partire con un panegirico d’annata sugli sprechi e sull’importanza di rispettare ciò che si riceve, quando mi rivedo seduta al tavolo della cucina con mia mamma che mi dice “Mangia i carciofi: pensa ai bambini dell’Africa…” e mi trattengo appena in tempo.

L’adolescenza è entrata prepotentemente in questa casa con un UNDICENNE che sta crescendo troppo in fretta.

Se ripenso a questo primo decennio con lui ci sono molte lacrime, ma sono decisamente i sorrisi a prevalere…

A due anni parlava de “la lula, le telle, apascio” (la luna, le stelle, lo spazio), a 7 di “croccantezza e sapidità” mentre recensiva ogni cosa gli portassi a tavola, a 8 degli stati canaglia, a 9 di Goering e Goebbels… Oggi parliamo di pannoloni. Che dire… Un ragazzino decisamente in anticipo sui tempi, un cuore enorme sempre pronto ad aiutare e un umorismo sottile e sagace che brilla negli occhi scuri occhi cinesi.

Davide,

Nei prossimi 10 anni spero di sentirti parlare di amici e di amore, di sport e di vacanze, di sogni realizzati e da realizzare, di esami superati ed esami andati male; di conquiste e fallimenti, ché la forza di un uomo (o donna) non sta nell’essere perfetto, ma nel rialzarsi con dignità da una caduta e soprattutto nella capacità di amare senza paura. Ti auguro che la persona che amerai ti dia tanto tanto amore, tutto quello che meriti e ti prometto che cercherò di essere una suocera discreta, soprattutto se passerà il test di ammissione nella nostra famiglia.

Buon compleanno, amore mio! Ti voglio bene.

La tua mammuzzolina tanto birichina.

Ariel

La bugia

Ieri pomeriggio stavo facendo la prazenda (1) seduta al tavolo della cucina. Baloo era in postazione vicino a me, sguardo pietoso e speranza di poter arraffare qualcosa di buono in caduta libera dall’alto.

Ariel era in soggiorno a guardare la tv e sbocconcellare biscotti, rigorosamente Macine del Mulino: sia mai che alla nostra regale ragazza vengano proposti ignobili dolciumi di filiera!

All’improvviso il tonfo secco di un piatto rotto.

Tempo di affacciarmi alla porta e la Princess era già seduta sul davanzale sfoggiando il suo sorriso più innocente e una grandissima faccia tosta. Sono convinta che, se lo sapesse fare, avrebbe pure fischiettato per simulare ancora maggiore estraneità all’increscioso misfatto.

“Ariel! Cosa è successo? Chi ha rotto il piatto?”

Si è guardata in giro, ha puntato il dito e, infame più che mai, ha accusato: “BA! BA!”

“È stato Baloo? Sicura?”

“Scì!”, ha annuito convinta.

Bene, ma non benissimo. Non parla, ma racconta balle come una professionista della menzogna.

Il povero quadrupede ed io ci siamo guardati stupefatti e, dopo aver raccolto i cocci, siamo tornati al nostro pasto.

Luca teme che il prossimo a venire accusato possa essere lui, essendo che “papà” è una delle poche parole che Ariel verbalizza correttamente, ma l’ho rassicurato.

Le regole del bravo bugiardo sono 3: coerenza, realismo e infamia su chi non si può difendere.

Come lo so?

Boh, devo averlo letto da qualche parte, perché io, a differenza di Ariel, non dico mai bugie, mai.

Al massimo plasmo la verità affinché la situazione contingente risulti più confacente alla mia volontà e io ne esca sempre pulita come un giglio di S. Antonio, ma bugie proprio no.

E chi dice il contrario mente sapendo di mentire.

Infamante ed infamato

(1) Dal nostro lessico famigliare, pranzo + merenda = prazenda

Il mondo intorno a noi

Candele

Mi sveglio di soprassalto con il boato del tuono e i vetri della finestra che tremano. Il vento sferza gli alberi, la pioggia scroscia violentemente, i fulmini rischiarano a giorno il buio delle prime ore del mattino.

Mi trascino in bagno e scopro che siamo senza corrente elettrica.

Recupero, quindi, tutte le candele che ho in casa e le accendo una ad una. Sono tutte diverse, bianche, rosse, alte, basse, ma tutte emanano luce e la loro unicità rende l’insieme dinamico e divertente.

Anni fa qualcuno disse che Ariel è una lucina spenta e io risposi che si sbagliava di grosso, che Ariel è la stella più luminosa del firmamento.

Anch’io sbagliavo: Ariel non è una lucina spenta, non è nemmeno una stella cometa, ma un’eterea luce diffusa.

Ognuno di noi è una luce, ma da soli non abbiamo sufficiente forza. Tutti insieme, invece, possiamo rischiarare una stanza oscurata dal temporale.

Per migliorare il mondo, non dobbiamo essere tutti uguali, ma comprendere che ciò che è diverso da noi non è “meno”, ma che, anzi, apporta nuove prospettive e punti di vista, arricchendo la nostra vita di altre esperienze.

La diversità è come la bellezza: sta negli occhi di chi guarda e quindi, prima o poi, tutti noi siamo stati, siamo o saremo visti come i diversi, gli “strani”, la minoranza che si discosta dalla norma.

Il temporale è finito, la luce del giorno inizia lentamente a rischiarare la camera in cui la Princess sta ancora dormendo. La guardo sorridere nel sonno e mi chiedo cosa stia sognando.

Appoggio la tazza di caffè sulla cassettiera, soffio sulle candele che liberano tanti sottili fili di fumo e mi stendo vicino ad Ariel, la mia principessa del vento.

La stringo forte e, pensando che la mia lucina ha un buonissimo profumo di argan, scivolo nuovamente nel sonno.

Le candele accese durante il temporale

P. S.: considerato il mio attuale stato d’animo, ovviamente il lumino da cimitero sono io 