La famiglia "autistica"

Il terzo figlio

Oggi il mio terzo figlio compie gli anni.

Segno della vergine, come pure la sua sessualità. Sì, perché il riccioluto, che tra parentesi è quello che più mi somiglia fisicamente, alla sua grande occasione di trombarsi un gran pezzo di biondina, ha avuto una terribile defaillance. Lo so, lo so, la privacy… Però ve lo devo dire: questo mio figlio che si attacca alla gamba di chiunque e che fa dog calling* anche ai pupazzi della Princess, ha reagito molto male alla passando un’intera serata sdraiato sul divano, zampe all’aria con lo sguardo da: “Che grandissima figura di merda!”

Ora le mie creature hanno un soprannome ciascuno:
– under control,
– mangianeuroni,
– montador di Sevilla, ora  en blanche.

A voi intuire a chi si riferiscono.

Oggi ho portato il terzo figlio a fare una passeggiata nei campi, approfittando dell’assenza degli altri due.

Traumatizzato dalla montagna, forse anche più di Ariel, appena ha visto il guinzaglio, ha iniziato a tremare.

La cazzimma materna serenamente applicata ai figli bipedi, funziona pure con il quadrupede e, quindi, imperterrita, sono uscita con lui che, non appena capito che non ci sarebbero stati tragitti in automobile, si è subito ringalluzzito.

Arrivati al primo viottolo, gli ho tolto il guinzaglio e l’ho lasciato libero di ciondolare per la campagna.

Tutto bene, finché non ha trovato un boschetto di acacie che ha eletto a suo rifugio di campagna: si è piazzato sotto un albero e da lì, disteso a mo’ di sfinge con il muso leggermente sollevato a godersi la brezza, non si è più voluto alzare.

Questo non lo avevo considerato.

La strutturazione del tempo pure a Baloo, no! Questa volta mi rifiuto!

Ho aspettato un po’, fatto finta di allontanarmi, chiamato, contato, promesso leccornie canine. Niente, fermo al suo posto con il vento tra i peli.

L’ho preso in braccio, spostato di dieci metri e messo a terra.

È ripartito allegro andante e… si è fermato alla fine del boschetto, sotto un’altra acacia, ma nella medesima posizione.

Ripropongo tutto il repertorio, ma non succede niente.

Mi arrendo.

“Dai, andiamo a casa!”

Si è sollevato veloce come un fulmine e ha iniziato a correre, forse temendo un mio ripensamento.

Quando siamo rientrati, si è subito nascosto sotto al mobile, finché non ha percepito il mio essere orizzontale: a quel punto è arrivato tutto baldanzoso e, dopo aver trovato la posizione più comoda, si è addormentato.

Il sonno dei giusti, dicono loro.

Il sonno degli infami, dico io.

L’unica gioia della giornata è stata sapere che il procrastinatore massimo ha finalmente iniziato a fare i compiti all’urlo di: “Stai tranquilla, mamma, ho tutto sotto controllo!”

Io, no, invece! Io ormai sono allo sbaraglio, ma fingo che tutto stia andando come da programma, perché, se questi tre dovessero mai percepire la minima indecisione, sarei spacciata.

E conoscendo le abilità informatiche della mangianeuroni, in tempo zero mi ritroverei impacchettata, caricata in un container e spedita alla volta della Cina.

Viaggio di sola andata, ovviamente.

* la versione canina del cat calling, ossia le molestie di strada

Ariel · La famiglia "autistica"

Con le mutande in testa

Quarant’anni fa la nonna Nene andò nei campi portando con sè le due nipoti, ma non altrettanti cappellini. Donna di pochi mezzi economici, ma di grande inventiva, era figlia di mezzadri, cresciuta in campagna e mandata a servizio a 12 anni. La vita le aveva insegnato a fare molto con poco e sapeva sfruttando al meglio il proprio pensiero divergente*: risolse il problema utilizzando un paio di mutande come copricapo. Ero la  maggiore e, per la legge non scritta che i primogeniti devono essere sempre più responsabili e cedere alle richieste dei minori, mia sorella “vinse” il cappello con il frontino; a me toccarono le mutande a fiorellini, portate di riserva sul principio che “pan e gaban stan ben dut el an”**. A quei tempi avevo i codini ciccioni alla Candy Candy e per rendere la cosa più trendy (mia nonna avrebbe detto “figa”, perché era sempre al passo con i tempi), li fece uscire dalle gambe degli slip. Mi stavano così bene che pure mia sorelle le avrebbe volute, ma ce n’era solo un paio. Dopo un mezzo parapiglia, le tenni io, per un’altra legge non scritta, ossia “un pôc al va ben, ma no masse!***  Sono la più grande e adesso basta, si fa come dico io! ” e, soprattutto, pedagogicamente parlando, la norma educativa degli Anni ’80 del: “finché non si cavano gli occhi, va ancora tutto bene”.

Vorrei avere 11 anni e andare di nuovo a raccogliere erba medica o sorgo con la nonna, stare all’aperto senza preoccuparmi del sole malato, della pioggia acida, dei pesticidi. Vorrei tornare ai bei tempi in cui mangiavo le more selvatiche direttamente dai rovi, senza preoccuparmi di lavarle, perché “chel ch’al passe all’ingrasse!”****

Le mutande in testa no, quelle non mi servono: figurativamente le indosso ancora, anche senza i codini, per ricordarmi di tenere la mente aperta, di mettere da parte il mio funzionamento e di cercare soluzioni alternative ai problemi che quotidianamente affronto con la Princess, perché ciò che per me è bianco, probabilmente per lei ha un colore diverso… E De Bono muto!*****

Come vedete, in questa immagine la Princess, degna erede della bisnonna, ha deciso di usare le mutande come cappellino e lasciare le parti basse ad arieggiare. Potere della genetica divergente!


———-
* Il pensiero divergente, teorizzato da Guilford nel 1967, è un particolare tipo di pensiero che coincide con la capacità di creare soluzioni originali ed  efficaci in relazione ad un determinato compito o problema, dando, ad esempio, nuova utilità ad un oggetto di uso comune
** friulano: pane e vestiario sono utili tutto l’anno
*** friulano: per un po’ va bene, ma non troppo a lungo
**** friulano: quel che passa, ingrassa.
***** Edward de Bono nel suo “La tecnica dei sei cappelli per pensare” descrisse la sua teoria nella quale una persona, indossando sei cappelli immaginari di colori diversi, affronta un argomento da diversi approcci e prospettive, applicando anche il pensiero laterale.

La famiglia "autistica"

Finalmente piove

Mi sono chiusa fuori.

Non nel senso che ho scordato le chiavi in casa e chiuso la porta dietro di me, no: sono uscita di casa e ho chiuso la porta a chiave.

Mi sono seduta nel portico ad ascoltare la vita fremere, mentre il cuore rimbomba fin nelle orecchie.

Non scriverò mai “maledetto autismo”, non piangerò ancora, non stasera, anche se ce ne sarebbero tutte le ragioni: Ariel piange in una camera, Davide nell’altra.

Io, a gambe incrociate sul divano in finto rattan bianco, ascolto le cicale e il temporale arrivare da est.

Se fumassi, me ne accenderei una subito, con le mani tremanti e la bocca asciutta.

Invece adesso tornerò dentro e cercherò di raccogliere i cocci di quei due poveri cuori che ho costruito in nove mesi e visto polverizzarsi in un’afosa sera di tarda primavera.

Lui dorme, lei mi sta aspettando sveglia.

Mi sdraio accanto a lei e subito si addormenta, il respiro rotto dai singulti.

Un tuono, poi uno scroscio.

Finalmente piove.

La famiglia "autistica"

Sempre Famiglia

Non hanno mai giocato insieme.
Non condividono amicizie o romanzi, anche se in passato lui le “leggeva” gli inbook in CAA.
A volte lei lo massacra e lui le urla dietro di smetterla di urlare, in una continua escalation di decibel casalinghi.
Tuttavia a loro modo si amano e si consolano.
Lui sarà sempre l’Agente Davide al servizio del Capitano Mamma per acchiappare la Fuggitiva Ariel.
Comunque andranno le cose, loro saranno sempre fratelli.
Davide e Ariel saranno sempre i miei Bambini, io sarò sempre la loro Mamma.
Noi tre saremo sempre Famiglia.
Anche quando lui avrà una sua famiglia e la Princess ed io avremo una badante per due.

La famiglia "autistica"

Buoni propositi

Devo avere fiducia in Ariel.

Devo avere fiducia in Davide.

Devo pensare al bicchiere mezzo pieno.

Me lo devo tatuare da qualche parte e, soprattutto, non devo permettere alle cose brutte di soverchiare le belle.
Uno dei luoghi comuni è che i siblings vengano perennemente messi in secondo piano.

A volte è così, a volte no.

Ho sempre cercato di garantire a Davide un’infanzia serena, senza accollargli il peso emotivo della sorella.

Poi si sa: la famiglia, volente o nolente, ti plasma e così Davide è sempre molto attento alle discriminazioni e ormai è troppo grande per cercare di addolcire talune pillole che manco con un po’ di zucchero vanno giù.

Fatto sta che sabato scorso ero andata al centro commerciale entusiasta e gioiosa, perché, nonostante i miei timori iniziali, Ariel si è adattata molto bene ai top intimi che le acquistai tempo fa tanto che sabato me li ha chiesti lei stessa.

Una volta arrivata là e fatti i primi acquisti, mi sono accorta della presenza degli amici di Davide e mi è crollato il mondo addosso. Il mio pensiero si è focalizzato su Davide, a quanto ci sarebbe stato male, se avrei o meno dovuto dirgli che li avevo incontrati e come… Così tanto da aver completamente messo in scendo piano la bellezza della richiesta di Ariel.

Ora, una settimana dopo, mi rendo conto che Davide ha assorbito bene il colpo, che Ariel indossa con estrema eleganza le sue nuove brassiere e che i miei figli stanno crescendo, nonostante un anno difficile che non ha risparmiato colpi durissimi a nessuno di noi tre.

E mi chiedo cosa ho fatto per meritarmi queste due meravigliose creature che ho l’onore di chiamare figli.

Ebbene sì, oggi il mio mood è “i figli… so’ pezzi ‘e core”  e “ogni scarrafone è bello a mamma soja”.

Davide · La famiglia "autistica"

È mio figlio!

“Ho fame!”

“Strano. Non succede mai che tu, abbia fame, Davide. Un adolescente affamato è una cosa così strana che non riesco proprio ad immaginarla”, penso e intanto metto la pentola sul fuoco.

“Mamma, ho fameee!”

“Sto preparando i ravioli. Tra due minuti sono pronti.”

“Ma io ho fame adesso.”

“Hai delle gambette a km 0 accessoriate di scarpe ginniche nuove di zecca, nonché due braccia e due mani con ben dieci, e dico dieci!, dita di cui due pollici opponibili. Ora, per ovvie ragioni, non ti darò arco e frecce per andare a caccia di fagiani sugli argini del Torre, ma sei libero di procacciarti il cibo qua in casa.”

“Perché per ovvie ragioni?”

” Perché piove.”

“Ah. Pensavo perché non li abbiamo.”

“Pur di farti stare zitto, te li costruirei io con plastilina e gommapane, ma piove.”


Troppo silenzio.

Non rimbecca più.

“Davide?”

“Sì?”, a bocca piena.

” Davide! Cosa stai mangiando?”

“Niente…”

“Da vi dèeeee!”

Ha aperto l’ultimo uovo di Pasqua e se lo sta mangiando.

È TUTTO SUA MADRE.

C’è ancora speranza di non essere stata solo un’incubatrice!

Ora ho solo due problemi:

1. Il criceto che ha trovato come sorpresa e che mi ricorda i criceti che ho in testa;

E soprattutto

2. Devo recuperare un altro uovo di cioccolato, visto che questo contavo di mangiarmelo sul divano dopo cena guardando “L’ammiratore segreto”.

Chissà se li trovo ancora al supermercato o se stanno già esponendo le zucche di Halloween?

Maledetti criceti!
La famiglia "autistica"

Vitamina D

Giovedì 07.04 avremmo dovuto fare ad Ariel una sedazione totale per alcuni accertamenti che normalmente si fanno senza problemi.

Normalmente…

Si fanno normalmente senza sedazione quando una persona è collaborativa e capisce che non c’è nulla di pericoloso.

La Princess, invece, appena percepisce puzza di visite mediche, diventa un diavolo della Tasmania.

Il day hospital si è irrisolto con una sedazione nontotale visto che l’anestetico le ha fatto effetto paradosso e, oltre a vomitare più volte, l’ha resa eccitabile ed oppositiva.

Ovviamente non è stato possibile fare tutto ciò che ci eravamo prefissati, ma almeno abbiamo avuto alcune risposte.

Tra le altre cose abbiamo capito che è priva di Vitamina D.

Ok che le Principesse devono essere pallide, ma qua si sta esagerando.

Così venerdì le ho preso la Vitamina D in gocce e, visto che questo è il mio castello e qui comando io, stamattina, appena sono arrivati da casa della nonna paterna, ho caricato Davide e Ariel in automobile e siamo andati a fare una passeggiata sul Carso.

4 km + 4 km di sole, aria, mare, macchia mediterranea e gioia… Oddio… Gioia…

Gioia per me e Davide, per Ariel gioia a sprazzi con umore mutevole come una giornata di primavera al mare.

Fotografia del Castello di Miramare scattata da Davide dalla Strada Napoleonica
La famiglia "autistica"

Bacetti e matematica

Ariel spegne la televisione, si mette sul fianco sinistro e si fa circondare con le braccia. Le chiedo se vuole un bacetto:
“SCÌ!”
Glielo do e alza il pollice. Uno.
“Ne vuoi ancora uno?”
“SCÌ!” e, ottenutolo, alza l’indice. Due.
Andiamo avanti così fino a cinque.
Mi giro verso Davide che mi guarda con occhio pendulo… “Vuoi anche tu dei bacetti?”
“SCÌ!”, risponde imitando la sorella.
Ad ogni bacio conto e Ariel alza un dito. Cinque baci, una mano aperta.
” Ariel, sai quanti anni hai?”
“…”
“Dieci.”
Conta dito a dito e apre due mani.
“Brava!! E Davide? Davide ha 12 anni.”
Alza le sue dieci dita e ne alza due delle mie.
“Super! La mamma, invece, ha 46 anni.”
Mi guarda con sospetto…
Faccio io. Scandisco numeri e accompagno con le dita:
“Dieci… Più dieci… Più dieci… Più dieci… Più sei…”
Ariel strabuzza gli occhi e le si palesa il fumetto: “Perdindirindina, Madre, siete piuttosto âgée!”

Ok, lo ammetto: era più un ” Cacchio se sei vecchia!”, ma la narrazione della vita di una Principessa va fatta con stile e sobrietà. Eccheccazzo!
Davide ed io scoppiamo a ridere e con soddisfazione penso ai piccoli, grandi progressi fatti in questi anni visto che al momento della diagnosi ci dissero che non aveva mimica facciale.
Ora con uno sguardo riesce a farmi sentire vecchia come Matusalemme, mi manda a fanculo come se non ci fosse un domani e mi ricorda quanto le parole possano essere inutili.
E comunque fare matematica con i bacetti è la cosa più bella del mondo.
Baci senza schiocco a tutti, amici cari,  dalla vostra Queen di mezza età… pardon, di grande esperienza.

La famiglia "autistica"

Tra le lenzuola di flanella

La cosa più difficile della felicità è saperla riconoscere.

A volte mi sfiora e, quando me ne accorgo, ormai è già ieri.

Ho però una certezza: l’appuntamento delle 21 quando mi riscopro felice tra le lenzuola di flanella e il piumino Ikea.

Tutte le sere i miei tre amori mi aspettano per il saluto della buonanotte, un po’ di chiacchiere e tante coccole.

Mi godo, quindi, grata quello che da dodici anni è il momento più bello della giornata quando vengo schiacciata, abbracciata, inscatolata, amata.

Infinitamente amata.

La famiglia "autistica"

Oxford Street

OXFORD STREET

Mi si dice che si può fare in modo di impostare la privacy su whatsapp, affinché non siano visibili i nostri collegamenti online.

Echissenefrega della privacy su whatsapp! A me basterebbe avere quella in bagno.

Ovviamente i suoi fratelli bipedi sono già entrati e usciti un paio di volte… Una perché “A… A…” aveva bisogno di aiuto per aprire la Coca e infilare correttamente le mutande, l’altro perché “doveva assolutamente farmi ascoltare la pronuncia del cabo di tal youtuber”.

Condividi se anche il tuo bagno è più affollato di Oxford Street il primo giorno di saldi.

Il terzo figlio mi aspetta…