LA MAMMA AUTISTICA

Lo stordito

Quando pensi che la giornata non possa andare peggio, arriva lui: l’uccello nel caminetto.

No, non in senso figurato e nemmeno con vaghe implicazioni a sfondo sessuale, ma proprio un volatile caduto nella canna fumaria.

Era già successo un paio di volte in passato, ma sempre di giorno, mai al buio.

Ora vi confesserò un segreto: io adoro i cani, stimo i gatti e… basta. Non sono una grande amante degli animali, non faccio loro alcun torto, sto fisicamente male se vedo una creatura soffrire (eccezion fatta per le zanzare), ma non sono il Dottor Doolittle. Sappiate che ho una paura fottuta dei volatili e preferisco sorvolare (ops, ho fatto la battuta!) sui miei sentimenti nei confronti di rettili, roditori, insetti, aracnidi etc., etc., etc…

Dunque, torniamo al pennuto nel caminetto.

Volendo evitare a Davide uno shock permanente, ho dovuto liberare quel coso che si era messo nell’angolino in fondo a destra: l’ho guardato con la torcia e capito che si trattava di un tordo, di nome e di fatto.

Ho respirato ed inspirato più volte, mentre cercavo di riesumare gli ultimi sprazzi di problem solving sopravvissuti ad un lockdown, a 7 mesi di cassa integrazione ad ore zero e ad una convivenza forzata con 3 Apollonio ed un cane piscione.

Quindi ho spento le luci in casa, acceso le luci del sottoportico e del giardino modello pista di Heathrow, rinchiuso figli e cane in camera (uno perché aveva più paura di me, una perché avrebbe terrorizzato il tordo e l’ultimo affinché non rispolverasse in casa la sua natura di cacciatore), aperto la finestra e la porta d’ingresso e aperto lo sportello del caminetto.

Ma, niente, quello non voleva uscire, troppo spaventato dalla situazione, non capendo che io, invece, ero semplicemente terrorizzata da lui.

Ho preso un attizzatoio e dato qualche colpetto facendo ben attenzione a non sfiorarlo nemmeno di striscio e… finalmente ha capito che doveva uscire e io che era arrivato il momento di cominciare ad urlare: ho urlato a squarciagola ogni volta che lui sbatteva contro il muro, ogni volta che mi si avvicinava o sorvolava, ogni volta che lo stordito passava vicino alla porta o alla finestra senza uscire.

Quando, diosialodatoosannaosannanellaltodeicieli, si è attaccato alla ghirlanda di benvenuto, gli ho sbattuto la porta dietro.

Ora sono qua con la tachicardia e un bicchierino di liquore al cioccolato per riprendermi dallo shock.

Adesso mi resta un’ultima cosa da fare: dire a Luca che dobbiamo imbiancare tutto il soggiorno perché l’uccello non riusciva a centrare la fessura giusta…

Ecco, magari devo trovare altre parole, ma il senso è quello.

p.s.: a proposito di bestie: per chi non lo sapesse, io vivo in campagna. La mia casa è ai limiti del paese e circondata da campi su tre lati. Nei giorni scorsi hanno trebbiato la soia e ora la mia casa ha la facciata impolverata e decorata da cimici. Tutti voi che consumate latte di soia e derivati, siete i miei nuovi nemici giurati, sallatelo! Ma non potete fare come le persone perbene (tipo me) e darvi all’alcol?

SCHERZO!!!!!!!!! Ma è verità assoluta che le vigne non producono coltivazioni di cimici, ma solo moscerini… Okkei, niente vino! Birra per tutti! No, il luppolo ha i ragnetti rossi… Uffaaaaaaa. Acqua, beviamo acqua e facciamola finita.

(Immagine di un s-tord-ito tratta dal web)
LA MAMMA AUTISTICA

Al mare

Avevo bisogno di pensare. Sulla mia panchina, quella sul lungomare.

Mi sono seduta stringendomi nel giubbotto troppo leggero e mille pensieri in testa, uno su tutti: cosa vuoi fare da grande?

Questo pensiero mi si incastra nelle giravolte cerebrali, una nuova maledetta ossessione che si somma a tutto il resto.

Mi sono alzata, faceva troppo freddo per restare ferma e ho passeggiato sulla diga, mentre le onde sbattevano contro gli scogli, proprio come i pensieri tra di loro.

In questo autoscontro di sogni e illusioni, non ci sono perdenti né vinti: ora c’è bisogno di concretezza, di portare a casa il pane dell’autostima e il companatico delle soddisfazioni personali, nonché del vil denaro per soddisfare quel brutto vizio di famiglia di voler mangiare 5 volte al giorno.

Tirata su la zip fin sotto al mento, mi sono nascosta nel cappuccio, protagonista sbiadita di una città pronta per il letargo.

Ho camminato a testa bassa tra le antiche vie ascoltando distrattamente le voci dei passanti e agognando un caffè, ma non avevo spiccioli e mi vergognavo da morire a pagare con la banconota da arancione.

Ho saltello sul pavimento a scacchiera della galleria: avevo scelto i neri e ho evitato accuratamente i bianchi, incurante di ciò che avrebbero  potuto pensare di me.

Sono mestamente risalita in automobile, delusa dalla mia incapacità di mettere a fuoco il futuro e di valutare razionalmente le diverse opzioni: il cuore, quel maledetto!, fa il prepotente con la mente.

Ho acceso il lettore e mi sono diretta verso casa accompagnata dalla radio che passava “Non è tempo per noi”.

Mi sono fermata ad ammirare il sole tingere di giallo la laguna sovrastato da minacciose nuvole nere, mentre un airone, disturbato un kayak che scivolava leggero, ha spalancato le ali e preso il volo.

Ho sorriso pensando che quell’istante era una perfetta allegoria della mia vita.

Sono ripartita con Eddie che urlava:

“Oh, I, oh, I’m still alive
Hey, I, oh, I’m still alive
Hey, I, oh, I’m still alive, hey, oh”

certa che oggi sarebbe andata meglio.

E deve essere così: adesso mi preparo il caffè e tosto il pane,  poi farò in modo che questa giornata sia splendida.

Tramonto sulla laguna di Grado
Ariel

Si cresce!

Qua si cresce a colpi di tazzine di caffè preparate a due a due, di pantaloni messi a rovescio, di panni bianchi divisi dai colorati, di bicchieri capovolti nella lavastoviglie.

Si diventa grandi indossando le ciabatte della mamma e usando il pennello delle tempere per sfumare la cipria immaginaria sul viso.

Le scarpe cambiano di numero dispari in numero dispari, i capelli hanno perso la bionda sfumatura dell’infanzia, la voce non più gialla sta prendendo calde sfumature brune.

Con jeans attillati, il giubbotto in pelle rosa e lo zainetto in pendant, è una mini me più determinata di quanto fossi io alla sua età.

Le carezze sono più lente, le richieste più decise, il passo in punta di piedi più lungo.

Non si accettano più i rimbrotti materni, ma si rimbecca in una lingua conosciuta solo a lei, ma che il mio cuore traduce.

Dorme abbracciata a me e io sorrido pensando alla Princess che sta diventando grande.

Rileggo i miei primi post e non ne rinnego nemmeno una parola: il dolore degli inizi,  la confusione della diagnosi, tutto mi ha portata a questo istante.

Sarebbe facile pensare alle difficoltà del futuro, crogiolarsi nel dolore di ciò che non sarà e di ciò che è stato perso, ma oggi preferisco, voglio pensare a quanto abbiamo conquistato giorno dopo giorno.

“Abbiamo”, non “ha”.

Nelle famiglie funziona così: il tuo problema diventa il mio, la tua difficoltà diventa la mia, la tua sofferenza è la mia, ma anche la tua gioia, i tuoi sogni, le tue aspettative sono i miei.

Sei cresciuta, siamo cresciute.

Giorno dopo giorno, chilometro dopo chilometro, lacrima dopo lacrima, sorriso dopo sorriso.

Princess, non so dove sarò domani, dove ci porteranno le nostre scarpe dalle bande colorate, ma so una cosa: ti aspetterò quando i tuoi passi saranno più lenti, cammineremo insieme fianco a fianco finché lo vorrai e, se sentirai l’urgenza di scattare in avanti, fallo!, ma ricorda che io ti guarderò sempre le spalle e che, se cadrai, correrò subito di fianco a te per incoraggiarti a riprendere il tuo cammino.

Qua si cresce a colpi di post lievemente intelligenti e densamente sciocchi, in un turbinio di emozioni gialle, azzurre, viola, blu e rosse dai contorni sempre più sfumati.

Ho riposto i bicchieri nello scaffale in alto che ho raggiunto a fatica: non ho più bisogno di cercare l’aspetto positivo delle situazioni, so che c’è e se non lo vedo è solo perché devo guardare meglio dentro di me; e se nonostante tutti gli sforzi oggi non riesco proprio a trovarlo, non significa che non lo potrò vedere domani.

Mentre la pioggia sferza il parabrezza un chilometro via l’altro, cresco un passo alla volta con la mia maestra che, assorta nei suoi pensieri, guarda le gocce scivolare lungo il finestrino.

LA MAMMA AUTISTICA

La regina

Ci guardiamo dritte negli occhi.

Lei del tipo “Tutto chiaro, no?”, io, invece, più un “Ma sei proprio sicura?

Mi sistemo meglio sulla poltroncina in pelle bianca, allungo le gambe incrociandole alle caviglie, il pollice e l’indice che fanno ruotare la fede in senso orario.

“Beh…, sì, insomma…”, borbotto.

Mi trovo in uno dei miei soliti momenti d’impasse in cui non sono sicura di ciò che la controparte si aspetti da me.

Tutto è iniziato ad agosto quando, piegata dalla situazione contingente, ho capito che questa volta non ne sarei uscita da sola.

Quindi, avendo quotidianamente a che fare con la regina della cazzimma, ho deciso di andare da uno specialista e di farmi aiutare. Lo dico serenamente e senza alcuna vergogna: ci vuole coraggio a chiedere aiuto. Soprattutto per chi  come me vuole sempre fare da sola. Sono friulana, il “fasin di besoi” fa parte del mio DNA.

NON QUESTA VOLTA: dormivo un’ora e mezza a notte, piangevo continuamente e stavo rovinando le vacanze a tutti.
La mia bassostima era ai minimi storici, mi guardavo allo specchio e mi chiedevo chi fosse quella sconosciuta imbruttita dalla vita.

Ho pertanto chiesto a Luca di trovarmene uno. Bravo, però, davvero bravo, perché per prendere me come paziente bisogna ambire alla santificazione.

Martedì scorso, quindi, vado alla mia terza seduta: parliamo di come sto, del sonno, dell’ansia. Mi chiede del lavoro e l’aggiorno sui problemi relazionali che sto riscontrando con alcune persone.

Mi ascolta, sorride, al momento giusto porge la scatolina dei fazzoletti, annuisce e scrive.

Approfittando di una mia pausa, mi chiede: “Secondo te perché le persone ti sottovalutano?”

“… “

“Nel tuo comportamento, nonostante quello che dici, c’è qualcosa che istintivamente le porta a pensare che tu sia sempre a completa disposizione.”

“… “

“Ti devi trattare da regina!”

Questa la so, è facile. Sono la madre della Princess e quindi sono la regina.

“Ti devi guardare allo specchio e ti devi accogliere.”

No, forse intendiamo due cose diverse.

“Ci rivediamo tra un mese, nel mentre pensaci. Guardati allo specchio, cerca di capire cosa ti rimandano i tuoi occhi e trattati da regina.”

Ed eccoci all’inizio della storia.

Ci guardiamo dritte negli occhi.

Lei del tipo “Tutto chiaro, no?”, io, invece, più un “Ma sei proprio sicura?”

Mi sistemo meglio sulla poltroncina in pelle bianca, allungo le gambe incrociandole alle caviglie, il pollice e l’indice che fanno ruotare la fede in senso orario.

“Beh…, sì, insomma…”

“… “

“Ok, ci penso, grazie. Ci vediamo tra un mese.”

Mentre esco dallo studio rimugino sul suggerimento di trattarmi da regina.

Mi vedo alla spa avvolta in un mare di spugna bianca, i camerieri che mi servono cocktail con l’ombrellino a bordo piscina, la corona riposta sul tavolino e lo scettro come segnalibro.

Sudditi!

Se per alcuni dì non leggerete i Nostri regali scritti, non arroventate le vostre plebee sinapsi, bensì magnificate la Nostra assenza, dovuta al regio trattamento che il principe consorte ci regalerà con un assegno autografato tempo fa e di cui invero non ha più memoria alcuna.

Noi, Queen Katy, esigiamo un silenzio assoluto sui nostri progetti di dipartita dalla regale residenza di famiglia, poiché il principe non ne è stato ancora informato.

A chi parlerà anzitempo, verrà mozzata la testa.

Queen Katy

P. S.: a noi permane il dubbio che la dottoressa di corte intendesse dire altro, ma intanto prenotiamo.

Il mondo intorno a noi · LA MAMMA AUTISTICA

Cerotti

Il dito incerottato indica la scatola delle medicine strategicamente posta troppo in alto per lei.

Ha la fissa dei cerotti: da quando le ho curato una vescica sul tallone con un Compeed, si fa mettere i cerotti ovunque. Una pellicina, una graffio, un’escoriazione: un cerotto sulla parte lesa, un bacio sul naso e corre via felice, il dolore dimenticato sotto la strisciolina adesiva.

Belli i tempi in cui bastava soffiare sul ginocchio sbucciato, disinfettare e mettere un cerotto di Topolino! Il dolore passava subito, alleviato da una carezza sulla testa e da una globulosa caramella di zucchero al limone.

Chissà se in farmacia vendono anche i cerotti per l’anima…

Li immagino trasparenti, per vedere la ferita che si rimargina lentamente, e traspiranti: il dolore vi deve fuoriuscire lentamente, in parte assorbito dall’anima che orgogliosa mostra le proprie cicatrici, esteticamente brutte, emozionalmente dense. Ogni segno sulla pelle ci rende unici, quelli dell’anima definiscono chi siamo. Sulla carta d’identità ai “segni particolari” dovrebbero essere riportati tutti: cicatrice all’anima all’altezza del cuore dovuta alla diagnosi della figlia; cicatrice all’anima all’altezza del lobo frontale sinistro dovuta alla cassa integrazione; cicatrice all’anima all’altezza del gomito destro dovuta alle derisioni subite da bambina; cicatrice all’anima all’altezza del gomito sinistro dovuta all’ex fidanzato che l’ha lasciata con un “Non siamo fatti per stare insieme, io ho il nonno senatore, tu l’orto!”; cicatrice all’anima all’altezza del piede destro dovuta alle false amicizie che costantemente si approfittano della sua buona fede; cicatrice all’anima all’altezza dell’occhio destro per i lutti e le malattie che hanno colpito i suoi cari; cheloide di ansia al livello dello stomaco e strappo dell’anima trattato con steril strip multicolori per tenere insieme quel sottile velo di speranza che ancora le impedisce di naufragare.

“Dottoressa, mi servono i cerotti per l’anima.

Come non ne vende? Ma siamo in farmacia o al centro estetico? Sono prodotti salvavita, signora mia! Ne faccia scorta, si ricordi: i cerotti per l’anima, striscioline adesive che aiutano le persone a non annegare nel rosso e nel nero, nelle fosche tinte viola di un’anima straziata. Fanno la differenza tra portare una cicatrice e perdersi nel mare della disillusione.

Mi può almeno fare una carezza sulla testa e soffiare sul cuore?

No? Va beh, allora mi dia tutte le globulose zuccherate al limone che ha.

Quanto le devo?

Posso pagare con cicatrici e strappi dell’anima? Sa, hanno un valore inestimabile.”

Mentre immagino questo dialogo, arriva Ariel, il dito incerottato che indica nuovamente in alto.

“Dove hai male, Princess?”

Tocca la testa.

Le sorrido mestamente: “A me fa male l’anima. Ora ci mettiamo un cerotto ciascuna e passa tutto.”

E tu? Sì, tu che stai leggendo. Come stai? Lo vuoi un cerotto per l’anima? E una globulosa zuccherata al limone?

Ariel · Il mondo intorno a noi · LA FAMIGLIA AUTISTICA

La promessa

Li rivedo camminare sulla neve, due corpi in uno, lei stretta a lui con il mento poggiato sulla testa del padre. Sono una metafora della vita: i padri, quelli veri, portano la vita dei figli sulle spalle anche quando la strada è lunga ed impervia, se ne fanno carico con amore e forza.

Lei non è più una bambina, ma una ragazzina, troppo grande per essere portata sulla schiena, troppo piccola per poter essere libera di camminare da sola. Lei gli dà la mano fiduciosa e lui la stringe, una promessa in dieci dita:

“Non ti lascerò mai, sarò sempre qua per te.”

Lei la stringe rapidamente, due movimenti veloci, un abbraccio tra mani, una carezza tra cuori.

Lei avrà sempre bisogno del suo papà, di occhi attenti che la seguano nel cammino della vita, di qualcuno che le guardi le spalle, che corra veloce al suo fianco e le stringa la mano per ricordarle quella promessa.

E mentre li guardavo dormire vicini, così uguali e così diversi, spalla contro spalla, ho capito che lei ha un rapporto diverso con lui: nel lettone lei si stringe a me, mi cerca e mi abbraccia forte, alla perenne ricerca di rassicurazioni, mentre con lui dorme sul fianco opposto, indipendente e fiduciosa che, se ci saranno problemi, lui girerà velocemente su stesso per non farla cadere.

I padri, quelli veri, portano la vita dei figli sulle spalle e non le voltano mai a lungo, prima o poi ritornano per mantenere la promessa più importante:

“Non ti lascerò mai, sarò sempre qua per te e se, mi dovessi allontanare per un po’, ricorda che prima o poi tornerò da te!”

I padri, quelli veri, hanno mani grandi per aggiustare i cuori e cuori enormi per stringere le mani e mantenere le promesse.

Fotografia rubata a due soggetti che dormono spalla contro spalla
Davide · LA MAMMA AUTISTICA

E poi…

(Scarpe slacciate)

E poi…

Un giorno ti guardi attorno e scopri di essere diventata autisticocentrica: il correttore riconduce tutte le parole con prefisso aut- alla condizione di tua figlia; magari esci una sera con gli amici per svagarti un po’ e ti ritrovi a parlare di percorsi di abilitazione, di diagnosi precoce, di sensibilizzazione.

E poi…

Ti senti un involucro di carne, muscoli, ossa a proteggere una massa pesante di ansia e preoccupazioni.

Soprattutto, quando hai avuto una brutta giornata, perché il capo in ufficio non apprezzato la tua proposta o il figlio maggiore ha combinato una marachella: ti senti vuota come uno degli otri di vino buono alla nozze di Cana e sussurri quasi con vergogna:

“Non è colpa dell’autismo, oggi non c’entra niente…”

Come se l’autismo fosse una persona della famiglia. O meglio è una persona della famiglia: è tua figlia, quella creatura bionda che ti guarda fiduciosa, che ti sale in braccio come quando aveva 4 anni e che tu ora fai fatica a sollevare. Come può essere colpa sua? Non c’è colpa, c’è solo da rimboccarsi le maniche, abbracciare e rispettare, studiare e imparare dal cuore, farsi emozionare dai libri di coloro che parlano delle loro esperienze, razionalizzare le lacrime, emozionare i dati statistici.

E poi…

Leggi, studi, osservi, registri e, forse, impari.

E intanto…

Il figlio maggiore cresce da solo. Un attimo fa era un nanerottolo che ti chiedeva preoccupato:

“Mamma, Alielel sta male?”

e ora è un ragazzino che si entusiasma con lei e per lei, che si preoccupa quando gli altri non la capiscono, che con forza e a pugni stretti avverte:

“Non è scema, è autistica!”

Sua sorella è l’autismo, l’autismo è sua sorella. Se usare la parola normalità non fosse un azzardo per qualsiasi vita, potremmo dire che questa è la sua normalità: difendere i diritti della sorella, contare per darle prevedibilità, rinforzare i suoi comportamenti positivi.

E lui?

Lui non chiede mai niente per se stesso, è un po’ sbadato, a volte maldestro, ma fin troppo responsabile e attento a non mostrare mai le proprie debolezze.

Fino a un paio di settimane fa.

Una domenica sera abbiamo ricevuto la comunicazione che era stato spostato di sezione, ma non sapevamo quali amici avrebbero affrontato con lui il nuovo viaggio alle scuole medie. E, via!, parte il  tamtam delle mamme per scoprire le nuove formazioni: 2 amici su 5 sono ancora in classe con lui. Bene, ma non benissimo. Tutti e 6 sono destabilizzati da questo cambiamento, si erano crogiolati tutta l’estate nell’idea di essere insieme ancora per 3 anni. A quest’età 36 mesi sono una vita, si passa da bambini a ragazzi, cambia la voce, crescono peli in posti inaspettati, si scopre che “le femmine” non sono poi tanto male…

E poi…

Di punto in bianco, il gruppetto è spezzato, il labbro inferiore trema e una goccia di pioggia salata si forma all’angolo dell’occhio destro.

Guardi tuo figlio, lo abbracci godendoti il suo profumo e, chiedendoti per quanto te lo lascerà ancora fare, gli spieghi che si può essere amici anche frequentando sezioni diverse, che ci sono il calcio e le feste di compleanno e le partitelle in giardino.

La testa bruna, che ti aveva tanto stupita al momento della nascita e che, a differenza della sorella, è sempre rimasta della medesima nuance, annuisce poco convinta.

E allora dimentichi l’autismo, te ne freghi dello sconquasso che sei certa che ne nascerà e ti lanci in una provocazione:

“Ti dimostro che si può essere amici anche senza essere in classe insieme.

Organizziamo il pigiama party dell’amicizia!”

Così venerdì scorso mi sono ritrovata in casa 3 undicenni e 3 decenni in scadenza, rumorosi, ridanciani, divertenti, sciocchi come si può essere solo a quell’età.

Accampati in soggiorno hanno giocato alla Play Station e guardato film fino alle 4. Sul tavolo acqua e patatine per lo spuntino di mezzanotte e nel cuore tanta voglia di stare insieme.

Quando diventavano troppo molesti, entravo in soggiorno camuffando il sorriso nel mio sguardo più severo: “Abbassate la voce, perché se si sveglia Ariel vedete un mostro ben più pericoloso dei dinosauri di Jurassic Park!”

Alcuni occhi rivolti al cielo, altri in basso, tutte le bocche a mormorare: “Sì, sì, hai ragione!”, salvo poi riprendere a ridacchiare appena uscita dalla porta.

Mentre dormivano e il sole iniziava a filtrare dalle saracinesche, ho preparato la loro colazione: Davide si era tanto raccomandato:

“Mamma, devi fare una colazione continentale”,

ossia piena di ogni ben di dio: latte, Nesquik, succo, the, merendine, biscotti, Nutella, marmellata, fette biscottate, pane in cassetta…

Ariel, svegliatasi alle 7, era stata spedita dai nonni per stare più tranquilla e non svegliare i nottambuli.

Se ne sono andati alla spicciolata, dopo la colazione ed un ultima partita: la casa è tornata quella di sempre, piena solo delle stereotipie di Ariel e delle voci dei doppiatori alla televisione.

Davide mi ha abbracciata e non ha detto niente.

E poi…

Poi escono da scuola, tutti e sei con la scarpa sinistra slacciata, sei ragazzi non più bambini che hanno scelto come simbolo della loro amicizia un fiocco sciolto, una cordicella che pende libera di essere se stessa.

E poi…

Provo a portare in giro per la città la mia scarpa slacciata, alla disperata ricerca di un reflusso adolescenziale, ma non mi godo il momento: ogni stagione ha una sua bellezza, un’atmosfera che il sole illumina diversamente.

L’autunno non può essere la primavera e io non posso essere una decenne in scadenza, ma posso guardare il mondo con gli occhi di mio figlio è stupirmi per le brume, i rossi e gli arancioni, gioire per il profumo delle castagne ed essere grata per tutto quello che ho, anziché piangere per quello che manca.

Ariel

Il sole dentro

Quando piove, cerca il sole nelle gocce lucide appese alle punte dei tuoi capelli sottili.

Se non lo trovi, assaggia la pioggia: è neve in attesa di brinare.

Ridi, balla e urla la tua gioia: il sole splende nei tuoi occhi, ragazzina, e tu  lo dividi con me.

Grazie per i tuoi piedi nudi sull’erba e i girotondi bagnati: piove fuori, ma dentro c’è il sole.

Ariel · Davide · LA FAMIGLIA AUTISTICA

Cinque giorni

Zarrillo cantava “Cinque giorni che ti ho perso”, ma qua siamo al “Cinque giorni che ne vedo una al giorno”!

E concedetemi il punto esclamativo: voi sapete che io non ne abuso, gli preferisco le virgole che a volte semino a casaccio sperando che crescano dritte come selvatici fiori di campo. Dicevo, qua il punto esclamativo ci sta tutto, perché ha la somma funzione di sostituire un sonoro ECCHECCAZZO, indi per cui me lo dovete concedere.

La prima settimana di scuola media*  del decenne in scadenza si sta rivelando un sottotipo ben definito, ma poco strutturato di un girone infernale dantesco.

Tra fermate delle corriere sbagliate e rocamboleschi inseguimenti in auto (sognavo da una vita di poterlo dire ad un taxista, ma mai avrei pensato di ordinare a mio marito: “Luca, insegui quella corriera!”), abbonamenti annuali risucchiati dalla macchinetta, denunciati di smarrimento ed infine ritrovati a faccia in giù nell’apposita cartellina trasparente; tra spasmodiche ricerche di corde per saltare e borse riciclabili dell’Eurospin pieni di materiali di cancelleria costati un rene; tra zaini preparati benissssssimo, controllati con sbuffante saccenza alle 7.25†  e completati con “alcune cosette mancanti” tipo:

I QUADERNI, IL DIARIO, L’ASTUCCIO, IL SACRO GRAAL DEGLI ABBONAMENTI, LA CARTELLINA DEGLI AVVISI,

oggi abbiamo decisamente toccato il fondo.

Davide ha portato a casa un documento ufficiale da far firmare ad entrambi i genitori. Nonostante gli avvertimenti più volte sibilati, urlati, minacciati, sgolati di riporre il documento nella cartellina delle comunicazioni, il Mastro Tergiversatore ha atteso un fatale attimo di troppo: Ariel passando ha visto il figlio e ha apposto la sua personale firma. Su ogni pagina come si fa sugli atti notarili.

Domani Davide porterà il documento firmato da tutti i bipedi di famiglia, sempre che il quadrupede non glielo mangi. E iniziamo subito a far capire ai Professori con chi avranno a che fare.

Dalla sit-com famigliare “Figure di merda fantastiche e come collezionarle” è tutto.

Almeno per oggi.

Domani è un altro giorno.

Di Prima Media dell’Anno Domini 2020.

Documento a firma autografa di Pater, Mater et Ariel.

* Lo so che si dice scuola secondaria di primo grado, ma tempo che ho finito di scriverlo il ragazzo è già passato alla scuola secondaria di secondo grado… Ops… È già all’Università…
† la corriera arriva dall’altra parte del paese alle 7.36. Il simbolo † non è stato scelto casualmente.