La mamma "autistica"

Il maggiordomo

Quando compii 30 anni ero devastata: consideravo quel compleanno come la fine della giovinezza e l’ingresso nell’età adulta, la fine della spensieratezza di un’adolescenza tirata decisamente per le lunghe.

Finché il mio boss, sapendo della mia crisi esistenziale, mi provocò:  “Katjuscia, lo sa, vero, che a trent’anni una donna è finita?”

Posticipai così il mio ingresso nella calma maturità della donna concedendomi una battuta salace da ragazza permalosa: “Vorrà dire che  nel prossimo budget del marketing inserirò tra le spese di rappresentanza anche creme antiage, massaggi rassodanti e pancera per la responsabile dell’ufficio.”

Ridendo insieme a lui, archiviai la mia crisi anagrafica fino ai 40 anni, quando, fomentata da un coro di “dagli -anti non si esce”, attuavo riti scaramantici e, ancora fresca della della diagnosi della Princess, sfanculavo serenamente a destra e a manca pensando tra me e me: ” Col cazzo che mi gufate, io non mi posso permettere di morire, devo ancora fare troppe cose per Ariel!”

Passavo le giornate a pianificare e organizzare tutto, a sognare un mondo  in cui Ariel sarebbe stata amata per il suo sorriso e per la sua determinazione e non definita dai suoi deficit. A volte non avevo nemmeno la forza di scendere dal letto, rotolavo lentamente giù da esso e mi trascinavo in cucina a preparare il caffè: diedi così inizio ad una seconda dipendenza, oltre a quella da cioccolato che mi dà la forza di respirare fin dall’adolescenza.

Ora, a 46 anni, sebbene abbia un cerotto autoriscaldante sul collo a ricordarmi che svestirmi al primo caldo non è più consentito, non mi importante più un beneamato piffero degli -anta, le creme antiage che uso, a detta di Davide, non funzionano (ah, le gioie della maternità!) e ho imparato che per quanto uno possa correre e pianificare, la vita è sempre un passo avanti a noi. Non depongo le armi davanti alle difficoltà, ma ho imparato a scegliere le mie battaglie, poiché  combattere costantemente contro il mondo spesso distoglie da ciò che è veramente importante.

I sogni, quelli, invece, non li abbandono: continuo a desiderare un mondo aperto al diverso, in cui la ragazzina possa essere amata in quanto Ariel e non identificata dalla sua diagnosi che, a volte, è più fastidiosa di un’etichetta della Decathlon.

E fino a ieri sognavo un maggiordomo che ramazzasse il castello al mio posto ché le braccia e le spalle non sono più quelle di una volta.

Sognavo, perché il Principe consorte ha “vagamente” percepito il mio malumore e, per una volta, ha azzeccato il regalo giusto, non come quando, al primo Natale da conviventi, mi regalò un paio di lenzuola con i cagnolini perché “gli avevo mandato segnali inequivocabili”. Due sono le possibilità: o sono diventata più brava nell’invio di messaggi subliminali o lui ha capito che se gli parlo sempre della stessa cosa, forse la voglio. Forse.
   
Quindi sono finalmente dotata di maggiordomo 2.0.

Qualcuno sa qual è il pulsante per il massaggio cervicale?

Il mondo intorno a noi · La mamma "autistica"

Cerotti

Il dito incerottato indica la scatola delle medicine strategicamente posta troppo in alto per lei.

Ha la fissa dei cerotti: da quando le ho curato una vescica sul tallone con un Compeed, si fa mettere i cerotti ovunque. Una pellicina, una graffio, un’escoriazione: un cerotto sulla parte lesa, un bacio sul naso e corre via felice, il dolore dimenticato sotto la strisciolina adesiva.

Belli i tempi in cui bastava soffiare sul ginocchio sbucciato, disinfettare e mettere un cerotto di Topolino! Il dolore passava subito, alleviato da una carezza sulla testa e da una globulosa caramella di zucchero al limone.

Chissà se in farmacia vendono anche i cerotti per l’anima…

Li immagino trasparenti, per vedere la ferita che si rimargina lentamente, e traspiranti: il dolore vi deve fuoriuscire lentamente, in parte assorbito dall’anima che orgogliosa mostra le proprie cicatrici, esteticamente brutte, emozionalmente dense. Ogni segno sulla pelle ci rende unici, quelli dell’anima definiscono chi siamo. Sulla carta d’identità ai “segni particolari” dovrebbero essere riportati tutti: cicatrice all’anima all’altezza del cuore dovuta alla diagnosi della figlia; cicatrice all’anima all’altezza del lobo frontale sinistro dovuta alla cassa integrazione; cicatrice all’anima all’altezza del gomito destro dovuta alle derisioni subite da bambina; cicatrice all’anima all’altezza del gomito sinistro dovuta all’ex fidanzato che l’ha lasciata con un “Non siamo fatti per stare insieme, io ho il nonno senatore, tu l’orto!”; cicatrice all’anima all’altezza del piede destro dovuta alle false amicizie che costantemente si approfittano della sua buona fede; cicatrice all’anima all’altezza dell’occhio destro per i lutti e le malattie che hanno colpito i suoi cari; cheloide di ansia al livello dello stomaco e strappo dell’anima trattato con steril strip multicolori per tenere insieme quel sottile velo di speranza che ancora le impedisce di naufragare.

“Dottoressa, mi servono i cerotti per l’anima.

Come non ne vende? Ma siamo in farmacia o al centro estetico? Sono prodotti salvavita, signora mia! Ne faccia scorta, si ricordi: i cerotti per l’anima, striscioline adesive che aiutano le persone a non annegare nel rosso e nel nero, nelle fosche tinte viola di un’anima straziata. Fanno la differenza tra portare una cicatrice e perdersi nel mare della disillusione.

Mi può almeno fare una carezza sulla testa e soffiare sul cuore?

No? Va beh, allora mi dia tutte le globulose zuccherate al limone che ha.

Quanto le devo?

Posso pagare con cicatrici e strappi dell’anima? Sa, hanno un valore inestimabile.”

Mentre immagino questo dialogo, arriva Ariel, il dito incerottato che indica nuovamente in alto.

“Dove hai male, Princess?”

Tocca la testa.

Le sorrido mestamente: “A me fa male l’anima. Ora ci mettiamo un cerotto ciascuna e passa tutto.”

E tu? Sì, tu che stai leggendo. Come stai? Lo vuoi un cerotto per l’anima? E una globulosa zuccherata al limone?