La mamma "autistica"

Indolenza

Dopo due mesi di vita in cantiere, ne ho francamente i cabasisi pieni.

Ora dovrei riporre i miei vestiti nell’armadio e le suppellettili in soggiorno, ordinare i libri per autore e titolo (ma solo se non fanno parte di una serie, ovviamente!) e invece sono seduta a chattare con un’amica e sto per mandare la dieta a puttane amoreggiando con un vasetto di Nutella.
Il senso di colpa e l’ansia le faranno da companatico e quindi ingrasserò a dismisura.

Non ho voglia di fare niente, nemmeno di leggere e ciò è davvero gravissimo, praticamente lo tsunami del fancazzismo che spalanca le porte alle goccine buone.

In realtà c’è qualcosa che desidero tanto fare: vorrei andare al mare con tutta la famiglia, passeggiare sulla spiaggia e mangiare una spaghettata con le vongole.

Sogni proibiti di un pomeriggio di inizio primavera nell’anno 1 d.C. (dopo Covid), mentre galleggio in un mare di indolenza.

Immagine di repertorio scattata a Pirano il 06/01/2020, praticamente una vita fa

La mamma "autistica"

Al mare

Avevo bisogno di pensare. Sulla mia panchina, quella sul lungomare.

Mi sono seduta stringendomi nel giubbotto troppo leggero e mille pensieri in testa, uno su tutti: cosa vuoi fare da grande?

Questo pensiero mi si incastra nelle giravolte cerebrali, una nuova maledetta ossessione che si somma a tutto il resto.

Mi sono alzata, faceva troppo freddo per restare ferma e ho passeggiato sulla diga, mentre le onde sbattevano contro gli scogli, proprio come i pensieri tra di loro.

In questo autoscontro di sogni e illusioni, non ci sono perdenti né vinti: ora c’è bisogno di concretezza, di portare a casa il pane dell’autostima e il companatico delle soddisfazioni personali, nonché del vil denaro per soddisfare quel brutto vizio di famiglia di voler mangiare 5 volte al giorno.

Tirata su la zip fin sotto al mento, mi sono nascosta nel cappuccio, protagonista sbiadita di una città pronta per il letargo.

Ho camminato a testa bassa tra le antiche vie ascoltando distrattamente le voci dei passanti e agognando un caffè, ma non avevo spiccioli e mi vergognavo da morire a pagare con la banconota da arancione.

Ho saltello sul pavimento a scacchiera della galleria: avevo scelto i neri e ho evitato accuratamente i bianchi, incurante di ciò che avrebbero  potuto pensare di me.

Sono mestamente risalita in automobile, delusa dalla mia incapacità di mettere a fuoco il futuro e di valutare razionalmente le diverse opzioni: il cuore, quel maledetto!, fa il prepotente con la mente.

Ho acceso il lettore e mi sono diretta verso casa accompagnata dalla radio che passava “Non è tempo per noi”.

Mi sono fermata ad ammirare il sole tingere di giallo la laguna sovrastato da minacciose nuvole nere, mentre un airone, disturbato un kayak che scivolava leggero, ha spalancato le ali e preso il volo.

Ho sorriso pensando che quell’istante era una perfetta allegoria della mia vita.

Sono ripartita con Eddie che urlava:

“Oh, I, oh, I’m still alive
Hey, I, oh, I’m still alive
Hey, I, oh, I’m still alive, hey, oh”

certa che oggi sarebbe andata meglio.

E deve essere così: adesso mi preparo il caffè e tosto il pane,  poi farò in modo che questa giornata sia splendida.

Tramonto sulla laguna di Grado