Ariel

Benedetta adolescenza

Sono al telefono, quando scoppia una violenta discussione: una voce pacata cerca di far ragione una voce isterica che ad ogni secondo aumenta di frequenza e volume.

Chiudo rapidamente la conversazione, butto un occhio alle scale che scendono nel seminterrato e vedo i fogli che avevo stampato per loro lanciati alla rinfusa. In soggiorno le due si fronteggiano in un epico scontro di volontà: l’educatrice è calma e risoluta, Ariel è rossa in viso e urla tutto il suo dissenso.

“Cosa sta succedendo?”, chiedo.

Elena mi dice che aveva impostato il timer e che, quando era suonato a indicare il momento di scendere, Ariel aveva preso i fogli e li aveva buttati via. Quindi Elena aveva spento la televisione e sequestrato il telecomando. Apriti cielo!, Ariel aveva iniziato ad strillare con tutto il fiato che aveva in gola.

Mentre Elena mi racconta il fattaccio brutto di Strada Triestina, Ariel, continuando a sbraitare, guarda Elena con aria di sfida e corre in camera sbattendo tutte le porte che incontra sul suo cammino.

Mi scappa da ridere, guardo Elena e le dico: “Tu lo sai che cosa sta facendo, vero?”

“No…”

“Sta prendendo il telecomando dell’altra televisione, ora verrà qua e accenderà la tv con quello, dimostrandoti che questa è casa sua e che lei è la Princess del castello.”

In quello torna la nostra iena: brandisce il telecomando come se fosse uno scettro e, guardando Elena con aria di sfida, accende la televisione. 

Questo episodio mi fa riflettere su un paio di cose:

  1. Alcuni potrebbero inferire questo comportamento all’autismo, io lo imputo all’adolescenza canaglia che tutti i bravi bambini se magna: le persone autistiche sono PERSONE, non diagnosi e non tutti i loro comportamenti sono dovuti all’autismo. Non mi stancherò, mai di ripeterlo: Ariel è in primis un BAMBINA… ops… una PREADOLESCENTE e mi devo preparare psicologicamente ad un cambiamento dei suoi comportamenti: la nuova variabile da considerare saranno gli ormoni. ORMONI GROSSI COME ELEFANTI;
  2. I cosiddetti “comportamenti problema” sono presenti in tutta la popolazione mondiale: ieri pomeriggio ne ho avuto uno d’annata, perché, quando sono tornata a casa dall’ufficio, la casa era sottosopra. Quindi se una saggia madre di 45 anni può dare i numeri, perché non può farlo la figlia novenne? Il vero problema non sta nel comportamento (sempre che non sia autolesionista o etero-aggressivo o metta le persone in situazioni di pericolo), ma nel capire cosa lo ha scatenato e trovare rapidamente una soluzione prima di arrivare alla deflagrazione e, soprattutto, prima che diventi un modus comunicativo;
  3. Ariel deve comunicare in maniera più funzionale il suo desiderio di vedere ancora un po’ di televisione, anche se devo ammettere che è stata sufficientemente chiara sulle sue volontà… Lavoreremo in modo mirato su questa richiesta, ma mi sento dire talmente spesso che, “anche se non parla, non è un problema, ciò che conta è che comunichi”, che quando succedono questi episodi, sorrido: Ariel quando è ben motivata è una poderosa comunicatrice che manco la potenza di fuoco che ci promise Conte;
  4. Sono la mamma di Ariel, non la sua terapista. A volte è davvero impossibile controllare le emozioni che annullano la freddezza necessaria ad avere tutto sotto controllo. Pensare di potersi sostituire ai professionisti in tutto e per tutto potrebbe essere deleterio. Credo che sia fondamentale il lavoro in sinergia tra famiglia, scuola, educatori e professionisti: se il patto scuola-famiglia o calcio-famiglia è importante per lo sviluppo armonico di Davide, a maggior ragione lo è per Ariel che ha bisogno di prevedibilità e coerenza per affrontare con serenità questo mondo di cui a volte non capisce il senso. Noi genitori DOBBIAMO essere preparati, studiare e formarci, ma allo stesso tempo tutti possiamo sbagliare o non essere emotivamente in grado di gestire al meglio una determinata situazione. Se questo dovesse succedere, è fondamentale avere l’accortezza di interrompere il NOSTRO comportamento problema (tipo piangere o arrabbiarci o ridere), valutare gli antecedenti e la funzione del comportamento di nostro figlio e, insieme ai professionisti, lavorare insieme affinché non consolidi alcuni comportamenti non funzionali (ad esempio urlare per guardare due minuti in più di televisione, anziché chiederlo con la CAA o verbalizzando, per chi può).

Ora chi è senza peccato e si sente un perfetto genitore ed un altrettanto perfetto educatore, scagli pure la prima pietra: io credo che tutti possiamo sbagliare e che, sebbene ad alcuni piaccia considerarci SUPER EROI o auto proclamarsi tali, non lo siamo e facciamo errori come tutti, anzi forse più di tutti, poiché a volte siamo costretti ad interpretare i pensieri di nostro figlio osservandone i comportamenti.

Ah… Volete sapere come  abbiamo risolto la situazione… 

Abbiamo ovviamente tolto ad Ariel anche il secondo telecomando e, sapendo che spesso guarda la televisione solo per noia, alla fine di una pausa strutturata di venti secondi, le abbiamo proposto un’alternativa: fare due attività con Elena e andare ad acquistare uno dei suoi libri adesivi preferiti. Ha accettato volentieri la proposta e, dopo essersi tolta il diadema, ha preso Elena per mano, ha raccolto i fogli che aveva malamente buttato ed è serenamente scesa a fare i compiti. 

La morale è: non illuderti di imporre la tua volontà ad una adolescente se non conosci bene il suo setting, perché, se nel castello ci sono due scettri, stai certa che li userà entrambi contro di te.

Gattino con sguardo assassino come quello rivolto da Ariel alla sua educatrice
Ariel · La famiglia "autistica" · La mamma "autistica"

Tisane e vampirismo

Sono stata sveglia fino alle 3.

Ho rimuginato, borbottato e, rimasta senza camomilla, ho preparato una quantità industriale di tisane fruttate, insopportabili e puzzolenti. Io odio le tisane, fanno tanto Festa della Nonna, ma il convento Apollonio stanotte passava solo quello. Come diceva mia mamma: “O mangi ‘sto osso o salti ‘sto fosso” e io ho scelto l’osso, prima uno alla cannella e arancia, dopo un altro alla mela e zenzero, infine uno alla menta delicata, verbena e rosa canina.

Mentre sorseggiavo quella roba – ho già detto che era puzzolente? -, mi sono guardata in quel pozzo nero che è il mio cuore, mi sono rivista rabbiosa e stanca, ho riletto il mio post di ieri e devo ammettere che non ci ho fatto una gran figura.

Non si possono predicare bicchieri mezzi pieni per poi razzolare nella siccità del Lago Salato dello Utah.

Quindi da oggi niente piagnistei.

Mi rimbocco le maniche e cerco di mettermi nei panni di Ariel: spero di riuscire a capire cosa le sta creando disagio e di aiutarla a trovare un equilibrio.

Siamo una squadra, io e lei giochiamo insieme questa partita. A volte lei è in attacco e io sono in difesa, altre volte è il contrario, ma abbiamo lo stesso obiettivo: crescere insieme e affrontare fianco a fianco gli ostacoli che la vita ci pone davanti. Sto cercando di imparare a rimanere un passo indietro, ma è difficile: è tanto piccola ancora!

Comunque adesso mi bevo il terzo profumatissimo caffè della giornata, sistemo la dispensa delle brodaglie, ops… delle tisane, e inizio a far lavorare Ariel sulle prassie. Ok, lo so, sono una pessima imitatrice, ma lei ride e, soprattutto, tira fuori la lingua al momento giusto.

Ah, un commento a latere nei confronti di coloro che affibbiano a noi genitori tutte le responsabilità dei comportamenti problema o socialmente inadeguati dei nostri figli: gli autistici sono persone e in quanto tali hanno un loro carattere ed un loro modo di affrontare la vita che viene costantemente influenzato da un insieme di fattori e che può variare all’interno della stessa giornata in base alla stanchezza, allo stress e chissà cos’altro. Noi siamo l’esempio da seguire, ma in tutte le famiglie con due o più figli,  a parità di stile educativo, si possono notare risposte diverse, poiché entrano in ballo i fattori di cui sopra.
Se non commetto errori, se applico le tecniche comportamentali del caso e i miei figli, messi di fronte alla medesima situazione, hanno comportamenti diametralmente opposti, la colpa non è mia: anzi non c’è nessuna colpa, ma solo una famiglia da aiutare.
Non sto dicendo che noi siamo perfetti e che i comportamenti sono esclusivamente riconducibili ai nostri ragazzi, bensì che non ha senso attribuite responsabilità.
Noi genitori facciamo costantemente errori con tutti i nostri figli, indipendentemente dal loro funzionamento neurobiologico, ma accusarci non è una buona strategia comunicativa e non aumenta la nostra consapevolezza sul modo corretto di rapportarci con loro.
Prima di stigmatizzare noi genitori, dovreste conoscere i nostri figli, lavorare e vivere con loro e anche allora, in caso di comportamenti problematici, dovreste aiutarci a migliorare, non puntarci un dito contro.
Ora, ricordatevi che un genitore che si sente un fallito, è un genitore che non è di alcun aiuto ai figli. Un genitore che pensa di essere la causa di ogni comportamento sbagliato dei  figli, non sarà mai un valido supporto alla riabilitazione (che brutta parola), ma una zavorra da ricostruire psicologicamente.

Parola di una che ieri avrebbe voluto nascondere la testa sotto le coperte e lasciare il mondo in autogestione.

E dopo il pistolotto, vi saluto, perché  ho del vampirismo autistico da studiare.

Bon.

Ciao!

E comunque non si lascia una mamma da sola sul ghiaccio. E se scivolo? E se cado?