La mamma "autistica"

Sconclusionato

Ho ricominciato a contare i passi.

Discrimino le piastrelle bianche a favore di quelle nere.

Divido mentalmente le parole in sillabe sperando che siano dispari ché la perfezione dei numeri pari mi infastidisce quanto un pezzetto di popcorn incastrato tra i denti.

In altre parole: lo stato di ansia sta raggiungendo vette mai toccate nemmeno da Messner, quando, appeso alla cima, declamava con vigore “Altizzima, purrrizzima, Levizzima!”

Nella mia vita le uniche cose purrrizzime sono le goccine buone che centellino con parsimonia, perché la strada per l’inferno dell’assuefazione è lastricata di tante piccoli dosi e io ho ancora abbastanza forza da non volermi arrendere al benessere chimico.

Io mi merito un po’ di serenità, di pace interiore, un’intera notte di sonno e un battito cardiaco regolare, “perché io valgo”.

(A questo punto immaginatemi fare il movimento di testa della Schiffer, ma con un cesto di capelli riccissimi e le vertebre cervicali che scricchiolano).

E così ci ho dato un taglio… ai capelli, ovviamente, perché è risaputo che, se una donna decide di darsi una regolata alla zucca, comincia dalla chioma e poi procede per gradi a sbobinare i neuroni. Considerato che il crollo delle sinapsi è ormai attivo da diversi anni, non dovrei metterci poi molto: per la fine della prossima settimana di essere una donna nuova di zecca, ma nel frattempo viaggio con la gioia artificiale nello zaino e, quando sento che le lacrime stanno prendendo il sopravvento, stringo il mio amuleto bianco e verde tra le mani pensando: “Triplo T, non mi avrai!” e lo ripongo nella tasca più interna.

Resto dell’idea che meglio un vasetto di Nutella oggi che una boccetta di antidepressivo domani, ma in alcuni frangenti la mora spalmabile non basta più. Non viene abbandonata, ma demansionata: mia nonna, ogni volta che doveva prendere uno sciroppo, pretendeva una globulosa zuccherata e citava Pinocchio: “Bella cosa se anche lo zucchero fosse una medicina!… Mi purgherei tutti i giorni”. Così uso la mia panacea per addolcire il gusto amaro della medicina che guarisce l’umore, ma ferisce l’orgoglio.

Perché per quanto mi riguarda non mi vergogno a dire che prendo un farmaco per cercare di stare meglio, ma mi ferisce essere scivolata sulla buccia di banana del 2020, avendo superato con le mie sole forze il 2014, anno della diagnosi di Ariel, e soprattutto il 2008, quando a ormai 33enne ed emula di quello che portava una corona di spine, presi la via Crucis del matrimonio.

Mi rendo conto che questo post segue l’invisibile filo che lega i miei pensieri, un mito a ruoli invertiti: il mio Teseo barbuto da anni cerca di capire cosa mi frulla per la testa, mentre sgomitolo persa nel mio labirinto di idee, sogni, frustrazioni.

È decisamente un articolo sconclusionato arricciato in capricci con imprevedibili colpi di sole su un base scura.

Sto male? Sicuro! Vi sembra il testo di una che sta bene?, ma almeno cerco di riderci su e mentre mi guardo riflessa nel vetro della finestra della cucina, ho un nuovo pensiero ossessivo: esiste una spuma per capelli ricci che li definisca senza avere l’effetto incollante del Bostik?

* Peramordiddio, prima di iniziare a difendere quel sant’uomo di mio marito dalle accuse di calunnia da me perpetrate: sono ironica. È una di quelle affermazioni del  tipo: è sempre stato bene, finché non è andato in ospedale. La diagnosi non è l’inizio della malattia, ma il riconoscimento della stessa, iniziata chissà quando nella notte dei tempi o addirittura nata con noi e manifestatasi un po’ alla volta. E, sì, è una banale generalizzazione, ma se dovete farmi la punta alle matite, ditelo subito che prendo ancora un paio di goccine buone. Eccheccazzo, aiutano a stare meglio, ma non fanno miracoli!

La mamma "autistica"

La regina

Ci guardiamo dritte negli occhi.

Lei del tipo “Tutto chiaro, no?”, io, invece, più un “Ma sei proprio sicura?

Mi sistemo meglio sulla poltroncina in pelle bianca, allungo le gambe incrociandole alle caviglie, il pollice e l’indice che fanno ruotare la fede in senso orario.

“Beh…, sì, insomma…”, borbotto.

Mi trovo in uno dei miei soliti momenti d’impasse in cui non sono sicura di ciò che la controparte si aspetti da me.

Tutto è iniziato ad agosto quando, piegata dalla situazione contingente, ho capito che questa volta non ne sarei uscita da sola.

Quindi, avendo quotidianamente a che fare con la regina della cazzimma, ho deciso di andare da uno specialista e di farmi aiutare. Lo dico serenamente e senza alcuna vergogna: ci vuole coraggio a chiedere aiuto. Soprattutto per chi  come me vuole sempre fare da sola. Sono friulana, il “fasin di besoi” fa parte del mio DNA.

NON QUESTA VOLTA: dormivo un’ora e mezza a notte, piangevo continuamente e stavo rovinando le vacanze a tutti.
La mia bassostima era ai minimi storici, mi guardavo allo specchio e mi chiedevo chi fosse quella sconosciuta imbruttita dalla vita.

Ho pertanto chiesto a Luca di trovarmene uno. Bravo, però, davvero bravo, perché per prendere me come paziente bisogna ambire alla santificazione.

Martedì scorso, quindi, vado alla mia terza seduta: parliamo di come sto, del sonno, dell’ansia. Mi chiede del lavoro e l’aggiorno sui problemi relazionali che sto riscontrando con alcune persone.

Mi ascolta, sorride, al momento giusto porge la scatolina dei fazzoletti, annuisce e scrive.

Approfittando di una mia pausa, mi chiede: “Secondo te perché le persone ti sottovalutano?”

“… “

“Nel tuo comportamento, nonostante quello che dici, c’è qualcosa che istintivamente le porta a pensare che tu sia sempre a completa disposizione.”

“… “

“Ti devi trattare da regina!”

Questa la so, è facile. Sono la madre della Princess e quindi sono la regina.

“Ti devi guardare allo specchio e ti devi accogliere.”

No, forse intendiamo due cose diverse.

“Ci rivediamo tra un mese, nel mentre pensaci. Guardati allo specchio, cerca di capire cosa ti rimandano i tuoi occhi e trattati da regina.”

Ed eccoci all’inizio della storia.

Ci guardiamo dritte negli occhi.

Lei del tipo “Tutto chiaro, no?”, io, invece, più un “Ma sei proprio sicura?”

Mi sistemo meglio sulla poltroncina in pelle bianca, allungo le gambe incrociandole alle caviglie, il pollice e l’indice che fanno ruotare la fede in senso orario.

“Beh…, sì, insomma…”

“… “

“Ok, ci penso, grazie. Ci vediamo tra un mese.”

Mentre esco dallo studio rimugino sul suggerimento di trattarmi da regina.

Mi vedo alla spa avvolta in un mare di spugna bianca, i camerieri che mi servono cocktail con l’ombrellino a bordo piscina, la corona riposta sul tavolino e lo scettro come segnalibro.

Sudditi!

Se per alcuni dì non leggerete i Nostri regali scritti, non arroventate le vostre plebee sinapsi, bensì magnificate la Nostra assenza, dovuta al regio trattamento che il principe consorte ci regalerà con un assegno autografato tempo fa e di cui invero non ha più memoria alcuna.

Noi, Queen Katy, esigiamo un silenzio assoluto sui nostri progetti di dipartita dalla regale residenza di famiglia, poiché il principe non ne è stato ancora informato.

A chi parlerà anzitempo, verrà mozzata la testa.

Queen Katy

P. S.: a noi permane il dubbio che la dottoressa di corte intendesse dire altro, ma intanto prenotiamo.

La mamma "autistica"

Lacrime e parole

Amo scrivere.

Un tempo pensavo che fosse semplicemente catartico, ora so che è il mio modo di dire al mondo “Guardami, cazzo, ci sono anch’io!”

In questi giorni non so più scrivere.

Mi dimeno come un’anguilla in una vasca troppo piccola.

I miei pensieri sono automobili impazzite su lastre di ghiaccio.

Non riesco a piangere, non riesco a scrivere.

Le parole non scritte sono come le lacrime non versate: un urlo in gola che le corde vocali non riescono a produrre, gocce salate nascoste dietro le palpebre.

Anelo parole e lacrime.

La mamma "autistica"

La doccia

Il getto dell’idromassaggio scorre sul collo e sulle spalle contratti dalla rabbia e dalla disillusione.

Chiudo gli occhi e sparisco in un mondo nero: in questo momento potrei spaccare un intero servizio di piatti come nella miglior sit-com americana, ma, essendo in un appartamento in affitto, non me lo posso concedere e quindi, doccia!

Cerco di controllare il battito del cuore, mentre brividi furenti mi passano sotto la pelle riscaldata dall’acqua bollente. Il respiro è corto e alto, mi impongo di inspirare lentamente, altrimenti so che presto mi troverò con il cervello scollato, sospeso e dolorante.

Un rivolo di acqua mi scorre lungo la fronte, raccoglie gli affluenti salati e, ormai ingrossato, raggiunge la bocca prima di staccarsi pesantemente dal mento e cadere sul piede destro.

Sento una vibrazione provenire dalla mia sinistra: spalanco gli occhi pensando che si tratti di Luca, invece e solo un messaggio. Ho sigillato in telefono in un sacchetto di plastica, pronta per ogni evenienza: sta facendo una via ferrata in solitaria e aspetto con ansia la sua chiamata.

Dalla mia destra proviene un verso di impaziente protesta: Ariel, seduta a gambe incrociate sul water, aspetta che le consegni il telefono. “Ancora due minuti”, le dico. “Ho quasi finito di fare la doccia e poi te lo do.” Preferisco averla qua, dove la posso controllare visto il suo nuovo record di disastri in sequenza.

“Hì!”, risponde muovendo velocemente la testa su e giù.

“Brava, grazie per la pazienza.”

Mi risciacquo i capelli, chiudo il getto e mi avvolgo nel morbido telo di spugna, mentre suona il timer che avevo impostato per dare prevedibilità alla Princess.

Passo una mano e tolgo il vapore dallo specchio: il viso che mi guarda è contratto in un’espressione sconfitta, quasi non mi riconosco, ma so di essere io. Stanca, arrabbiata, invecchiata, con i capelli lisci di acqua: sono io. La me stessa che amo di meno, quella ferita troppe volte dalla vita e che ogni volta si piega un po’ di più e che fa sempre più fatica a rialzarsi, ma che ancora non si spezza.

Non voglio essere come uno degli alberi sradicati da Vaia, non me lo posso permettere, ma chissà quanto resisterò ancora…

ariel bagno