Ariel · Il mondo intorno a noi

Un’altalena per due

Li vedo arrivare con la coda dell’occhio, mentre Ariel cerca di afferrare un brandello cobalto. Le sue scarpe bianche salgono in alto, sempre in più in alto, oltre il pendio arancione e le bande iridescenti virano al blu. In alto uno specchio del pallido satellite.

Lei ride felice.

I due si appoggiano ad uno dei montanti in legno, sotto un tappeto di umide foglie gialle, sopra rami intirizziti e sprazzi di cielo.

Li osservo: riconosco il viso stanco del genitore, gli occhi evasivi di chi non vuole parlare o giustificarsi. Lo sguardo laterale del bambino sceglie Ariel, o meglio, l’altalena di Ariel. Il seggiolino di fianco è libero, ma lui vuole insistentemente quello con cui la Princess sta sfidando tutte le leggi di gravità.

Lei ride, lui è imbronciato.

Io spingo e guardo il padre, la mano ferma sull’avambraccio del figlio, lo sguardo oltre la sua testa per non rinforzare il comportamento del moretto.

Vorrei dire a quel papà: “Lo so, ti capisco. Dammi ancora qualche minuto e la farò scendere”, ma non dico nulla, respinta dalla chiusura della sua comunicazione non verbale.

Ariel ride, lui è impaziente, strattona il padre e declama a gran voce la sua scelta:

” IO VOGLIO QUELLA! LA BAMBINA NON PUÒ STARE LÌ.”

Il padre ignora, io continuo a spingere.

Quando il bambino si calma, inizio a contare al contrario: “20-19-18… “

Il bambino si raddrizza e inizia a sorridere.

“10-9-8… “

Le sue mani si muovono veloci…

“3-2-1 e… Zeroooo! Ariel scendi!”

Ariel sorride e mi dà la mano, lui saltella felice verso quel seggiolino che lo porterà fin sulle nuvole ed oltre.

Il padre non cerca mai il mio sguardo, resta sempre chiuso in se stesso. Il mio timido cenno di saluto cade nel vuoto, Ariel indica lo scivolo, il bambino ride sull’altalena.

La luna è sparita, forse infastidita dall’incontenibile gioia dei due bambini volanti.

Il Collio friulano in autunno (per una volta ho fatto uno scatto decente💪)
Il mondo intorno a noi

Sogni friulani

Vorrei scrivere, non ho parole.

Vorrei piangere, non ho lacrime.

Vorrei sognare, sono friulana.

Autocit. da “PANNI STESI

Noi friulani ci consideriamo rocciosi.

Forgiati da secoli di invasioni, abbiamo costruito una corazza biologica fatta di diffidenza e concretezza che ci protegge dalle delusioni.

Mai sognare, mai: i sogni sono il carburante di chi si illude di poter cambiare il mondo e quando scopre di non essere abbastanza forte, saggio, intelligente o colto, i sogni si infrangono e il roccioso scopre di essere di sabbia, anziché di granito.

Mai sognare, mai: i sogni richiedono troppa dedizione. Hanno bisogno di essere costantemente alimentati e come le piante necessitano di acqua, sole e buona terra. La resilienza del fiore che cresce sulla nuda roccia a lungo andare non basta.

Mai sognare, mai: più credi in un sogno, più lo collochi al centro dei tuoi pensieri e lotti per vederlo realizzato, maggiore sarà il dolore quando si infrangerà sugli scogli della vita.

Ma cos’è una vita senza sogni?

Un deserto arido di azioni, il tempo del qui e ora, del “fasin di besoi”.

Già!, il “fasin di besoi”, la filosofia della ricostruzione friulana dopo il terromoto: noi facciamo da soli.

NOI, non io.

E questo cos’è se non la promessa di un sogno? Noi vuol dire fiducia, credere nel prossimo e sognare INSIEME per raggiungere un obiettivo.

Anche i friulani sognano, concretamente, con dedizione estrema sognano.

Amiamo la nostra Terra, la nostra marilenghe e consideriamo la nostra piccola capitale il centro del mondo.

A chi mi dirà «So che siamo friulani, ma possiamo provare a sognare» come se per noi fosse un cancro da sconfiggere, risponderò:

«Io sogno perché sono friulana, altrimenti il mio popolo si sarebbe estinto durante la calata di Attila, durante le dominazione longobarde e franche, durante le invasioni turche, durante la rivolta del “Giovedì grasso del 1511”, quando Napoleone ci cedette all’Impero Asburgico o quando fummo teatro della Prima Guerra Mondiale. Sogno, perché sono una donna fatta a cipolla: uno strato di roccia delle nostre belle montagne, uno strato di sabbia delle nostre lunghe spiagge, il cuore di vento, quello stesso vento che ha portato i nostri sogni fino in America, in Australia, in Svizzera o in Belgio.

Io sogno e non smetterò mai di farlo.

Sono friulana e sogno.»

fusine

Il mondo intorno a noi

Maria

Maria ha i capelli sottili come quelli di un neonato, la fronte alta, le sopracciglia sottili.

È un po’ sorda e per parlare con lei bisogna urlare molto. Parla in dialetto stretto, sa l’italiano ma non lo usa volentieri: è la lingua delle Istituzioni, per gli affetti usa solo il friulano, la marilenghe (*) che ha imparato dalla madre e dalla nonna tanti anni fa. Non ha mai conosciuto il padre, morto nella Campagna di Russia quando lei era ancora molto piccola.

Le cannule nasali per l’ossigeno sono un po’ storte: le danno fastidio e ogni tanto le sistema con la mano macchiata dall’età. La mascherina chirurgica è del medesimo colore della camicia da notte che indossa.

Ha paura, si sente sola e sente la mancanza di figli e nipoti che non vede dal giorno del ricovero.

È entrata in ospedale tre giorni fa perché si sentiva male, molto male: febbre, dolori muscolari e uno strano incarnato giallastro che peggiorava di minuto in minuto.

Stefano, il figlio, ha chiamato subito il 112 temendo si trattasse del nuovo virus che ha paralizzato il mondo e gli hanno detto di portare immediatamente la madre in ospedale. Da quando ha parlato con l’operatore, queste parole gli rimbombano in testa: “Il COVID-19 non dà ittero: potrebbe essere altro.”

Stefano l’ha accompagnata in Pronto Soccorso e da allora Maria è sola: tamponi, eco, prelievi, tac.

La buona notizia è che non è COVID-19, la cattiva è che si tratta di epatite.

I figli sono in ansia per lei, vorrebbero vederla, ma i protocolli non lo consentono: solo i parenti dei pazienti terminali possono accedere al reparto e Maria, tutto sommato, sta ancora bene.

Stefano chiede ai Sanitari notizie della madre: stabile, tranquilla, sente la vostra mancanza.

“Lo so che non si potrebbe, ma mi potete inviare un suo video così mi rendo conto di come sta?”

I Sanitari si guardano negli occhi e lentamente annuiscono: al posto di Stefano anche loro vorrebbero vedere con i propri occhi.

“Preferisce una video-chiamata?”

“Mi organizzo per domani, ma se stasera mi poteste inviare il video, mi togliereste davvero un peso dal cuore…”

Così i Sanitari vanno da Maria e urlando le spiegano cosa sta per succedere, la sollevano un po’, le riavviano i capelli e le sistemano le cannule.

Maria cerca di sorridere nel video, ma la voce le trema, è emozionata: non si era mai fatto riprendere prima. Agita la mano nodosa davanti allo schermo, li rassicura sullo stato di salute, “Mi sento come a casa”, chiede come stanno i bambini, se stanno dando da mangiare alle galline e se hanno piantato i cetrioli. Confessa “Ho un po’ di paura…”

Un ultimo saluto con la mano aperta, un’inquadratura sghemba e poi il nero della fine del video.

L’ultima cosa che si sente, è la voce rotta dal pianto di uno dei Sanitari che le fa i complimenti: “Brava, Maria! Adesso Stefano sarà tranquillo e domani vi potrete vedere nel telefono.”

Maria ha un improvviso peggioramento e muore durante la notte con il solo conforto dei Sanitari: uno di loro le ha stretto la mano per tutto il tempo.

Per Maria non ci saranno più videochiamate, non ci saranno più compleanni, non ci saranno più galline da accudire e nipoti da viziare; niente più figli da abbracciare, niente cetrioli da piantare; nie tombule cu lis amîs lì dal plevan(**). Possiamo solo sperare che non avesse troppa paura quando ha chiuso gli occhi per l’ultima volta.

Quel video girato con mano tremante da chi ama l’Essere Umano oltre che il proprio lavoro, sarà l’ultimo, prezioso ricordo che Stefano avrà della sua amata mamma. Lo salverà sul computer e lo vedrà e rivedrà ogni volta che ne sentirà la mancanza.

La storia di “Maria” e “Stefano” è vera, i nomi e i dettagli no: “Maria” è morta da sola, in un letto di ospedale per una patologia diversa dal Covid-19.

I Sanitari che hanno fatto il video sono perseguibili penalmente, poiché per lo Stato Italiano hanno violato la privacy di “Maria” e della sua famiglia, sebbene avessero ricevuto l’autorizzazione di “Stefano”.

Queste persone hanno il mio personale plauso: ci sono momenti in cui la prosocialità è più forte delle leggi create dall’uomo e ognuno di noi, ora più che mai, deve dimostrare chi è veramente.

Io provo amore per “Maria” e “Stefano”, per i Sanitari che hanno seguito il loro cuore e per tutti coloro che in questo momento sono straziati dal dolore della perdita.

Tutto il resto è poca cosa. Almeno nel mio piccolo mondo fatto di amore ed emozioni.

(*) friulano, trad. lingua madre

(**) friulano, trad.: niente più tombola con le amiche in canonica

Foto dal web