La mamma "autistica"

Al mare

Avevo bisogno di pensare. Sulla mia panchina, quella sul lungomare.

Mi sono seduta stringendomi nel giubbotto troppo leggero e mille pensieri in testa, uno su tutti: cosa vuoi fare da grande?

Questo pensiero mi si incastra nelle giravolte cerebrali, una nuova maledetta ossessione che si somma a tutto il resto.

Mi sono alzata, faceva troppo freddo per restare ferma e ho passeggiato sulla diga, mentre le onde sbattevano contro gli scogli, proprio come i pensieri tra di loro.

In questo autoscontro di sogni e illusioni, non ci sono perdenti né vinti: ora c’è bisogno di concretezza, di portare a casa il pane dell’autostima e il companatico delle soddisfazioni personali, nonché del vil denaro per soddisfare quel brutto vizio di famiglia di voler mangiare 5 volte al giorno.

Tirata su la zip fin sotto al mento, mi sono nascosta nel cappuccio, protagonista sbiadita di una città pronta per il letargo.

Ho camminato a testa bassa tra le antiche vie ascoltando distrattamente le voci dei passanti e agognando un caffè, ma non avevo spiccioli e mi vergognavo da morire a pagare con la banconota da arancione.

Ho saltello sul pavimento a scacchiera della galleria: avevo scelto i neri e ho evitato accuratamente i bianchi, incurante di ciò che avrebbero  potuto pensare di me.

Sono mestamente risalita in automobile, delusa dalla mia incapacità di mettere a fuoco il futuro e di valutare razionalmente le diverse opzioni: il cuore, quel maledetto!, fa il prepotente con la mente.

Ho acceso il lettore e mi sono diretta verso casa accompagnata dalla radio che passava “Non è tempo per noi”.

Mi sono fermata ad ammirare il sole tingere di giallo la laguna sovrastato da minacciose nuvole nere, mentre un airone, disturbato un kayak che scivolava leggero, ha spalancato le ali e preso il volo.

Ho sorriso pensando che quell’istante era una perfetta allegoria della mia vita.

Sono ripartita con Eddie che urlava:

“Oh, I, oh, I’m still alive
Hey, I, oh, I’m still alive
Hey, I, oh, I’m still alive, hey, oh”

certa che oggi sarebbe andata meglio.

E deve essere così: adesso mi preparo il caffè e tosto il pane,  poi farò in modo che questa giornata sia splendida.

Tramonto sulla laguna di Grado
La mamma "autistica"

Panni stesi (pensieri sparsi)

Sono una leonessa in gabbia, senza denti.
Sono un’anguilla che scivola tra le rocce, in allevamento.
Sono una lavoratrice indefessa, cassa integrata.

Vorrei scrivere, non ho parole.
Vorrei piangere, non ho lacrime.
Vorrei sognare, sono friulana.

Costruisco ponti, senza cemento.
Combatto, senza armi.
Volo, senza ali.

Sono.
Voglio.
Vivo.

La rabbia divora.
La pazienza logora.
La speranza sorregge.

Sogni resilienti, fiori sul cemento.
Pensieri sparsi, panni stesi al sole.
Lacrime appese, attesa di domani.

“Panni stesi”, Mario Braidotti, 1965
Il mondo intorno a noi

Pensiero fisso

Ho un pensiero fisso che mi rimbalza nella scatola cranica: quando torneremo alle nostre vite, chi penserà a noi caregivers e ai nostri cari?
Le nostre energie vengono lentamente bruciate dall’accudimento costante e dalle mille abilità richieste durante questa quarantena. Ne avremo ancora a sufficienza quando riprenderemo le  nostre routine fatte di lavoro, terapie, piscina, logopedia…?

 

Chi assisterà i nostri amati genitori, figli, fratelli quando i centri e le scuole saranno ancora chiusi, i servizi assistenziali non saranno ancora riattivati, ma dovremo riprendere le attività lavorative?

Se avete le risposte, vi prego di condividerle con me, perché ci sto perdendo la testa e prova ne è che il post è di soli 800 caratteri spazi inclusi: pure la logorrea mi sta abbandonando.