Ariel · Il mondo intorno a noi

Giocattoli

“Devo fare un regalo ad una bambina di 6 anni. Cosa le posso prendere?”

Volevo fare un pensiero ad una dolcissima seienne, ma non so quali giochi o trasmissioni appassionino le bambine.

Ariel non è interessata ai giocattoli, da anni lavoriamo per insegnarle a giocare e a rispettare i turni. Anni di “Mamma… Ariel… Mamma… Ariel…”

Ha pochi interessi che in un attimo diventano ossessioni, non fa giochi di finzione, tanto che ha ripetutamente tentato di strangolare la sua prima bambola. A meno che non stesse giocando alla serial killer…

Le piacciono i libri con gli stickers e i giochi di movimento come nascondino, ovviamente a modo suo: io conto e lei mi aspetta di fianco, ridendo felice, in attesa che la acchiappi.

Adora correre all’aperto, vedere le foglie che si muovono, ascoltarne lo scricchiolio sotto i piedi e farsi accarezzare dal vento, scaldare dal sole, bagnare dalla pioggia.

Ariel è libera come l’aria, uno spirito che è impossibile imprigionare in luoghi comuni: non è superintelligente, non è superordinata, anche se, lo ammetto, è l’unica della famiglia ad usare la scarpiera; non mette oggetti in fila, cosa che, invece, faceva Davide, da piccolo: lui trascorreva ore ed ore a costruire autostrade di automobiline incolonnate al casello, che manco il valico di Fernetti a Ferragosto.

Ariel non ha alcun talento particolare: non sa riprodurre paesaggi ricchi di dettagli dopo averli visti una sola volta (*), non sa scrivere libri con linguaggio forbito, non sa parlare, figuriamoci cantare come un usignolo!

Pensavo di poter sfruttare la sua abilità di fare i puzzle anche al contrario, ma mi hanno detto che non è una qualità particolarmente richiesta nel mondo del lavoro.

Devo ammettere che non so se sia leale e sincera, non so se prova interesse per l’ambiente che la circonda, non so nulla del suo mondo interiore, perché comunica solo le sue necessità primarie: fame, sete, sonno, telefono, solletico.

È felice, o almeno serena?
Non lo so. A volte sicuramente no, altre mi sembra di poter prendere la sua gioia tra le mani, tanto è densa.

Non sono certa di moltissime cose, ma alcune le so.

So che i miei figli sono tutta la mia vita e che li amo incondizionatamente, indipendentemente dal loro funzionamento. Sogno che abbiano vite piene e soddisfacenti, adatte a loro e non aderenti alle mie aspettative.

So che non voglio conformare Ariel a me e che è mio dovere di madre aiutarla ad essere la migliore se stessa possibile.

So che la sua condizione non la rende né migliore né peggiore, tantomeno speciale: è una persona con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, punti di forza e debolezze.

E allora basta con le generalizzazioni, siano esse volte all’inclusione o all’esclusione: ognuno di noi è unico e cercare di incasellare le persone è sempre sbagliato.

Io sono io, Davide è Davide, Ariel è Ariel: siamo Persone, non un paio di mutande di H&M, con etichette lunghissime e difficili da togliere.

(*) Stephan Wiltshire è un autistico savant in grado di riprodurre un’intera città dopo averla vista una sola volta da un elicottero.
NON TUTTE LE PERSONE AUTISTICHE SONO SAVANT
(Ariel a sei mesi e la sua bambola, in un raro istante di tregua)
Il mondo intorno a noi

La mia scuola è differente

Oggi sono incappata in due post che mi hanno davvero ferita, delusa e dato da pensare.
Il primo post si trovava in un gruppo pubblico di professionisti della scuola, ProfessioneInsegnante.it.
Vi prego gentilmente di leggerlo con calma prima di continuare con il mio articolo. 
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Fatto? Bene.
 
Il post è stato rimosso dalla pagina, così non è per la mia profonda delusione: quando me lo hanno segnalato c’erano 565 reazioni, un paio di faccine stupite, un’unica faccina arrabbiata. I commenti erano moltissimi, pochi contrari al post. Un’orda di insegnanti concordi nel dire che la didattica individualizzata è un’utopia. Quindi che facciamo? Partiamo sconfitti e lasciamo che a tutti i bambini o ragazzi con difficoltà di apprendimento o bisogni educativi speciali vengano messe le orecchie d’asino come ai tempi di “Cuore”? Cosa vogliamo insegnare alle prossime generazioni? Che se hai qualche difficoltà non hai diritto ad un percorso alternativo che ti possa aiutare ad affrontare le tue difficoltà? O sei medioman o sei fuori?

Vi do alcune brevi informazioni per contestualizzare la prossima immagine.
Una mia cara amica ha scritto un post duro e realistico sulla difficile e faticosa assistenza al figlio autistico grave. È un post appassionato e sincero che lascia trapelare il dolore e la preoccupazione, ma anche la rabbia di questa mamma. Il post è stato condiviso innumerevoli volte, tra cui in Vorrei prendere il treno, una famosa pagina che tratta di disabilità. Qui il post ha ricevuto molte reazioni e commenti, alcuni parlavano di “scuole speciali” e si dava a Basaglia dell’utopista. Un mio contatto, che stimo sia a livello personale e professionale, è intervenuto segnalando la propria perplessità sulle scuole speciali. Apriti cielo! La seguente simpatica dimostrazione di empatia è una delle risposte che ha ricevuto il mio amico.
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Vi prego, ditemi che sono stanca e che ho capito male il senso di questo post e che gli insegnanti non la pensano davvero così.
 
Vi prego, ditemi che gli insegnanti amano il loro lavoro e che mia figlia non è una “caso che non si augura a nessuno”.
 
I miei figli sono fortunati, frequentano un piccolo plesso in cui ogni bambino è seguito con amore e dedizione, ma per quanti è così?
 
Io sogno una scuola diversa: una scuola in cui tutti i bambini sono seguiti con competenza, dedizione e attenzione rispettandone le caratteristiche peculiari, consolidano i punti di forza e vengono aiutati a superare le proprie difficoltà.
Se è vero che la scuola è il luogo preposto al raggiungimento di competenze didattiche, è altrettanto vero che vi si acquisiscono molti altri apprendimenti, in primis sociali quali il rispetto del diverso e la consapevolezza che il medesimo obiettivo può essere raggiunto anche seguendo percorsi diversi.
 
Vorrei una scuola che aiuti i bambini ad accrescere le loro capacità relazionali e la fiducia in loro stessi, sentendosi apprezzati e rispettati per le loro caratteristiche personali.
 
Vorrei formazione adeguata per una corretta inclusione, test psicoattitudinali, motivazione e rispetto per il diverso.
 
Non sto facendo di tutta l’erba un fascio, so che non è giusto demonizzare un’intera categoria per alcune persone che probabilmente hanno sbagliato lavoro. Mia suocera è un’ex insegnante che, per amore dell’insegnamento e dei suoi bambini, ha posticipato il pensionamento pur di accompagnare la sua classe quinta fino alla fine della scuola primaria.
 
A chi ha scritto il post ed il commento, a chi ha messo “like” e a chi ha messo “cuoricini” dico:
 
Se non amate la diversità, se volete lavorare in “serie”, lasciate il vostro posto a chi ama davvero l’insegnamento e andate a lavorare in catena di montaggio;
 
Se non amate l’unicità dei nostri bambini, lavorate con le cose, non con le persone;
 
Voi avete il privilegio di supportare lo sviluppo delle menti delle nuove generazioni: se non siete in grado di lavorare sull’inclusione e sulla valorizzazione dei tratti peculiari di ciascuno studente, fate altro. Probabilmente siete più adatti a sistemare i barattoli dei pelati al supermercato, ma occhio: alcuni potrebbero essere ammaccati. Riuscirete a sopportarlo?
Il mondo intorno a noi

Le amiche

Le amiche sono angeli con i quali si può dividere un cappuccino drammatizzando i piccoli problemi della vita (come il microcostume che mi hanno portato Luca e Davide dalla Sardegna) o sdrammatizzando quelli veri.

Le amiche sono consigliere implacabili che, senza tanti peli sulla lingua, ti impediscono di uscire di casa con quella gonna orribile che ti fa sembrare un arrosto avvolto nell’alluminio.

Le amiche sanno quando stai male anche se ti dipingi in faccia un sorriso a trentadue denti e, silenziosamente, ti porgono un fazzoletto, aprendo così le dighe che Assuan, fatti in là.

Le amiche sanno che a volte esageri con l’allegria per nascondere la tristezza e ti propongono una pizza scacciapensieri o un weekend alle terme tra sole donne più o meno disadattate (a buone intenditrici poche parole!).

Le amiche in pubblico sono sempre schierate con te, salvo poi farti una super-ramanzina appena siete sole, perché “Ok, che siamo amiche, ok che ti voglio bene, ma quando sbagli, sbagli!”

Le amiche si offrono di tenere Davide con loro quando la situazione in casa diventa difficile e sanno che se lui è sereno, tu puoi gestire la Princess con più tranquillità.

Le amiche ti mandano un whatsapp per condividere un bel momento o per dividere con te la fatica dell’ennesimo peso.

Le amiche mobilitano l’universo per scoprire la marca di brioche preferita da Ariel.

Le amiche ti lasciano usare i loro post per i tuoi vaneggiamenti su Facebook e ridono come se fosse la prima volta che li leggono.

Le amiche diventano sorelle, le sorelle diventano amiche.

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Prima dell’inizio dell’asilo, pensavo che ad Ariel sarebbe stato negato tutto questo. La sua inadeguatezza sociale, l’assenza di linguaggio sono ostacoli enormi che spesso gli adulti stessi fanno difficoltà a superare.

Mi sono spesso chiesta se sarebbe stata inclusa nel suo gruppo classe o se avrebbe passato le sue giornate reclusa nell’aula di sostegno.

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Ariel è stata fortunata: ha sempre trovato maestre e compagni meravigliosi. Io sono stata superfortunata perché ho incontrato genitori generosi e comprensivi che ci hanno sempre supportato e ai quali voglio davvero un gran bene.

Temevo il passaggio alla primaria, ero pressoché certa che, aumentando il divario con i suoi compagni, Ariel sarebbe stata sola.

Invece no. I suoi compagni le vogliono bene e la cercano nonostante il suo carattere terribile peggiorato da un autismo grave,

Il vero dono di questo anno scolastico, però, Ariel lo ha ricevuto dai compagni di quinta che l’hanno cercata, amata, protetta e coccolata in quel modo spontaneamente sincero e disinteressato che solo i bambini hanno.

Settimana scorsa, il giorno dopo il suo compleanno, Ariel ha ricevuto un libretto fatto da alcune bambine di quinta. Non nego di essermi commossa quando l’ho letto: loro sono diventate le mie scrittrici preferite!

“PETALO O FIORE? PETALO SEI SOLA, FIORE NON SEI SOLA… FIORE!! VUOL DIRE CHE NON SEI MAI DA SOLA”!

Non ho mai letto parole più belle!

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“SEI LA NOSTRA GIOIA, LA NOSTRA AMICA, LA NOSTRA ANIMA SEI GIOIOSA E DIVERTENTE SIGNIFICHI TANTO PER NOI E SPERIAMO ANCHE PER VOI”
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“ARIEL E’ SPECIALE”
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“A LLEGRIA / R IBELLE / I NTELLIGENTE / E NERGICA / L’INCREDIBILE”

Pensavo che dopo essermi emozionata così tanto ed aver pianto l’Oceano Indiano, non sarebbero più riusciti a stupirmi ed invece… mai mettere limiti alla sensibilità dei bambini.

Oggi c’era la recita di fine anno. I bambini di quinta hanno preparato una pergamena come simbolico passaggio di testimone ai compagni di quarta affinchè il prossimo anno siano loro a giocare con Ariel.

Inutile dire che ho pianto come una fontana per tutto il tempo!

Ariel è una bambina molto fortunata. Lei non ha bisogno di essere inclusa: LEI HA DEGLI AMICI CHE LE VOGLIONO BENE!

“ARIEL NON E’ MAI DA SOLA!”

Ho deciso di incorniciare le singole pagine per poterle guardare nei momenti di sconforto e mi auguro di riuscire ad avere una copia della pergamena: avrà il posto d’onore nella camera di Davide e Ariel.

Oggi il bicchiere è strapieno di amore per i piccoli amici di Ariel che la amano e la cercano come solo i veri amici fanno.

A proposito di bere… E’ da quando sono arrivata a casa che mi sono attaccata alla bottiglia… d’acqua perché, a forza, di piangere sono completamente disidratata, ma, credetemi, è tutto perfetto così.