La mamma "autistica"

Quello che ho capito finora vivendo con Ariel

(Convinzioni e strategie di una madre neurotipica a medio funzionamento)

Di fronte alla sicumera con cui alcuni genitori snocciolano informazioni sulla condizione dei figli, io affermo con altrettanta certezza di saperne sempre di meno. Più leggo, più dubbi mi vengono. Più vivo con Ariel, più mi chiedo se le sto offrendo tutti gli strumenti affinché possa avere una vita serena anche quando non ci sarò più.

Di seguito, listato in 20 punti, un pot-pourri di saggezza materna e consigli per la madre tipica  a medio funzionamento (se sei ad alto o basso, mi dispiace, ma non ti posso essere di aiuto. Vai direttamente al punto 6):

  1. È una maratona ad ostacoli, non un 100 mt piani: armati di pazienza, perché tua figlia sarà sempre un passo avanti a voi nella distruzione dell’ambiente circostante. Asciugatrice e cassettiera, R.I.P.! Colgo l’occasione per ricordare al Sig. Presidente Del Consiglio che sono ancora in attesa dei ristori per la distruzione autistica durante il lockdown;
  2. Diffida dal silenzio: è il tuo peggior nemico (e anche di tutto ciò che può essere rotto, mangiato, lanciato, strappato, allagato…);
  3. Meglio una pausa oggi che un weekend domani: prenditi tutte le occasioni di riposo possibili, poiché non puoi prevedere il prossimo filotto di notti in bianco;
  4. Etichetta gli spazi di tua figlia per agevolarla nell’utilizzo autonomo dei suoi materiali e giochi: vedrai che funzionerà per tutti i membri della famiglia, tranne che per tuo marito, quello è senza speranza e non trova nemmeno gli occhiali sul naso;
  5. Fai una scorta di vaffanculo da distribuire a grappoli ogni volta che, dopo uno sguardo sommario lanciato in un raro momento di tregua, qualcuno ti dirà: “eppure non sembra autistica…”, ovviamente con il sorriso sulle labbra per non passare da maleducata;
  6. Trovatene uno bravo che ti dia, all’occorrenza, le goccine buone: non trascurare la tua salute mentale, ci pensa già la vita a bistrattarti, tu “trattati da regina” (ovviamente per voi, sudditi, è solo un modo di dire);
  7. Studia e leggi tutto quello che puoi sull’autismo, ma ricordarti che per alcuni professionisti “sei solo la mamma”: in quelle occasioni, accingi pure alle scorte di vaffanculo del punto 5, ma ricordati di rimpinguare la scorta;
  8. Quando esci con la creatura, porta sempre con te: i suoi occhiali da sole e le cuffie per proteggerla da rumori improvvisi o troppo acuti o troppo grevei, le sue bibite e cibi preferiti (non si sa mai che tu non li trovi dove stai andando), libri e giochi per intrattenerlo, il quaderno della CAA o il tablet vocale, un paio di scarpe e una felpa per sostituire quelle che abbandonerà furtivamente in qualche luogo, le goccine per te per tenere sotto controllo l’ansia… ok, stai a casa che è meglio. No, scherzo, esci e lascia le goccine a casa, ma prendile prima di uscire e acquista un carrellino per la spesa: è vero che fa pensionato alla Coop, ma ti eviterà la lussazione della spalla o la scoliosi;
  9. Se intendi pranzare fuori casa, informati sul menù e, se non ci sono alimenti graditi alla tua Lorenza Vitali, chiedi se ti possono cucinare le scorte alimentari al punto 8 (se non sai chi è questa signora, vai su Google e cercatela, non posso mica fare tutto io!);
  10. se tua figlia ha una selettività alimentare, scordati le vacanze in hotel. Tuo marito ti dirà serenamente: “Suvvia, che sarà mai!; ci sono degli appartamenti bellissimi, non sarà mica un problema anche se devi cucinare ogni tanto…” A questo puoi attingere ai vaffanculo del punto 5 (per quello devi averne sempre una scorte abbondante e fare un ordine call off al tuo fornitore di fiducia!) e delle goccine del punto 6;
  11. non andare al mare d’inverno: l’acqua è un diavolo tentatore in ogni stagione e da noi è difficile trovare negozi sulla spiaggia che vendano il grasso di foca per impedirti di morire assiderato. Mentre tu valuti se morire di freddo o di crepacuore, tua figlia è già arrivata in Croazia;
  12. I cani possono essere i suoi peggiori nemici nemici o i suoi migliori amici: nessuna delle due situazioni è ottimale… Se sono nemici, tua figlia si arrampicherà sul tuo braccio con la stessa agilità di uno scimpanzè nonostante i suoi leggiadri 32 kg, lussandoti almeno una spalla e due vertebre; se sono amici, lo vedrai serenamente infilare la manina in bocca ad uno dei cani più feroci del mondo o cercare di salire sull’automobile di un allibito sconosciuto, solo perché sul sedile posteriore c’è un cagnolino che somiglia tanto al suo cucciolo;
  13. Perderai la tua italianità: sarai costretta a rispettare le regole per assecondare la sua natura precisa e rispettosa delle stesse. La strada si attraversa solo sulle strisce pedonali e con il semaforo verde. Le regole base, perdìo!
  14. Imparerai a conoscere il valore di mercato di un metro di velcro e a distinguerne il maschio della femmina. Fanne scorta, perché la C.A.A. ne va ghiotta;
  15. Dosa bene le parole, non usarne più del dovuto, e cerca di evitare il sarcasmo: tutti i bambini non lo capiscono, tua figlia però è cintura nera di interpretazione letterale e forse non lo capirà nemmeno da adulta… esattamente come il padre, insomma. Ah, la genetica!;
  16. Se vuoi evitare di dare troppo potere alla criatura, acquista apparecchi televisivi di marche differenti, altrimenti, mentre stai preparando la cena in cucina, la tua televisione verrà spenta dalla camera o, nel momento in cui stanno i detective stanno per rivelare chi è l’assassino, apparirà improvvisamente Masha a cavallo del suo maialino e tu, porca trota, non conoscerai mai né assassino, né movente;
  17. Acquista tutto a multipli di due: prima o poi perderà uno dei pezzi e solo così eviterai uno tsunami casalingo da articolo spaiato o pezzo di puzzle mancante;
  18. Accrescerà la tua autostima come fashion blogger: anche se indossi un sacco di iuta e le tue ciabatte ricordano quelle di Nonna Abelarda, lei le troverà irresistibili e ti tratterà da grande influencer rubandotele dai piedi… poi passerai la giornata a cercarle in giro per casa, ma quella è un’altra storia;
  19. Avrai un tecnico informatico in casa in grado di trovare nuove funzionalità che non avresti mai immaginato e che, per insegnarti il rispetto delle regole e chi è che comanda in casa, metterà delle password a te sconosciute, impedendoti di sviluppare un’ossessione per il tuo telefono;
  20. L’altalena è uno stile di vita che si affronta con rispetto: tempo minimo di permanenza: 5 minuti per lato, prima fronte casa, poi fronte strada. L’altalena è gioia, l’altalena è speranza, l’altalena è vita… Per chi dondola, per chi spinge è un’immane rottura di coglioni. Voi che sapete sempre tutto, esiste un’altalena che si spinge da sola o mi devo ridurre a comprare un soffiatore come il nonno di una vecchia pubblicità di Amazon?

Confesso che avevo intenzione di scrivere un post serio in cui descrivere la fatica che si nasconde dietro alle risate con cui cerco di sdrammatizzare la vita con una bambina come Ariel, ma non ce l’ho fatta… Le persone ricordano due cose: le risate e le lacrime, io preferisco le prime.

Spero di averti strappato almeno un sorriso, ma due cose serie le DEVO dire (lo so che avevo detto che erano 20, ma mi sono presa una licenza letteraria):

  • I suoi abbracci e i suoi baci ti daranno la spinta per affrontare i giorni difficili e le battaglie che dovrai affrontare;
  • A volte il sorriso nasconde il dolore, a volte il sorriso è davvero un sorriso: tu usalo come la più potente arma di difesa o di distruzione e sfoggialo con tutti. Chi ti conosce davvero saprà vedere la maschera e, se ti ama, ti tenderà una mano. Tutti gli altri non potranno comunque fare nulla e allora non ha senso appesantire anche le loro vite.

FUORI CONCORSO (c’è sempre un libro o un film di indubbia bellesssssa che non entra in competizione, chissà perché…)

Non arrenderti mai e abbi fiducia in tua figlia: se non credi tu in lei, nessun altro lo farà. Amala, lotta, costruisci per lei e con lei. Quella creatura che di notte ti stringe forte, è colei che più ti amerà al mondo se tu la rispetterai e avrai fiducia nelle sue capacità.

Una volta si diceva che una donna incinta deve mangiare per due. Sbagliato: una donna incinta deve nutrirsi in modo sano, bere molto e fare movimento tutti i giorni per il proprio benessere e di quello della creatura che porta in grembo.

Quello che è vero e che la madre di una persona disabile deve vivere per due: portare avanti la propria vita di donna, moglie, madre, figlia, professionista (se non è stata costretta a licenziarsi per seguire quella creatura che ama più di se stessa) e affiancare costantemente la figlia per costruire un modo che la accolga senza pregiudizi.

A fine giornata, quindi, puoi concederti sempre e comunque un rinforzo positivo: che sia un bicchiere di vino rosso o una barretta di cioccolata, un buon libro o un’intera stagione di “Revenge”, non viverlo mai come se fosse qualcosa di cui vergognarti o tempo rubato ad altro. Te lo meriti.

E per quanto riguarda i rinforzatori goderecci, ricorda: fanno ingrassare solo se li mangi con il senso di colpa.

Il mondo intorno a noi

Ognun al sint al sô mâl

Ognun al sint al sô mâl.

Aveva ragione la Nonna: ciascuno di noi sente il proprio dolore e lo reputa il più forte, un’esclusiva tutta nostra da poter rinfacciare al mondo come una rivalsa.

In un periodo brutale come questo, cerco di evitare i social farciti di post e commenti che nulla hanno a che fare con il quotidiano in casa Apollonio.

Invidio i commenti di chi cerca l’ennesima idea per arginare la noia, perché la noia io non me la posso concedere. Nonostante tutto l’impegno che ci metto, ogni mattina mi ritrovo esattamente a fare le medesime pulizie, novella Penelope della scopa e dello straccio, con un occhio perennemente puntato su Ariel. Appena mi giro un attimo, combina disastri di proporzioni disumane. Tempo di girare la testa e si sta masticando il tappo del pennarello. Venerdì, mentre preparavo i popcorn a Davide, ha sfondato lo sportello dell’asciugatrice e, sapendo di averla fatta grossa, lo ha nascosto nella doccia (alla faccia della proverbiale onestà delle persone autistiche). Intenta a capire se l’amato elettrodomestico fosse riparabile, sento un tonfo poderoso: in cinque minuti Ariel ha ribaltato la cassettiera della camera matrimoniale. Poteva finire molto male, evidentemente la Nonna a cui avevo appena finito di gettare uno sguardo su di noi, l’ha protetta.

Se si sommano l’ansia di Davide e la paura che mi attanaglia ogni volta che vedo arrivare una telefonata da Luca, la misura è colma: qua la noia è bandita, non ha alcun diritto di accesso tra queste quattro mura.

Mi fanno sorridere i post di coloro che parlano della strepitosa capacità di adattamento dei ragazzi autistici a questa situazione: vorrei capire a quali statistiche si riferiscono, perché Ariel non si sta adattando proprio per niente e so per certo che non è l’unica. Mi consegna la cartina della SPIAGGIA e piange per ore perché vuole uscire. Non c’è strutturazione che tenga, non c’è X rossa sulla cartina che tenga, non c’è storia sociale che tenga. Lei vuole la sua vita, lei rivuole le sue routine. Gira per casa con il vecchio planning settimanale dove ha attaccato le cartine di SCUOLA e ELENA (l’educatrice che la segue a casa). Le faccio rispettare la nuova pianificazione, fa i compiti e vivaddio che ci sono, altrimenti avremmo entrambe passato le giornate a tirare testate al muro, guarda i cartoni animati. In questi giorni la porto pochissimo sull’altalena, perché la bora è implacabile. Ci sono persone autistiche che si sono adeguate, altre lo stanno facendo più lentamente e altre ancora a cui questo lungo periodo sta creando grossi problemi. Le generalizzazioni non vanno mai bene ed è per questo motivo che non mi stancherò mai di ripetere che quando parlo di autismo, parlo di Ariel, senza alcuna pretesa di estendere il nostro vissuto al resto del mondo.

Mi infastidiscono i commenti di chi sa tutto: noi italiani siamo i massimi esperti in ogni disciplina, mai una volta che avessimo l’umiltà di dire “Non lo so, non so che cosa farei al suo posto”. Abbiamo sempre consigli ed opinioni su tutto, riusciamo ad interpretare ogni disposizione a nostro uso e consumo consigliando agli altri di “studiare l’italiano” attaccandoci alla punteggiatura, quella maledetta!, che osa dare un senso diverso ad un periodo. Le virgole sono le peggiori, sembra quasi che i politici le buttino lì a caso, per il gusto di mettere in crisi le nostre sinapsi già deteriorate dalla noia.

Per fortuna la settimana goliardica dei balconi si è chiusa senza eccessivo clamore: estinta come l’entusiasmo delle persone che finalmente hanno iniziato a capire che c’è ben poco da ridere, quando decine di camion partono dalla Lombardia con le salme di persone morte sole, senza l’abbraccio dei parenti, senza un funerale. Penso sopravvissuti, a chi ha perso un caro in questo momento, al senso di vuoto che avranno sempre tra le braccia, al rimpianto di non essere stati là a tenergli la mano.

La quarantena non è un premio vacanza, la quarantena è un modo per tutelare tutti noi da quel nemico invisibile e stronzo che sembra divertirsi alle nostre spalle.

Potrei continuare a lagnarmi per giorni e non ne ho voglia, non mi piace fare la lagna, ma non mi piacciono le diatribe del cazzo che ho letto nell’arco degli ultimi dieci giorni:

Nord contro Sud e viceversa;

Runners contro Restodelmondo;

Neurodiversi (e loro famiglie) contro Neurotipici perché “noi abbiamo sempre vissuto così”;

Le Aziende aperte contro le Aziende chiuse e viceversa…

Dipendenti contro Partite IVA;

Genitori contro Tutti “perché io cosa gli faccio fare a questi tutto il giorno?”;

Padronidigatti contro Padronidicani “perché anche Micio deve poter essere sceso a fare la pipì”;

La Bora contro la Primavera “perché tu ti credevi di essere arrivata e invece ti faccio vedere io chi è che comanda!”;

La Terza Autocertificazione contro la Seconda “perché io so più cose di te, anche da dove partono e dove arrivano!”

E potrei continuare per giorni. Dal divano del mio soggiorno assisto quotidianamente alla guerra dei poveri, mentre un virus armato di corona semina morte e dolore in tutto il mondo.

Io non ho tempo per tutto questo ed eccomi di nuova a

“Ognun al sint al sô mâl”.

Io non pretendo di capire le vostre sofferenze e sono altrettanto certa che voi, giustamente, non possiate capire le mie o quelle di chiunque altro. La mia vita è unica come lo sono le vostre e, nonostante l’empatia e la sensibilità che ognuno di noi ha, una vita per essere compresa, deve essere vissuta. Alla fine è solo questione di prospettive personali.

Questo non è il momento delle diatribe, non è il momento delle offese o delle cazzate, questo è il momento di portare rispetto per tutti coloro che combattano per la propria vita e per chi combatte per la vita degli altri, di chinare la testa di fronte a chi non c’è più e al dolore di chi ha perso parenti ed amici, di rispettare le regole senza egoistici colpi di testa e di raccogliere le forze per quando tutto questo sarà finito e dovremo rialzarci per far ripartire la nostra Italia.

Questo sbrodolo in risposta a tutti coloro che quotidianamente sono così gentili da chiedermi perché sono sparita e che ringrazio davvero molto: di salute stiamo bene ed è la cosa più importante, ma me ne sto sulle mie, perché i social in questo momento fanno più male che bene e se fosse per me, oltre alle porte e ai balconi, ai parchi giochi, ai negozi ed ai caffè, farei chiudere pure le finestre di Windows.

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Foto di Lisa Fotios da Pexels

 

La mamma "autistica"

Beata me…

“Beata te che hai i permessi 104.”

Non potevo credere alle mie orecchie quando me lo dissero.

Beata me…

Beata me quando passo le notti in bianco tenendo la mano ad Ariel che piange o cerca di comunicare il suo disagio.

Beata me che ho l’automobile da tre anni e il contachilometri ne segna 95.000, la maggior parte dei quali fatti portando la Princess al centro riabilitativo.

Beata me, seduta sui divani rossi nella sala d’attesa, mentre aspetto che Ariel esca dalla riabilitazione.

Beata me che ho dovuto rinunciare ad un lavoro full time, perché incompatibile con le esigenze di accudimento di mia figlia.

Beata me che non posso mai vedere una partita di mio figlio, andare al ristorante o al cinema con la famiglia, perché sono situazioni che la agitano.

Beata me che mi rigiro nel letto, notte dopo notte a pensare a come organizzare il suo futuro quando non ci sarò più.

Beata me che non mi sono mai sentita chiamare “mamma” o dire “ti voglio bene” da lei.

Beata me che non vado alle recite della sua classe e che soffro rendendomi conto del divario tra lei ed i compagni che aumenta di giorno in giorno.

Beata me che ho mille poesie di Natale, Pasqua e per la Festa della Mamma, canti e sogni mai ascoltati.

Beata me che non la vedrò mai vestita da sposa o uscire in tailleur e tacchi per andare al lavoro e non avrò mai nipoti che mi diranno: “Nonna, tua figlia va sistemata, adesso sta veramente esagerando!”

Beata me che sono preoccupata per Davide che, come tutti i siblings, sta crescendo troppo in fretta, troppo maturo per la sua età.

Beata me che mi devo ritagliare un weekend all’anno con mio figlio per potermi dedicare a lui e ricordargli che lui vale tanto quanto lei, perché il dubbio è sempre lì strisciante e subdolo: a dieci anni è facile scambiare il grande numero di ore passate con la sorella per una preferenza.

Beata me che a 39 anni, dopo la diagnosi, una mattina mi svegliai con i capelli completamente grigi.

Beata me che mi chiudo in bagno e, muta, urlo allo specchio tutta la mia rabbia e il mio dolore.

Beata me per quei tre fottuti giorni al mese che non mi ripagheranno mai di ciò che ho perso.

Beata me per l’amore della mia famiglia, per lo sguardo intenso di Davide e quello sognante di Ariel, per il lavoro, per l’automobile quasi nuova nonostante i 95.000 chilometri, per la salute, per le notti in cui posso riposare con un cucciolo riccioluto rannicchiato sulla mia spalla, per le albe viste con Ariel alla fine delle nostre notti insonni e i tramonti sul mare, per il fuoco nel caminetto, per le vacanze in montagna, i giorni al mare e i week-end sola con Davide, per le castagne che scoppiettano sulla stufa e per il sugo dell’anguria che gocciola lungo il mento, per i sogni ad occhi aperti e quelli bellissimi tra le braccia di Morfeo, dove Ariel parla e mi racconta la sua giornata.

Beata me che ho ancora la forza di arrabbiarmi davanti alle ingiustizie e che a 44 anni non sono ancora così assennata da dirmi: “lascia perdere, non si può lottare contro i mulini a vento”.

Beata me perché Ariel ha una presa in carico, mentre c’è chi aspetta.

Beata me per la Vita, non per i  permessi 104.

Beata te che non li hai, ma che forse sei meno fortunata di me, nonostante tutto.

Immagine dal web