"L'amore non conosce barriere. Salta ostacoli, oltrepassa recinzioni, attraversa pareti per arrivare alla sua destinazione, pieno di speranza." – Maya Angelou
Gentile Signorina di Google Maps, ma Lei è davvero convinta che io sappia quanti sono 300 metri?
Sono una mamma, non un agrimensore.
Se mi dice “Tra 300 metri svoltare a destra” sono certa che prima a poi dovrà ricalcolare il percorso con profonda frustrazione di entrambe.
Sono ancora offesa con Lei per ieri quando con insistenza e prepotenza continuava ad urlarmi: “Appena possibile fare inversione a U… Appena possibile fare inversione a U… Appena possibile fare inversione a U! Appena possibile fare inversione a U!”
E allora capiamoci!
Mi dia delle imformazioni che possa seguire facilmente. Tipo:
“Al negozio di scarpe dove hai visto le Jimmy Choo che ti piacciono tanto svolta a destra.”
“Alla rotonda prendi l’uscita che fa angolo con il McDonald’s.”
“Sempre dritta fino alla libreria universitaria, poi svolta a sinistra. Quando vedi il Truccapovere, fermati a prendere il Primer e poi prosegui dritta fino al negozio di borse che non ti puoi permettere a meno che tu non sia disposta a vendere un rene.”
Ecco, allora sì che ci capiremo e avremo un rapporto sereno e costruttivo.
Il cielo è chiaro sopra di noi quando il sole sorge a mezzanotte. Mi stringo nel piumino e mi spingo fin dove la terra finisce. O inizia?
Scendo lentamente i gradini e trattengo il respiro alla vista delle colonne che si riflettono nell’acqua.
Passeggio nella Piazza dal nome spaventoso, piena di saltimbanchi e mangiatori di fuoco. Mio padre mi stringe forte la mano, perché ha paura di perdermi. Si avvicina un artista di strada e lentamente gli mette sulle spalle un serpente lungo e nero. Urlo di paura.
Con la testa piegata all’indietro, guardo la grande antenna brillare di luce dorata.
Sento il grande Benjamin suonare, mentre entro nella Cattedrale in cui riposano il padre dell’evoluzione e le tre sorelle scrittrici.
Mi avvicino lentamente all’isola che guarda alla Libertà, ma che la filtrava fino al 1954.
Vedo bambini giocare in un’opera d’arte di casette di zenzero e acquari musivi.
Assaporo una Sacher dall’alto della Piccola Gloria, mentre la città esplode in un tripudio arancione.
Salgo le scale strette con il cuore in gola: penso a quella bambina come me, tanto più coraggiosa di me. Il suo diario rosso è dentro la teca e, mentre lo guardo, le lacrime mi riempiono la gola.
Piove. La gita al parco sul lago è rinviata. Sono stesa nel letto posteriore, sento il ticchettio delle lacrime celesti sulla lamiera, mentre dalla cucina arriva il profumo del sugo al pomodoro e i vetri si appannano. Ci scrivo “ciao”, anche se so che la mamma mi sgriderà.
Seduta nel teatro più famoso del mondo, cerco di digerire la delusione: speravo di vedere un balletto ed invece assisto ad un’opera in lingua madre. L’unica parola che capisco è “”spasiba”.
Sono sveglia fin dalle prime ore del giorno. Esco con Luca per vedere l’alba colorare le tre vette che si riflettono nel lago.
Il tram è arrivato alla fine della corsa. Scendiamo tutti e aiutiamo l’autista a girarlo, affinché possa affrontare nuovamente la salita, mentre le brume del mattino si alzano dalla baia.
Londra
Parigi
New York
Adoro viaggiare. Quando scopro posti nuovi, entro in contatto con nuove culture, mi sento viva.
L’autismo mi ha tolto anche questo.1
La rigidità alimentare, la ristrettezza di interessi, il bisogno di prevedibilità, l’intolleranza ai tempi di attesa, il bisogno di correre, le stereotipie verbali e l’estrema sensorialità rendono Ariel incompatibile con i viaggi di lungo trasferimento in gruppo o itineranti.
Mio dovere di madre è rispettare e proteggere le sue caratteristiche personali ed il suo benessere personale, anche a costo di sacrificare i miei sogni.
Potrei viaggiare sola o con Davide, alternando l’accudimento di Ariel con Luca, ma noi siamo una famiglia: per me le vacanze si fanno insieme. E comunque quando non sono con lei, sono sempre in pensiero: la mia piccola ruffiana incantatrice mi manca sempre da impazzire. Quindi, vacanza in montagna per accontentare i due uomini di casa e mezze giornate da pendolari del mare. Il mio unico, vero giorno di vacanza sarà giovedì prossimo quando andrò a Milano con Davide ed alcuni amici per vedere una mostra.
Le giornate a casa sono un susseguirsi ininterrotto di disastri combinati da Ariel: mentre cerco di sistemare il primo, lei ne sta prontamente organizzando un altro.
Allaga il bagno e mentre asciugo, lei butta i dvd in giro; le faccio raccogliere i dvd.
Mentre cerco di caricare la lavatrice, prende la Coca Cola dal frigo e la rovescia; la faccio pulire.
Due secondi dopo caramella tutto il soggiorno con lo zucchero che fa presa istantanea sul pavimento ancora umido. Pulisce di nuovo.
Scarico la lavastoviglie e sento le cascate provenire dal bagno: quando arrivo ci sono 2 cm di acqua che mano Noè quando scese dall’arca. Asciugo tutto con il suo aiuto.
E avanti così in un circolo ininterrotto di guai che attiva per attirare l’attenzione. Ha pochi interessi e quei pochi diventano ossessioni in pochissimo tempo. Sa fare i puzzle e gli stickers in autonomia e dondolarsi con l’altalena, ma preferisce avere qualcuno accanto.
Stanotte si è svegliata alle 3.00 e si è riaddormentata alle 5.00.
Il suo accudimento richiede una presenza costante: 24 ore di assistenza pura.
Sono a casa dall’ufficio per tutto il mese di agosto, ma vi prego: non chiamate “ferie” questi giorni di assenza dal lavoro!
L’autismo (come tutte le disabilità o condizioni) non va in vacanza. Manco i genitori, però.
Riva del Garda
Roma
Disneyland Paris
1 Ad onor del vero, lui, l’autismo ha solo una parte della responsabilità: altrettanto colpevoli sono le comorbidità (ritardo cognitivo e/o altro disturbi che si potrebbero associare ad esso quali ADHD, disturbo alimentare, disturbo ossessivo compulsivo, disturbo oppositivo provocatorio, Sindrome di Tourette, disturbo del linguaggio…), ma essendo Ariel ancora piccolina, per ora abbiamo solo la diagnosi di autismo, anche se so che ha almeno altre 4 comorbidità, in forma più o meno lieve.
Sento lo scroscio della cascata. È vicina, l’acqua rumoreggia e gorgoglia nascosta tra gli alberi.
Nel bosco c’è profumo di muschio e felce, il sentiero è in ombra. Alzo gli occhi: il cielo è terso, un telo cobalto privo di imperfezioni, mentre il sole filtra timidamente tra gli alberi.
Il sentiero è soffice, coperto da milioni di aghi bruniti. Amo camminare su tappeti morbidi del bosco che accompagnano il passo e riducono la fatica.
La risata cristallina di Ariel risuona in tutto il pineto. Proviene dalla medesima direzione da cui arriva il borbottio della fontana.
Man mano che mi avvicino, l’aria si fa più fresca e umida, milioni di gocce nebulizzate mi sfiorano il viso.
Il tocco fresco di una manina bagnata sulla spalla accaldata mi fa trasalire.
Spalanco gli occhi di colpo.
Ariel è in piedi vicino a me. Nuda.
Altro che Cascata delle Marmore! La Princess ha ricreato le Niagara Falls in bagno: doccia schiuma ovunque e acqua che scroscia impetuosa dal lavandino.
E oggi il bicchiere… pardon, il secchio è mezzo pieno di acqua tirata su con il mocio e di pisolini pomeridiani schiacciati in una torrida estate che sembra non finire mai.
Ci penso e ci ripenso. Cerco di richiamare immagini alla mia mente, ma niente.
Il vuoto più totale.
Nella mia mente c’è stato un black out lungo diciotto mesi.
Un anno e mezzo di ricordi annullato, un anno e mezzo di vita cancellato.
Non ricordo Ariel, non ricordo Davide.
Non so come stavo: non so se ero triste, rabbiosa, apatica.
Non so cosa facevo durante il giorno, non so dove trovavo la forza per scendere dal letto e affrontare le mille attività del quotidiano. Io non so nulla tranne che, nonostante tutto, la mia vita è andata comunque avanti, sebbene non me la ricordi.
La mia unica certezza è che la deflagrazione della diagnosi di Ariel ha cambiato la mia vita per sempre. In pochi mesi i capelli sono diventati completamente grigi.
La mia vita ha uno spartiacque tagliente come un bisturi, duro come il diamante, profondo come la Fossa delle Marianne.
So di avere acquistato molti libri sull’autismo in quei giorni e di averli dolorosamente letti tutti. Lo so perché le pagine sono tutte ondulate: le lacrime versate le hanno irrimediabilmente rovinate.
Un po’ alla volta sono riemersa dal mio dolore, ho iniziato a rimboccarmi le maniche, a cercare le terapie migliori per Ariel.
Quando era piccola speravo nel miracolo del linguaggio. Ora sogno la sua voce: una Ariel vocale mi viene spesso a trovare in sogno, ha una voce gialla, arrugginita, ma a suo modo perfetta.
Sono consapevole che lei non parlerà mai e devo sviluppare la sua comunicazione: devo darle la possibilità di esprimere i suoi bisogni, i suoi sogni. Una bambina di 8 anni ha ormai un vissuto importante alle spalle e non voglio credere, non posso accettare che tutto il suo mondo sia rinchiuso in un quadernetto ad anelli con venti immagini. I suoi silenzi inducono a sottovalutare la sua comprensione e la sua intelligenza e questo dovrebbe mortificare noi, non lei!
Crescendo, le preoccupazioni cambieranno con lei: noi genitori dovremo affrontare la scelta della scuola secondaria, sperare in un fantomatico, ma assai improbabile inserimento nel mondo del lavoro e costruire qualcosa di organizzato e funzionale per quando non ci saremo più.
La vita di un genitore “autistico” è scandita da diverse fasi: il buio della diagnosi, la forza della consapevolezza dell’infanzia quanto tutto sembra possibile trovando i giusti terapisti, le preoccupazioni dell’adolescenza, la serenità della giovinezza dell’adulto quando il percorso è consolidato ed infine i dubbi paralizzanti del “dopo di noi”. Chi si occuperà di lei? È giusto che lo faccia Davide? Ci sono centri adatti al suo accoglimento? Le notizie di cronaca riportano spesso abusi sui nostri ragazzi ed ogni volta è una ferita al cuore dell’intera comunità autistica.
I genitori delle persone autistiche sono stanchi, soffrono spesso di depressione o solitudine e i loro pensieri sono costantemente incentrati sulla loro creatura, mentre gli altri figli crescono troppo in fretta.
Le famiglie hanno bisogno di sostegno e supporto per TUTTA la vita di una persona autistica.
Le iniziative per aiutare queste persone devono coinvolgere i portatori di interesse ed essere realmente inclusive.
Come aiutare queste famiglie?
Sono solo una mamma, ma nell’arco degli anni mi sono fatta alcune idee:
Per prima cosa è necessario fare una mappatura del territorio, capire quante persone autistiche sono presenti nel Comune di residenza e le loro caratteristiche anagrafiche, nonché il loro livello di gravità. Solo conoscendo le persone autistiche e le loro famiglie si possono proporre progetti adeguati alle loro esigenze che potrebbero essere completamente diverse da quanto si potrebbe immaginare in via ipotetica;
Sarebbe utile preparare uno starter-kit per i genitori delle famiglie neo-diagnosticate, un elenco di tutti i loro diritti e doveri e delle procedure da attivare a tutela dei figli. Proprio in questi giorni ho letto di una mamma che pensava che la visita con il neuropsichiatra dell’azienda sanitaria le desse automaticamente accesso alle agevolazioni della legge 104: non sapeva di dover fare domanda all’INPS e di doversi presentare in Commissione di accertamento. Dopo la diagnosi, i genitori hanno un dolore enorme da gestire e dovrebbe essere compito delle istituzioni sgravarli dalla fatica di dover reperire le informazioni su internet o nei gruppi Facebook, dove le informazioni trasmesse sono spesso errate;
Coinvolgere le famiglie analizzando insieme a loro di cosa hanno bisogno. Alcuni potrebbero chiedere attività ludiche ed inclusive per i figli, ma altri potrebbero chiedere due ore di libertà in cui poter essere solo un uomo o una donna. La vita con un disabile grave non lascia spazio ad altro, spesso andare allo stadio o dalla parrucchiera è un lusso che i genitori non si possono concedere;
Aprire degli sportelli di supporto psicologico per i genitori e i fratelli: i sibling sono bambini e ragazzi dal cuore enorme, molto empatici, ma anche fragili;
Formare personale adeguato e gratificato dal lavorare con le persone autistiche: sono creature meravigliose, complicate e semplici allo stesso tempo, potrebbero arricchire la società se debitamente formate. Troppo spesso si sente parlare di abusi sui disabili: bisogna avere determinate caratteristiche personali e una grande preparazione professionale per far fronte ad alcune situazioni. Ebbene, secondo me sarebbe utile sottoporre i candidati a seri test psicoattitudinali prima di farli accedere ai corsi universitari di riferimento o prima dell’assunzione nei centri diurni, residenziali o riabilitativi;
Costruire delle strutture per il “dopo di noi”: 1 nuovo nato su 68 è autistico. È compito delle istituzioni creare un futuro accogliente ed inclusivo per queste persone.
Un punto mi sta particolarmente cuore ed è il rispetto per le famiglie con persone autistiche. È di questi giorni la notizia di una famiglia che “ha deciso di abbandonare il figlio autistico di 11 anni”. Ho sentito e letto commenti di ogni genere, ma nessuno ha il diritto di giudicare il dolore di una famiglia spezzata. Ognuno affronta le difficoltà e il dolore per il proprio vissuto e per la propria forza morale, nonché per le risorse messe a disposizione dai singoli membri di una famiglia e dalla società. Un abbraccio consola e sostiene, un dito puntato contro distrugge e annichilisce. Una famiglia che “abbandona” un figlio di 11 anni è un fallimento per tutti noi. Per me, per te, per noi. Tutti abbiamo fallito.
Dal canto mio ora sono più consapevole, accetto la condizione di mia figlia, ma continuo a sognare Ariel che parla: so che al saluto finale sarà la sua voce gialla che sentirò come ultima cosa.
Per sublimare l’assenza e gli infiniti silenzi che rimbombano in casa, indosso il suo orologio.
Giro per casa come un’anima in pena, sistemo i suoi libri e conto le ore che mi separano dal nostro prossimo abbraccio.
Ariel dorme ancora, stesa a pancia in giù, il braccio destro sotto la fronte, un raggio di sole che filtra dalla saracinesca e Baloo che le fa la guardia.
Odio queste lente domeniche d’estate in cui il tempo si dilata e sfuma in onde di umido calore.
Intanto, nel giardino bruciato dal sole, le cicale cantano il loro amore per la vita.
Entro nel camerino con le braccia piene di costumi: tinta unita, a fiori, a righine, a triangolo, con il ferretto… Solo sul pezzo sotto non transigo: niente laccetti perché non ho più 20 anni chè il fisico da ventenne non l’ho mai avuto nemmeno allora, alto in vita e possibilmente contenitivo. Il mutandone della nonna, insomma.
Le luci pallide mi fanno sembrare malata, lo specchio mi allarga i fianchi, la cicatrice sulla gamba spicca lunga e rosea. Non ce la posso fare.
Mi guardo negli occhi e mi faccio una linguaccia di disgusto.
In quello telefona Luca che sa della mia mission impossibile e mi chiede delicatamente come va.
“Così così…”
Una lacrima comincia rotolare lungo una guancia.
“Dai, Katy, perché non prendi un costume intero? Magari ti segna di meno…”
Costume intero?! Alla locuzione, rivedo mia nonna sul bagnasciuga nel suo costume blu con un grande fiore giallo, mentre, tenendo d’occhio noi nipoti, chiacchiera con altre coetanee. Tutte in costume intero.
Scoppio a piangere e scappo dal negozio abbandonando tutti i costumi nel camerino.
Signore commesse, mi dispiace per il disordine che ho lasciato, di solito sono una brava cliente: ho le idee chiare, piego e ripongo tutto quello che provo, ringrazio sempre e soprattutto saluto quando arrivo. Cercate di capire: ero fragile, esposta e vulnerabile.
Vi giuro che quest’anno siete in una botte di ferro: niente prova costume per me. Ho deciso che il pallore lunare mi dona e se mai andrò in spiaggia indosserò un burkini, perché ho deciso di rimanere fedele al mio personalissimo mantra:
MEGLIO UN GIORNO DI NUTELLA CHE 100 ANNI DI VITASNELLA.
Il sole splende, una fugace tregua alla pioggia che da giorni sferza il nostro piccolo mondo antico.
I bambini corrono sullo spiazzo erboso, alcuni si arrampicano sul pozzo, altri guardano l’angelo dorato che dall’alto protegge la città.
Siamo sedute ad un tavolino in ferro battuto, tu Coca liscia, io Gingerino corretto ghiaccio e limone. Il tuo dinosauro arancione continua a scavare gallerie profondissime raccogliendo pietre preziose.
Qualcosa attira la tua attenzione: un cucciolo! E’ delizioso, orecchie lunghe e grandi occhi languidi. Una bambina lo tiene al guinzaglio, mentre altre 3 o 4 si accovacciano di fronte a lui accarezzandolo dietro alle orecchie.
Ormai, dopo le infinite volte in cui hai cercato una relazione con i tuoi coetanei, sai che con loro non potrai giocare e nemmeno ci provi più. Troppe delusioni, troppo scoramento, ma un cucciolo! Con lui sì, che puoi giocare: ti puoi far leccare, inseguire e coccolare.
Ti avvicini correndo e urlando, le manine agitate, il viso sorridente. Sei felice, perché pensi di aver trovato un nuovo amico, un altro Baloo da amare e al quale confidare tutti i tuoi segreti.
Le bambine si spaventano, hanno paura di te: una si tappa le orecchie, la più grande, una decina di anni ad occhio e croce, più croce che occhio, fa arretrare le altre mettendosi davanti a loro e le protegge a braccia aperte, i palmi rivolti verso di loro, lo sguardo deciso.
Tu ti fermi. Non capisci e come potresti capire? Io stessa non capisco… Ti prendo per mano, la stringo forte e continuo a guardare le bambine che fanno un ulteriore passo indietro.
Guardo la decenne negli occhi, lei con lo sguardo mi dice: di qua non si passa.
Con la voce rotta e il cuore che batte all’impazzata riesco solo a dire: “È solo una bambina, non vi morde… Dovreste imparare a conoscere e ad amare il diverso…”
Prendo la Princess per mano e ce ne andiamo a testa bassa, le corone che pendono desolate, lo scettro abbandonato vicino al pozzo, mentre il trono di illusioni su cui ero seduta va a fuoco e la rabbia inizia a fare a pugni con la tristezza.
Ferma al semaforo, sposta la borsa della spesa da una mano all’altra. Si ravvia i capelli scompigliati dal vento e increspati dall’umidità, sistema l’ombrello che le sta scivolando dall’incavo tra il collo e la spalla. Stringendosi nella sciarpa, inclina l’ombrello all’indietro e alza lo sguardo verso il cielo: la pioggerellina autunnale non dà tregua, il cielo plumbeo lascia intendere che potrebbe piovere per giorni, per mesi, forse per sempre. Pesanti nuvole grigie gonfie di pioggia viaggiano veloci in direzione delle montagne, il vento gelido sferza i palazzi, il parco e i passanti.
Si guarda in giro.
L’anziana signora di fianco sta borbottando qualcosa contro i prezzi della verdura. L’eleganza senza tempo della camicia grigia abbottonata fino al collo, del cardigan verde stretto in vita e della gonna di lana cotta grigia, della medesima tonalità della camicia, è strattonata dalle scarpe con i lacci. Scarpe brutte, ma comode, le calzature tipiche di chi teme di scivolare nei sottoportici sferzati dalla pioggia e dal vento. Le scarpe le ricordano la nonna con la quale parla tutte le sere, sebbene sia morta da quasi due anni.
Dall’altro lato della strada due adolescenti ascoltano musica da gigantesce cuffie wi-fi in parte nascoste dai berretti di lana, unica protezione contro il mal tempo. Ridacchiano e parlano ad alta voce, gli zaini che pendono dalle spalle magre. I jeans strappati, i giubbotti informi aperti sulle camicie scozzesi rosse e le grandi scarpe le fanno supporre che siano skaters. Li immagina volteggiare sulle loro tavole nel parco all’angolo. Anche lei, una vita fa, non usava l’ombrello, preferiva bagnarsi tutta mentre tornava da scuola. I capelli diventavano lunghi fusilli biondi che le cadevano scompigliati sulla schiena e lei si sentiva stranamente carina.
I fanali delle auto si riflettono nelle pozzanghere, piccoli soli pallidi che fremono per partire. I conducenti scrivono al telefono, oscillano la testa al ritmo di una qualche canzone passata alla radio, parlano con i figli seduti sui sedili posteriori guardandoli dallo specchietto retrovisore.
Le foglie gialle vengono rapidamente trascinate al suolo dal vento e dalla pioggia: un tappeto morbido e colorato che ravviva l’asfalto scuro e granuloso.
Il semaforo è ancora rosso, un’attesa lunga una vita come il suo sogno congelato in un eterno istante. Da anni ormai il suo unico desiderio è sentire la figlia parlare. Immagina la sua voce: un po’ arrugginita, gialla come le foglie sull’asfalto, ma perfetta nella sua completa immaturità.
Le automobili iniziano a rallentare, un motorino accelera e centra una pozzanghera alzando una bassa onda di acqua fangosa.
Controlla nuovamente il semaforo. Allo scattare del verde, inizia cautamente ad attraversare: la schiena leggermente piegata in avanti, a metà strada fa una corsetta per trovare riparo nei portici dove scaramanticamente chiude l’ombrello. Guarda distrattamente le vetrine, mentre ripensa alla signora anziana e ai due adolescenti: il passato ed il futuro, ciò che è stato e ciò che sarà. Il passato non è più nelle sue mani, ma il futuro è plastico, lo può costruire giorno per giorno. Se solo non fosse sempre così stanca, se solo la figlia facesse qualche progresso importante, se solo il figlio non fosse così coscienzioso e maturo per la sua età. Se, se, se… La nonna diceva sempre: «Con i se e con i ma la storia non si fa». Conosceva un sacco di proverbi la nonna e alcuni suoi modi di dire erano diventati dei veri e propri aforismi famigliari: «Anche sulla nuda roccia cresce un tenero fiore», «San Luigi diceva sempre che non avrebbe mai voluto tornare bambino per non soffrire più la sete», «Non ci si deve mai arrabbiare con il cibo». Saggezza popolare di chi aveva sofferto la fame durante la guerra. Istintivamente si porta la mano al collo e tocca la collana che la nonna le aveva regalato il giorno del suo matrimonio, un gesto pieno di amore che gliela fa sentire vicina. Da quando è morta, porta sempre con sé il gioiello, non lo toglie mai, un talismano contro la paura e la solitudine che spesso le stringono il cuore in una morsa gelida.
Si sofferma a guardare i confetti disposti nelle argenterie di un negozio la cui insegna vezzosa dice “Bomboniere, argenti e confetti”. Un piccolo Pinocchio lucido, gli occhi verdi ed il naso impertinente, la fissa con insolenza. Lei contraccambia con aria aggressiva, sposta lo sguardo su uno specchio ovale dalla cornice cesellata e vi vede riflessa una donna che non conosce. Ci mette qualche secondo a capire che quella riflessa è lei stessa. Quando è successo che è diventata una donna di mezza età? Chi lo ha permesso?
Sorride amaramente allo specchio mentre si studia senza pietà. I capelli ricci resi crespi dalla pioggia avrebbero bisogno di un buon taglio e di essere tinti: la ricrescita grigia urla al mondo che non solo è invecchiata precocemente, ma non ha nemmeno il tempo di prendersi cura di se stessa. Una piccola gobba sul naso, ricordo di uno scontro con lo stipite della porta, le fa pendere gli occhiali a sinistra. Gli occhi sono chiari, resi più grigi dalla giornata, ma spenti. La bocca, un tempo sempre sorridente, è imbronciata e circondata da profondi segni di espressione, fratelli dei due che le spuntano tra le sopracciglia ogni volta che si fa pensierosa. Sorride a denti stretti, perché non le piacciono, li ha sempre odiati quei denti grandi e storti, e in fondo che c’è da sorridere nella sua vita? La figlia ha sette anni ormai, non parla, chiusa in un mondo che spesso la rende irraggiungibile, il figlio sta crescendo da solo e si fa carico dei problemi della sorella, il marito è spesso fuori casa. Una vita fatta di lunghe giornate passate in automobile per portare la figlia ad abilitazione e di fine settimana chiusi in casa aspettando un raggio di sole che non arriva mai.
Si dà un ultimo sguardo, fa una linguaccia alla propria immagine e riprende a passeggiare. Sposta nuovamente la borsa della spesa e sistema l’ombrello al braccio pensando alla cena: un tempo le piaceva molto cucinare per la famiglia, aveva l’impressione che riempire lo stomaco dei suoi cari fosse un modo per saziare anche la loro anima, ma ora non è più così. Ogni pasto è una battaglia fatta di urla, richiami, inseguimenti. La bambina è così rigida che mangia sempre le stesse cose, fatte sempre alla stessa maniera. Il tonno deve essere rigorosamente di una certa marca, la brioche si può acquistare solo in un bar, la pizza espressamente con i würstel… Scuote la testa pensando a tutte le volte che ha dovuto preparare le lasagne a casa propria con la figlia di fianco per portarle a casa della madre: la piccola è diffidente, rigida e ogni piccola diversità olfattiva o gustativa può scatenare una crisi. Lei soffre da impazzire quando la bambina si batte in testa, le mani strette in piccoli pugni, gli occhi pieni di lacrime e quell’urlo di rabbia, dolore, frustrazione… A volte si sveglia nel cuore della notte con quel grido nella mente e si sente impotente, inadeguata, una fallita.
Un’immagine all’improvviso si fa largo tra i suoi tristi pensieri. Si ferma, gira rapida su se stessa e torna sui suoi passi. Questa volta evita lo specchio, non incrocia quello sguardo triste che non riconosce come suo. Si convince che lo specchio è rotto: lei non è così, è lui che rimanda un’immagine fallace. Lei non è triste, lei è la roccia di famiglia. Spesso si sente Atlante, porta un peso enorme sulla schiena, tanto da affermare ironicamente che le sue ernie sono dovute al peso del mondo che ogni giorno porta sulle spalle.
Procede rapida, l’immagine fissata nella retina, è sicura di aver colto un bagliore rosso. È nuovamente al semaforo. Abbassa lo sguardo ed eccolo lì, il suo rosso: a terra, vicino allo scolo, c’è una piantina che lotta contro la pioggia, contro il freddo. Una piccola resiliente che combatte contro le difficoltà del mondo.
La guarda sorridendo, si tocca la collana e mormora: «Nonna, hai ragione! Anche sulla nuda roccia cresce un tenero fiore e se lui lotta e resiste, anch’io ce la posso fare.»
Entra nel supermercato in cui poco prima, o forse una vita fa, ha fatto spesa ed acquista un vaso e del terriccio. Torna rapidamente dalla sua nuova amica, si accovaccia, estrae delicatamente la piantina dall’asfalto e la depone nel vaso con il terriccio: la porterà a casa e la metterà sul davanzale della cucina, così tutti i giorni la pianta le ricorderà che, anche quando le cose sembrano andare davvero male, nulla è definitivamente perduto.
Si alza, raccoglie le borse, l’ombrello ed il vaso e si dirige verso il parcheggio canticchiando stonata:
«Questa è la mia vita, Se ho bisogno te lo dico, Sono io che guido,
Io che vado fuori strada, Sempre io che pago,
Non è mai successo che pagassero per me…» 1
Ha smesso di piovere. Dietro le nuvole grigie il sole sta tramontando in un fugace lampo rosso scarlatto.