La mamma "autistica"

Perfettamente imperfetta

Sono perfettamente imperfetta.

Ogni mia sfumatura ha una piccola o grande deviazione che mi allontana dalla perfezione.

Se fossi un vizio capitale, sarei sicuramente l’accidia: mollemente adagiata sul divano, moderna Paolina Borghese, potrei passare le giornate a guardare serie crime mangiando gelato.

Ho un fisico scolpito dalla Nutella che combatto saltellando: nel senso che faccio salturiamente ginnastica. Al mattino. Quando nessuno mi vede. Perché sono aggraziata come una cimice.

Sono campionessa olimpionica di sbadataggine tratto che ho inequivocabilmente trasmesso a Davide (accidenti al DNA!).

Mio marito mi definisce più o meno pubblicamente “scassaaminchia”, ma almeno in questo caso mi sento la coscienza pulita: io sono femmina e lui maschio, i nostri cervelli sono biologicamente incompatibili e quindi è perfettamente naturale che il mio tono di voce salga man mano che mi ritrovo costretta a ripetere le stesse cose più volte. Per la pace familiare preferisco pensare che sia sordo piuttosto che disinteressato.

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Sempre secondo quel signore barbuto con cui divido casa, sono la donna più permalosa del mondo affermazione dalla quale prendo le distanze: non sono permalosa, sono altamente reattiva alle critiche, soprattutto se le reputo immeritate.

Non riesco mai a raggiungere un obiettivo come l’ero immaginato: c’è sempre una piccola ombra che vela il risultato, un “ma” in agguato, un “però” traditore che mi aspettano al largo delle mie illusioni.

Il mio ottimismo non è innato: è il frutto di lunghe rielaborazioni notturne, di una razionalità che subentra al dolore o all’ira più divoranti, al desiderio di trovare giustificazioni a comportamenti o situazioni che spesso non ne hanno. Il mio “bicchiere mezzo pieno” è un modo di proteggere il presente ed il futuro dal passato.

Ho un ascendente focoso (lo si intuisce anche dalla folta chioma), tratto caratteriale che si rivela nell’ira che mi brucia e divora se vengono attaccati i miei affetti: sento la pressione che sale, il cuore che accellera e se potessi sbranerei l’incauto essere che ha osato oltrepassare il limite. Simba

Salvo poi, da brava Pesci, entrare in conflitto con me stessa:

“Forse ho esagerato!”

“No, non ho esagerato, anzi!”

“Ma magari ci è rimasto male…”

“E chissenefrega!”

I miei monologhi interiori sono tutti pensati su fogli a righe con i bordi tracciati a matita, con periodi ipotetici perfettamente formulati, adeguato uso delle lettere maiuscole, punteggiatura corretta ed abbondante uso di punti esclamativi: espressioni  autistiche di un cervello tendente al bipolarismo e salvato solo dalla dose industriale di zucchero raffinato che ogni giorno ingurgito per tenere alti i livelli di serotonina.

Cerco di essere sempre educata, ma a volte mi sento una voce gialla, al limone, che non mi piace perché trasmette una tensione che vorrei tenere solo per me e che mette il mondo in posizione di difesa. Ecco a volte soffre pure di sinestesia: abbino colori a voci, suoni… In fondo sono sempre la madre di mia figlia e il suo cervello  abilmente diverso deve pur arrivare da qualche parte, no? (Accidenti al DNA!)

Potrei continuare a descrivere i miei difetti per ore, ne ho veramente tanti a fronte di pochissimi pregi. Fra questi, due: la sincerità ed il senso di giustizia.

Non sono mai stata una goliarda, non mi diverto a fare scherzi, sono per il vivi e lascia vivere, ma se mi chiedi un’opinione, avrai sempre una risposta sincera, più o meno diplomatica, ma vera, onesta.

Ho un altissimo senso della giustizia, sono una novella Giovanna d’Arco che, brandendo la mia spada di rettitudine morale, devo dare un ordine corretto e giusto al mondo che mi circonda. Non sopporto i soprusi, non li posso tollerare soprattutto quando sono rivolti a persone più deboli, figurarsi se poi attaccano uno dei miei figli!

Tutto questo per dire cosa? Boh, me lo sono dimenticato. Ah, ecco un altro difetto… Invecchiando sto diventando una smemorata degna della pesciolina Dory, tranne che per i torti subiti: per quelli ho una memoria da Collonnello Hathi.

Sì, avete capito benissmo, a casa Apollonio i cartoni Disney vanno alla grande.

E il bicchiere oggi è mezzo pieno di difetti e animali antropomorfi, spesso più umani di una vecchia “signora” che non rispetta la disabilità e alla quale non auguro male, ma solo di non venire mai in contatto con il mio ascendente focoso, perché, come ho già detto ai suoi parenti, la prossima volta che attacca Ariel, le tiro un pugno sul naso. Ma questa è un’altra storia.

ADE ROSSO

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Il mondo intorno a noi

Le amiche

Le amiche sono angeli con i quali si può dividere un cappuccino drammatizzando i piccoli problemi della vita (come il microcostume che mi hanno portato Luca e Davide dalla Sardegna) o sdrammatizzando quelli veri.

Le amiche sono consigliere implacabili che, senza tanti peli sulla lingua, ti impediscono di uscire di casa con quella gonna orribile che ti fa sembrare un arrosto avvolto nell’alluminio.

Le amiche sanno quando stai male anche se ti dipingi in faccia un sorriso a trentadue denti e, silenziosamente, ti porgono un fazzoletto, aprendo così le dighe che Assuan, fatti in là.

Le amiche sanno che a volte esageri con l’allegria per nascondere la tristezza e ti propongono una pizza scacciapensieri o un weekend alle terme tra sole donne più o meno disadattate (a buone intenditrici poche parole!).

Le amiche in pubblico sono sempre schierate con te, salvo poi farti una super-ramanzina appena siete sole, perché “Ok, che siamo amiche, ok che ti voglio bene, ma quando sbagli, sbagli!”

Le amiche si offrono di tenere Davide con loro quando la situazione in casa diventa difficile e sanno che se lui è sereno, tu puoi gestire la Princess con più tranquillità.

Le amiche ti mandano un whatsapp per condividere un bel momento o per dividere con te la fatica dell’ennesimo peso.

Le amiche mobilitano l’universo per scoprire la marca di brioche preferita da Ariel.

Le amiche ti lasciano usare i loro post per i tuoi vaneggiamenti su Facebook e ridono come se fosse la prima volta che li leggono.

Le amiche diventano sorelle, le sorelle diventano amiche.

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Prima dell’inizio dell’asilo, pensavo che ad Ariel sarebbe stato negato tutto questo. La sua inadeguatezza sociale, l’assenza di linguaggio sono ostacoli enormi che spesso gli adulti stessi fanno difficoltà a superare.

Mi sono spesso chiesta se sarebbe stata inclusa nel suo gruppo classe o se avrebbe passato le sue giornate reclusa nell’aula di sostegno.

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Ariel è stata fortunata: ha sempre trovato maestre e compagni meravigliosi. Io sono stata superfortunata perché ho incontrato genitori generosi e comprensivi che ci hanno sempre supportato e ai quali voglio davvero un gran bene.

Temevo il passaggio alla primaria, ero pressoché certa che, aumentando il divario con i suoi compagni, Ariel sarebbe stata sola.

Invece no. I suoi compagni le vogliono bene e la cercano nonostante il suo carattere terribile peggiorato da un autismo grave,

Il vero dono di questo anno scolastico, però, Ariel lo ha ricevuto dai compagni di quinta che l’hanno cercata, amata, protetta e coccolata in quel modo spontaneamente sincero e disinteressato che solo i bambini hanno.

Settimana scorsa, il giorno dopo il suo compleanno, Ariel ha ricevuto un libretto fatto da alcune bambine di quinta. Non nego di essermi commossa quando l’ho letto: loro sono diventate le mie scrittrici preferite!

“PETALO O FIORE? PETALO SEI SOLA, FIORE NON SEI SOLA… FIORE!! VUOL DIRE CHE NON SEI MAI DA SOLA”!

Non ho mai letto parole più belle!

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“SEI LA NOSTRA GIOIA, LA NOSTRA AMICA, LA NOSTRA ANIMA SEI GIOIOSA E DIVERTENTE SIGNIFICHI TANTO PER NOI E SPERIAMO ANCHE PER VOI”
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“ARIEL E’ SPECIALE”
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“A LLEGRIA / R IBELLE / I NTELLIGENTE / E NERGICA / L’INCREDIBILE”

Pensavo che dopo essermi emozionata così tanto ed aver pianto l’Oceano Indiano, non sarebbero più riusciti a stupirmi ed invece… mai mettere limiti alla sensibilità dei bambini.

Oggi c’era la recita di fine anno. I bambini di quinta hanno preparato una pergamena come simbolico passaggio di testimone ai compagni di quarta affinchè il prossimo anno siano loro a giocare con Ariel.

Inutile dire che ho pianto come una fontana per tutto il tempo!

Ariel è una bambina molto fortunata. Lei non ha bisogno di essere inclusa: LEI HA DEGLI AMICI CHE LE VOGLIONO BENE!

“ARIEL NON E’ MAI DA SOLA!”

Ho deciso di incorniciare le singole pagine per poterle guardare nei momenti di sconforto e mi auguro di riuscire ad avere una copia della pergamena: avrà il posto d’onore nella camera di Davide e Ariel.

Oggi il bicchiere è strapieno di amore per i piccoli amici di Ariel che la amano e la cercano come solo i veri amici fanno.

A proposito di bere… E’ da quando sono arrivata a casa che mi sono attaccata alla bottiglia… d’acqua perché, a forza, di piangere sono completamente disidratata, ma, credetemi, è tutto perfetto così.

La famiglia "autistica"

Il silenzio (che silenzio non è)

Sento la tua mancanza.

Mi mancano il tuo chiacchiericcio costante, la tua capacità di guardarmi dentro e di andare oltre le mie pietose bugie.

Vorrei giocare con te a “Ticket to ride”, barare un po’ per farti vincere e vederti saltellare dalla gioia.

In questi giorni senza di te, la casa rimbomba di un “falso silenzio”: le mie parole cadono nel vuoto, rimbalzano sui muri, si assottigliano fino a sparire. Ariel mi guarda di traverso, ma non le importa: preferisce continuare ad urlare la sua eccitazione piuttosto che comunicare con me. Minuto dopo minuto, ora dopo ora il suo verso riecheggia in tutta la casa. “AAAAH… AAAAH…”

Cerco di giocare con lei, di interagire con lei per strapparla a quell’universo trasparente ed irraggiungibile in cui si è rinchiusa, ma non vuole. Io ho preso due giorni di ferie per portarla a fare l’abilitazione in Fondazione e lei, in tutta risposta, si è presa due giorni di ferie dal mondo neurotipico. Sto provando a fare il mosaico con lei, ma mi guarda con aria di sufficienza e attacca le tessere svogliatamente: si vede che mi sta facendo un grosso favore personale e sono certa che prima o poi lo riscuoterà a tasso di usura.

Prima ha voluto fare una doccia: ha allagato tutto il bagno e versato il docciaschiuma ovunque… Quando sono entrata in bagno, mi sono ritrovata proiettata in un hammam di Tunisi: il vapore denso e il profumo di argan mi hanno stordita e lasciata indifesa, non valutando quindi adeguatamente la viscosità della situazione. Nel senso che il pavimento era completamente cosparso di sapone.

Davide, torna! Mi mancano le nostre risate per i disastri di Ariel. Se ci fossi stato tu, per esempio, avrei sdrammatizzato cantando come il muezzin che, una vita fa, sentii cantare dal minareto della moschea di Kocatepe ad Ankara. E tu probabilmente avresti cantato la tua nuovissima hit: “La mamma pulisce più di Chanteclair…. Aaaa Aaaaaaaaa”. Senza di te, i guai della “capronessa prepotenta” sono semplicemente situazioni da pulire e sistemare.

Davide, ti aspetto. Adesso scappo, perchè ad Ariel è partito il livello massimo del disturbo autistico: la riderella incontrollata, presagio inequivocabile di notte in bianco.

E niente, oggi è una giornata di contenitori pieni e vuoti: il bicchiere è pieno di amore per il mio bambino in vacanza, mentre il flacone del docciaschiuma è inesorabilmente vuoto, desolata rappresentazione di una giornata difficile.

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Il mondo intorno a noi

Il 5 giugno e le infradito

5 giugno 2018. Mattina presto. Camera.

Davide: “Mamma… Mamma… Mamma, piangi perchè oggi Ariel compie 7 anni e ancora non parla?”

Io: “No, Davide, piango perchè sono molto felice di essere la vostra mamma.”

Il mio ometto! Mi ha sgamata subito. Quello del settimo compleanno di Ariel è stato un argomento molto discusso in famiglia nell’arco degli anni poichè ci era stato spesso presentato come termine massimo allo sviluppo del linguaggio. “Se non parlerà entro i 7 anni…”

Così ho trascorso la notte tra il 4 ed il 5 giugno a vegliare il sonno di mia figlia e a mormorare: “Ce la puoi fare. Ce la puoi fare. Ce la puoi fare. Io so che ce la puoi fare.”

All’alba mi sono alzata e sono andata fare un po’ di ginnastica sia per cercare di ritrovare un po’ di quel punto vita perso tra gravidanze e panini alla Nutella, sia per scaricare lo stress. Ma niente, neanche la doccia mi ha aiutata…

Dopo aver portato i bambini a scuola, ho passato la mattinata svolgendo le mie solite attività quotidiane, ma con quel fastidioso pensiero che si era incistato nella parte posteriore del cervello. Lo sentivo premere come un sasso. “Ce la puoi fare. Ce la puoi fare. Ce la puoi fare. Io so che ce la puoi fare.”

Il pomeriggio è volato cucinando per la festa di compleanno con i parenti. Ad Ariel non interessa assolutamente nulla del suo compleanno (concetto troppo astratto) nè dei regali (le sorprese mettono ansia!), ma io ci tengo… Mentre impastavo, tagliavo, scolavo, il mio cervello continuava a produrre quell’odioso mantra. “Ce la puoi fare. Ce la puoi fare. Ce la puoi fare. Io so che ce la puoi fare.”

Finalmente sono arrivati gli invitati e la tensione è lentamente scesa anche se Ariel, da perfetta Princess autistica, ha solo salutato nonni e zii con un elegante gesto della mano per poi tornare nei suoi regali appartamenti.

E poi c’è stata la svolta. E’ arrivata Elisa con un regalo completamente inaspettato.

Sono rimasta stupita. I compagni di classe ed altri piccoli amici della piccola snob hanno pensato a lei. A lei che non ha mai festeggiato un compleanno con loro, a lei che non li ha mai invitati alla sua festa di compleanno. A lei che vive in un mondo fatto di abbracci e sguardi rubati.

Per un attimo il mio cervello si è fermato e poi ha iniziato a ripetere un nuovo mantra. “Ce la possiamo fare. Ce la possiamo fare. Ce la possiamo fare. Io so che ce la possiamo fare.”

Perchè non sono sola. Perchè Ariel non è sola.

Se mi fermo un attimo e mi guardo in giro a mente aperta e cuore leggero, mi rendo conto che non sono sola e questo è stato il dono fatto a me in occasione del settimo compleanno di mia figlia.

Come cosa c’entrano le infradito?! Sono la parte più apprezzata da entrambe del regalo di cui sopra, perchè finalmente non litigheremo più per le mie ciabatte infradito.

7 giugno 2018. Mattina presto. Soggiorno.

A 2 giorni dal nostro personalissimo Millennium Bug, le cose vanno molto bene: Davide partirà per la Sardegna con Luca per il loro annuale viaggio tra uomini, Ariel andrà in gita alla “Fattoria Degli Asinelli” e io, seduta a gambe incrociate sul divano, sorseggio caffè e scrivo continuando a sperare di sentirmi prima o poi chiamare “mamma”.

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Ariel · La famiglia "autistica"

Ariel va alla guerra (contro il sistema)

Da qualche tempo la Princess è molto nervosa. Ogni anno in questo periodo è la stessa storia: stanca e irritabile, esprime in ogni modo il suo dissenso a tutto ciò che noi, infami neurotipici, cerchiamo di imporle.

Succede così che

  • i telefoni finiscano nel water;
  • le scarpe vengano tolte appena seduta (se in luogo pubblico ancora meglio);
  • la Ribelle non partecipi alle recite scolastiche (lo confesso, questa cosa la sto ancora rimuginando, ma ormai dovrebbe essere arrivata al quarto ed ultimo stomaco);
  • la Coca Cola che non supera il test frizzantezza finisca nel lavandino o venga utilizzata per innaffiare il giardino;
  • le gite in Slovenia si riducano ad assolate ed insolanti* permanenze in auto mentre i maschi della famiglia passeggiano su è giù tra le valli dell’Isonzo;
  • una miscellanea di disastri si abbatta sulla povera genitrice con o senza preavviso.

A tutto questo ero abituata. Ripeto, si verifica ogni anno in questo mese: manca poco alla fine della scuola, Ariel da mesi risponde alle richieste di tutti e così arriva a fine maggio letteralmente bollita.

Non ero preparata alla Piccola Anarchica Friulana che, in totale spregio alle regole della casa, non solo entra in bagno con il tablet,  ma, con aria di sfida, strappa addirittura il divieto dalla porta.

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Ora io ho un dubbio…

Ok, la fine della scuola. Ok, che è stanca. Ok, che domani c’è luna piena, ma non è che il nuovo taglio di capelli l’ha resa ancora più iena? In fondo come dicono tutti, è decisamente adatto al suo temperamento grintoso…

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Ho deciso. La prossima volta, boccoli biondi come la mamma e speriamo diventi più pacata e collaborativa.

Oggi il bicchiere è mezzo pieno di ribellione e amore per una piccola vera Guerriera che non si arrende mai. Piuttosto ti uccide.

Cheers!

* Lo so che non esiste, ma se l’Accademia della Crusca ha accettato “petaloso”, a me deve concedere “insolante”… Soprattutto dopo essere quasi morta disidratata a causa degli effetti di un colpo di calore sloveno.

 

Ariel · Il mondo intorno a noi

Una bambina modo suo

Ariel è una bambina fatta a modo suo.
Non gioca con gli altri bambini. Non salta, non balla, non ride alle battute.
Quando è stufa della presenza di un ospite, lo accompagna alla porta. Se il malcapitato non capisce il messaggio, lo accompagna fino al cancello.
Ariel non chiacchiera in continuazione, non canta, non recita la poesia per la festa della mamma.
Il suo sorriso furbetto e la dolcezza con cerca di mitigare un carattere tenace ed ostinato, la fanno amare da tutti.
Ariel è in primis una bambina di quasi 7 anni.
E’ anche una bambina dal carattere volitivo.
Non ultimo è una bambina autistica.
Femmina, volitiva, autistica. Una vera bomba.
Oggi la bomba Ariel ha devastato il cuore della sua povera mamma che si illudeva di poter assistere alla recita per la festa della mamma come tutte le altre genitrici in sala.
Invece no. A me non è stato concesso.
La nostra presenza di sala è durata il tempo di piangere immaginando la sua voce tra quelle dei suoi compagni mentre cantavano e recitavano la poesia. Invitata dalle maestre, sono addirittura salita sul palco con lei per cercare di farla ballare con i compagni sperando che si divertisse almeno un po’. Alla fine mi sono arresa.
No, non ho pianto tantissimo… al massimo qualche bacinella…
Quando mi sono calmata, mi sono fatta una severa autocritica.
A chi delle due interessava la recita? Solo a me. Io sono l’adulto e devo capire una volta per tutte che non posso pretendere da lei alcune cose. Poesie, recite, mascherate, feste di compleanno: a lei non interessa nulla di tutto questo, interessano a me come sciocco tentativo di dare una parvenza di normalità ad una condizione che di normale non ha nulla.
Ariel è una bambina fatta a modo suo.
Io sono una mamma che sta faticosamente imparando ad adeguarsi al modo di essere di sua figlia.
Se sarò più attenta a lei e meno a me, forse, alla fine saremo una famiglia serena. Senza recite, senza poesie, ma con tanto amore.
Saremo semplicemente una famiglia a modo nostro.
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La famiglia "autistica" · La mamma "autistica"

Ci manchi!

“No tabae ančhemò?” (Non parla ancora?)
“No…”

Ci guardammo negli occhi e la nostra conversazione finì così, con la consapevolezza che le cose non stavano prendendo una buona piega per Ariel.

Quella è stata l’ultima volta in cui mi hai parlato. Il tuo pensiero era rivolto a lei.

Non immaginavo che dopo alcuni giorni non ti avrei più vista. Te ne sei andata in silenzio, senza disturbare, proprio come hai vissuto gli ultimi anni della tua vita. Una stupida influenza ti ha portata via in 2 giorni.

Non mi hai mai chiesto nulla, perché non ce n’era bisogno. Nella tua semplicità contadina avevi già intuito tutto ciò che valeva la pena sapere. In fondo “autismo” è solo una parola, ciò che conta sono i sintomi, le manifestazioni e tu li hai visti, tutti i giorni per 5 anni e mezzo.

Perché ti sto scrivendo queste cose proprio adesso?

Boh… Forse perché sono influenzata, mi sento giù di morale e penso di non essere stata abbastanza furba da seguire il tuo consiglio di “fare attenzione al sole nei mesi con la erre”.

Forse perché sono sempre più stanca e mangio male, a volte salto i pasti e ogni volta mi ronzano nelle orecchie le tue parole “Mai rabiâsi cul manğhâ”. (Mai arrabbiarsi con il cibo). Saggezza popolare di chi ha subito la guerra e sofferto la fame.

Forse perché sistemando i miei appunti, ho trovato un foglietto in cui ho scritto “gioia di vivere”. Era la mia risposta alla domanda “Pensa ad una persona (…) per la quale provi o hai provato rispetto. Quale caratteristica principale ti ricordi di lui/lei?”. Ovviamente pensavo a te, allora come adesso.

Forse perché per la prima volta dal 25 gennaio dello scorso anno ho dovuto togliere la collana che mi regalasti quando mi sono sposata e non potendo toccarla, sento di più la tua mancanza.

Forse perché sto prendendo consapevolezza che, se nemmeno tu sei riuscita a far parlare Ariel, non solo non parlerà mai, ma probabilmente non c’è nemmeno un luogo oltre la morte in cui io possa sperare di conversare con lei come tutte le madri con le figlie.

Nonna, mi manchi tanto. Manchi tanto a tutti noi. Ogni giorno. Io e Naty parliamo spesso di te, Mattia ripete i tuoi modi dire, Davide mi chiede quando ti veniamo a trovare in cimitero e Christian quando torni.

Eri una persona semplice, poco istruita, ma hai donato tanto amore, lasciando un segno in tutti coloro che ti hanno conosciuta.

Adesso Nonna, però, ti devo chiedere un grosso favore. Se c’è un aldilà, se nello spazio cosmico c’è ancora una particella della tua essenza, ascoltami. Se come dice Naty, sei troppo impegnata a “tenerle una mano sulla testa per non farle dire sempre tutto quello che pensa”, potresti per un po’ lasciarla al suo destino di “Bete de lenghe sclete” (Betta dalla lingua schietta) e attivarti un po’ per Ariel? Tanto, tutti coloro che conoscono Naty, sanno che non ha peli sulla lingua e adesso iniziano pure a preoccuparsi per tutta questa esplosione di diplomazia. Lassile sta par un pôc e viôt di Ariel. (Lasciala perdere per un po’ e bada ad Ariel).

Intanto, per far “contro” a questa botta di tristezza, metto il video di “Sweet Child ‘O Mine” dei Guns’N Roses. Ovviamente, non avendo un microfono con l’asta, imiterò Axel con la scopa. In fondo ciò che conta è ballare fino a rimanere senza fiato, no?

Ariel · Il mondo intorno a noi · La mamma "autistica"

La Pappagalla

Carissimi “signori” (la “s” minuscola è voluta!) che oggi avete detto che Ariel ha la voce di un pappagallo,

avete ragione: la Princess è una stupenda pappagallina blu circondata dall’affetto della sua famiglia autistica.

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Negli ultimi anni mi sono fatta portavoce di Ariel e dei suoi colleghi “blu”, avendo sempre fiducia nella capacità di comprensione delle persone, credendo che la conoscenza generi gentilezza.

Oggi no. Oggi non accetto una cattiveria gratuita del genere da parte di persone che potrebbero essere i nonni di Ariel.

Se vi avessi trovati, vi avrei detto tutto questo, vi avrei spiegato le difficoltà che Ariel incontra ogni giorno della sua vita, del senso di vergogna e timidezza con cui sussurra “COCA” o “TE”, consapevole di avere una voce arrugginita. La voce da “pappagallo” è la voce della rabbia, dell’eccitazione, della frustrazione. E’ vero, ha la voce da pappagallo, ma un cuore coraggioso e grande, pieno di amore.

Voi non vi siete resi conto di aver ferito il fratello ed il cugino di Ariel che vi hanno sentito ripetutamente darle del pappagallo.

Non vi siete nemmeno resi conto di essere estremamente fortunati per tutta una serie di motivi:

  1. Visto il vostro comportamento ignobile, deduco che viviate nella più beata ignoranza e che non sappiate nulla di autismo. Siete fortunati a non essere parte di una famiglia autistica, ma lo sono decisamente di più i vostri nipoti “non autistici”: nessuno di merita tanto la disabilità quanto due nonni completamente privi di empatia;
  2. Ariel non si scompone di fronte alla stupidità umana che, ahimè, è in continua espansione, altrimenti vi avrebbe dato ulteriore prova della sua voce di “pappagallo” con un bell’urlo nei timpani;
  3. Davide e Mattia sono ancora piccoli per reagire: vi sfido a tornare tra un paio di anni e a ripetere le stesse cose che avete detto oggi e a uscirne tutti interi;
  4. Ma soprattutto, siete fortunati perché io non ero presente e quando vi sono venuta a cercare, eravate già andati via. Perché se vi avessi trovati non solo vi avrei detto tutto questo, ma vi avrei sbranati vivi. Perché Ariel è una pappagallina, ma la mamma è una leonessa.

E il bicchiere oggi è mezzo pieno di camomilla. Non serve che ve ne spieghi le ragioni, vero?

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La famiglia "autistica"

Il piumone

Piove.

Li ascolto respirare nel sonno.

Alternati, come di giorno.

Lui, lei, lui, lei, lui, lei…

In questi giorni si cercano, sembrano leoncini che si fanno i dispetti. Lei arriva di soppiatto e gli ruba il telecomando. Lo guarda, il sorriso storto, lo aspetta; lui sogghigna e parte all’inseguimento. Il loro unico modo di giocare. Finora. Domani chissà.

Mentre io penso, loro respirano.

Lui, lei, lui, lei, lui, lei.

E il mio cuore trabocca di amore per mani che proteggono e gambe che scalciano.

Occhei, però adesso basta scoprire la mamma che è vecchia e ha freddo senza il piumone!

E il bicchiere è colmo di amore per due fratellini in cerca di equilibrio, mentre la loro mamma lotta per un pezzo di letto e un lembo di lenzuolo.

Ariel · La mamma "autistica"

La Sposa

Stanotte ho sognato che ti sposavi.

Era una calda giornata di sole. Nell’aria il profumo dei fiori che avevi scelto per addobbare la chiesa. Fiori semplici, ma speciali come te: piccole margherite, papaveri, camomilla, fresie, mimosa… La vetrate riflettevano sul pavimento geometrie colorate e io ti aspettavo nel primo banco. Davide era di fianco a me e dava la mano ad una bimba bellissima, una piccola te ma con capelli neri e occhi azzurri.

Quando sei entrata non riuscivo a vederti bene: eri in controluce, una sagoma scura circondata da luce dorata.

Come da tradizione sei entrata lentamente. Ho pensato che la “Primavera di Vivaldi” fosse una scelta un po’ particolare, ma quando ti ho visto, ho capito…

Eri bellissima nel tuo vestito bianco, una semplice tunica di seta. Non avevi il velo, solo una lunga treccia bionda e in mano un bouquet di fiori di campo.

Il tuo papà, orgoglioso ed elegantissimo, ti accompagnava all’altare.

Ti sei voltata un attimo verso di me e mi hai sorriso. Il tuo sguardo obliquo era dolcissimo.
Hai sussurrato “Ti voglio bene, mamma” con voce di giovane donna, non era la voce bambina che sogno di solito. Poi ti sei girata verso il tuo sposo.

Lui, però, era sempre di schiena, non sono mai riuscita e vederlo in faccia.

Inconsciamente sapevo che non era reale, ma era così bello vederti felice, sapere che non saresti più stata sola, peso insopportabile sulle spalle di tuo fratello…

Lo sapevo che era un sogno eppure il risveglio è stato comunque doloroso.

Ti prego, dolce sposina, torna ancora a trovarmi in sogno. È stato bello sentirsi dire “Mamma ti voglio bene” e, almeno per un po’, non essere preoccupata per il tuo futuro.

Sai perché sapevo che era solo un bellissimo sogno? Perché sono una vera esperta di thriller e nel sogno c’erano troppi indizi che mi avevano fatto capire che quella non era la realtà: 1. Ti stavi sposando, 2. Tu stavi parlando, 3. I papaveri erano un chiaro rinvio a Morfeo.

E il bicchiere è mezzo pieno grazie al quarto indizio: ho finalmente visto tuo padre elegantissimo e con la giacca adeguatamente abbottonata, cosa che non ha fatto nemmeno quando ci siamo sposati. E questo lo posso veramente solo sognare!

Credits: Ruffledblog.com