Ariel

Pronta a volare

La Princess ha un nuovo soprannome: Cicciottini.

Da quando la piscina è chiusa, non fa più attività sportiva e gli effetti si vedono sulle sue forme che stanno diventando tondeggianti.

Così sabato pomeriggio siamo andati a fare una passeggiata nei campi: mascherine, scarpe da ginnastica e, via!, siamo partiti in direzione della casa della nonna. La strada che facciamo normalmente è più breve, ma Davide voleva cambiare, fare qualcosa di nuovo, quindi abbiamo iniziato la discesa verso sud.

Abbiamo costeggiato campi di frumento e di orzo, altri a maggese, alcuni arati da poco, boschetti di acacie e fossati coperti di fiori selvatici, finché all’improvviso, dal nulla, è spuntato lui: un ultraleggero bianco e rosso.

Ariel è come impazzita: ha iniziato ad urlare, tutta eccitata lo ha indicato e seguito con lo sguardo fino all’hangar dove è atterrato.

E niente, ho dovuto rincorrerla nel campo perché era già pronta a prendere il volo. Sia letteralmente che metaforicamente.

Solo la promessa di una Coca Cola e di un giro sull’altalena l’ha fatta desistere dall’andare alla ricerca del pilota per farsi portare a fare un giro sopra questa bella terra ai confini della nazione, al centro del nostro mondo.

Il tempo passa è la Princess Cicciottini cresce.

Forse non andrà mai ad abitare da sola, sicuramente non comparirà mai in televisione, ma cresce: a volte con veloci corse in avanti, altre con piccoli passi da formica, ma quello che ho imparato in questi ultimi 7 anni è che il traguardo è meno importante del percorso fatto per raggiungerlo e quello di Ariel è più difficoltoso di quello di alcuni, meno di quello di altri, ma tutti, tutti hanno la medesima dignità di narrazione.

Una Princess a passeggio

Il mondo intorno a noi

7 anni di autismo (parte 2)

Ho pensato a lungo ad un incipit che facesse presa e che fosse morbido, nonostante lo stato d’animo che mi sto trascinando da una settimana. Ho smussato questo post il più possibile, ma in alcuni passaggi è ancora affilato come il bisturi con cui mi hanno dissezionato l’anima.

Alla fine ho deciso di usare la tecnica della ceretta: uno strappo secco e via!

Lo dirò quindi con parole mie: questo per me è stato il peggior 2 aprile di sempre. Negli ultimi anni c’è stato un costante imbarbarimento ed inasprimento dei toni che mi ha fatto più volte pensare di mollare tutto, ma quest’anno spero di aver toccato il fondo, perché se si  dovesse scendere ancora più in basso dovremmo tutti dotarci di attrezzatura da palombari.

Confesso che negli ultimi 24 mesi ogni post scritto sull’autismo, temendo le critiche feroci di chi la pensa diversamente da me, mi ha dato un’ansia crescente. In certi frangenti mi rendo conto di capire Kurt Cobain quando scriveva: “a volte mi sento come se dovessi timbrare il cartellino ogni volta che salgo sul palco”.

Le continue polemiche mi stanno togliendo il piacere della scrittura e questo è peggio di un pugnale nel cuore per chi come me scrive per trovare un baricentro esistenziale.

Non mi piacciono i riflettori, sono una persona schiva che si è messa in gioco per sua figlia. Vi svelo un segreto: non sono una stronza, non mando la gente a fanculo, nemmeno quando se lo meriterebbe, ma cerco sempre di comprendere e di rispondere con la cortesia che vorrei ricevere da chi la pensa diversamente da me.

Non mi autospammo, non faccio nemmeno post pubblici, li rendo tali solo quando mi viene chiesto perché la mia bassostima è il metro con cui mi approccio al mondo. Li riporto sul blog (oddio blog, che poi sembra chissà cosa…) solo per averli tutti in ordine cronologico senza i post cazzari che scrivo ogni tanto per sdrammatizzare le vicissitudini del quotidiano, perché non di sole lacrime vive la donna.

Intervengo poco nei gruppi di autismo, siano essi di genitori o di persone autistiche: ci vuole delicatezza per non ferire chi sta già soffrendo, sono necessarie saggezza e lungimiranza per supportare chi sta attraversando un momento di difficoltà e io temo sempre di essere banale o di ferire inavvertitamente qualcuno. Quindi leggo, rifletto e spesso imparo.

Quando partecipo alle conversazioni sull’autismo cerco di essere rispettosa di tutte le parti in causa, non uso toni offensivi e accolgo le opinioni diverse dalle mie.

Ho fatto molti errori e non li voglio giustificare con la neve dell’amore: non rinnego nulla, sebbene non mi possa dire pienamente soddisfatta del mio percorso nel mondo dell’autismo. 7 anni fa non ne sapevo nulla e mi sono approcciata con umiltà a coloro che lo vivevano da più tempo di me. Ad onor del vero ne so poco pure adesso: ogni volta che leggo, studio, certo di capire, mi rendo conto che sono ancora lontana da una vera consapevolezza ed è per questo che il 2 aprile ho deciso di farmi da parte, di lasciar parlare chi l’autismo lo vive da dentro.

Dallo scorso weekend sulle spalle un pesante bagaglio di disillusione e amarezza: la settimana era già iniziata malissimo con un’assurda campagna informativa in cui venivano associati autismo e Covid. Uno di quei casi in cui, sebbene l’amore abbia dato la spinta iniziale e le buone intenzioni il carburante, la comunicazione completamente priva di etica ha fatto guadagnare a questa iniziativa il primo premio delle iniziative da dimenticare. La banalizzazione della generalizzazione e la mancanza di rispetto per le persone autistiche che hanno espresso dissenso non hanno avuto davvero scusanti.

Per non parlare della campagna della Fondazione Italiana Autismo: tra la retorica stantia della bambina geniale in matematica e con predisposizione per la musica e la “sfida” dell’urlo, mi chiedo se abbiano mai avuto a che fare con le diverse sfumature dell’autismo o se siano fermi alla narrazione di dieci anni fa.

Genitori, istituzioni, associazioni: quando parliamo di autismo dobbiamo essere più etici e rispettosi delle opinioni delle persone autistiche, fare tesoro delle loro esperienze e ascoltare le loro opinioni. Potremo anche non essere d’accordo, ma è un loro diritto autorappresentarsi e dissentire da talune nostre iniziative, ma non per questo abbiamo il diritto di silenziare le loro voci.

Credo fermamente in questo, nonostante tutto quello che mi è stato detto nei giorni scorsi.

Alcune persone autistiche, nonostante abbia costantemente chiesto voce per tutti loro, mi hanno trattata come una persona da denigrare o un nemico da offendere.

Ora mi rivolgo a voi, membri della comunità autistica.

Mi avete dato della “mamma coraggio”, mentre cercavo esprimere la mia opinione come madre di una persona autistica che non si potrà autorappresentare.

Mi avete detto che la comunità autistica ha diritto di autorappresentarsi e che noi genitori possiamo intervenire, ma che voi avete il diritto di precedenza… E che è? Una rotatoria? E le persone autistiche come mia figlia? Loro non hanno diritto di essere rappresentate da chi le conosce e ama da sempre? Non ho ben capito: sono la tutrice legale di Ariel, se le succede qualcosa o combina qualcosa, ne rispondo civilmente e penalmente, ma non posso dire la mia opinione sulla simbologia dell’autismo?

No, non posso, “perché io l’autismo non lo vivo in prima persona”. Fantastico.

La prossima volta che Ariel non dormirà, le terrete voi la mano mentre parla alla luna?

Quando avrà un meltdown, le proteggerete voi la testa affinché non si sfondi il cranio contro il muro?

Le metterete voi i cerotti sulle dita che continua a mordere fino alla carne viva?

Quando dovrà fare un tampone, le terrete voi le gambe e aspetterete seduti fuori dalla porta che lo shutdown passi, trattenendo il fiato ad ogni suo sospiro?

Le insegnerete voi ad usare gli assorbenti e pulirete voi i disastri che sicuramente farà in giro per casa, almeno i primi tempi?

Andrete voi dai vari Direttori a pietire una presa in carico?

Ah, lo avete già fatto per i vostri figli? Fantastico… Allora siete prevenuti nei miei confronti solo perché ho un funzionamento neurobiologico diverso dal vostro?

Mi avete citato il mansplaining[1] per farmi intendere che una madre neurotipica non deve parlare di autismo, soprattutto non deve permettersi di parlare di suprematismo quando le sue opinioni vengono minimizzate da un “noi abbiamo il diritto di precedenza”. Figo! E io che credevo che una narrazione corale riuscisse a mettere in luce tutte le sfumature di una diversità così complessa e articolate e a togliere l’autoreferenza che si trova in tutti i racconti in prima persona. Pure i terapisti a volte chiedono di parlare con i congiunti dei pazienti per riuscire ad avere una visione più globale, ma nel mondo dell’autismo, no! Nell’autismo conta solo una voce: la vostra. Credo ancora che le vostre istanze debbano essere ascoltate, ma a questo punto, lo ammetto, mi dispiace di aver rifiutato la presenza alle iniziative che mi erano state proposte per lasciarvi spazio. Mi avete lasciato intendere di essere comunque una scheggia nell’arcobaleno infinito della vostra comunità.

A proposito… Non vi piace il puzzle blu?  Volete l’infinito con i colori dello spettro? Bene, capisco il vostro punto di vista e sebbene non lo condivida (per motivi puramente razionali, non emozionali, quindi più facili da scardinare se si trovano le giuste argomentazioni), qualora la maggioranza delle parti in causa lo scegliesse, mi adeguerei ad esso, purché si potesse finalmente andare oltre al simbolo e tornare al messaggio: una famiglia vestita di blu non lo fa perché è bello essere tutti uguali con la divisa dei puffi, lo fa per amore. Sul mio profilo personale ho pubblicato una fotografia che ha un valore personale inestimabile: vi è ritratta tutta la mia famiglia, pronta a partire per la “Marcia in blu”. L’ultima volta che ero riuscita a riunire tutti era stato per il battesimo di Ariel: quel 2 aprile di 4 anni fa fu ed è tutt’ora un giorno davvero importante per me, il simbolo dell’immenso amore di cui la Princess è circondata. Da qualche parte ho letto una madre inneggiare alla propria neodiagnosi di autismo “così il figlio non sarà più solo”. Pensate un po’… Ariel è l’unica persona autistica della mia famiglia, ma non è sola: tutte quelle persone vestite di blu la amano fuori misura e darebbero la loro vita per lei.

Capisco che la simbologia sia importante per voi, per me non lo è altrettanto, non solo in riferimento all’autismo, ma in generale: per me  IL SIMBOLO NON PUÒ ESSERE PIÙ IMPORTANTE DEL MESSAGGIO. È come lottare per avere il crocefisso nelle aule e poi votare Salvini, perché non si vogliono gli extracomunitari. E il messaggio di amore di quel crocefisso dov’è? Sul fondo del mare?

Quindi, ok, usiamo tutti il simbolo che volete e adesso dedichiamoci ai problemi che quotidianamente affrontano le persone autistiche e le loro famiglie: la diagnosi e la presa in carico precoce, la formazione di professionisti preparati e rispettosi delle caratteristiche peculiari delle persone a loro affidate, l’inserimento nel mondo del lavoro, il dopo-di-noi, l’isolamento e lo stigma sociale sia diretto che “di riflesso”[2], la mancanza di un censimento nazionale sulla popolazione autistica e potrei continuare per giorni…

I “bene, finalmente i genitori si stanno stancando, così possiamo ricostruire” dimostrano che non avete ancora capito le dinamiche che muovono le istituzioni e coloro che non vivono l’autismo.

Volete distruggere per costruire? Bene, fate pure, ma siate certi di avere sufficienti risorse, energie e forza per far fronte al lavoro immane che vi aspetta: se fossi in voi farei una SWOT analysis[3] ottimizzando i tempi e le risorse già presenti ed eliminando solamente le parti disfunzionali, ma io sono solo una neurotipica poco razionale che ha dedicato il suo ultimo anno all’illusione di un ponte su cui alla fine è stata bullizzata, derisa e isolata.

Come? Ah, così provo quello che provate voi da sempre? Complimenti: non c’è niente di più squallido della vittima che diventa il bullo di chi le tende una mano.

E con questo chiudo i miei primi 7 anni nell’autismo, per i prossimi 7 mi troverete ancora qua a scrivere i miei post pieni di retorica da madre coraggio e a chiedere che ascoltino la voce di tutte le parti in causa: genitori, persone autistiche, professionisti. Anche se non condivido il vostro pensiero, soprattutto se non lo condivido, perché le prospettive diverse da cui partiamo ci potrebbero far crescere reciprocamente, se solo fossimo sufficientemente lungimiranti da ascoltarci senza pregiudizi e senza intenti manipolatori. Come disse Voltaire: “Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo”.

Che sia chiaro: non ho nulla di personale contro nessuno, ma sono davvero stanca, demoralizzata e delusa da taluni comportamenti presenti in entrambi gli schieramenti. Questo è davvero il derby più triste d’Italia.

Volete continuare a farvi la guerra per i simboli? Fate pure, but not in my name.

E tantomeno in quello di mia figlia, tanto noi due abbiamo già il nostro simbolo.

Love and peace, amici, love and peace.

Nell’immagine il simbolo che ho creato per me ed Ariel e che diventerà il nuovo logo del blog e della pagina Facebook: rappresenta un abbraccio con i nostri cuori al centro.

[1]  Atteggiamento paternalistico di alcuni uomini che commentano o spiegano a una donna, “qualcosa di ovvio, oppure qualcosa di cui lei è esperta, perché pensano di saperne sempre e comunque più di lei oppure che lei non capisca davvero”. (fonte https://www.ilpost.it/2016/11/21/mansplaining/)

[2] Le famiglie di persone disabili spesso sperimentano in modo indiretto  molte delle pratiche discriminatorie di cui sono soggetti i figli. I genitori in altre parole, fanno esperienza delle dimensioni psico-emozionali del disabilismo , accomodano il loro comportano a seconda delle reazioni altrui e imparano a interiorizzare l’oppressione vissuta dai figli. (vedi Pinguini nel deserto, Alice Scavarda, paragrafo  4.2, ed. Il Mulino).

[3] SWOT analysis: matrice per la valutazione strategica usato per valutare i punti di forza (Strengths), di debolezza (Weaknesses), le opportunità (Opportunities) e le minacce (Threats) per un’impresa, un progetto o in ogni altra situazione in cui un’organizzazione o un individuo debba svolgere una decisione per il raggiungimento di un obiettivo, valutando gli aspetti positivi, riducendo le possibilità di fallimento, capendo cosa deve essere implementato e cosa  eliminato.

Ariel · La mamma "autistica"

7 anni di autismo (parte 1)

Mettetevi comodi: non sarò breve. Ho mille pensieri per la testa e sto cercando di acchiapparli con il mio immaginario retino con le maglie più strette di quello che usavo da bambina visto che non sono mai riuscita a prendere una farfalla.


Il 3 aprile di 7 anni fa scrissi il mio primo post sull’autismo.

Ricordo ancora tutto perfettamente: Luca aveva la notte e io ero a letto con Ariel e Davide, stretti a me, mentre combattevo contro le mie emozioni ed i miei pensieri. Era un post semplice, scritto con il cellulare e senza alcuna etica, ma con tanto amore, quell’amore che spesso viene sbandierato come la carta multicolore di Uno: quella che cambia il corso del gioco e spesso usata per coprire gli errori fatti durante le mani precedenti. L’amore è come la neve: rende tutto più bello, anche un cumulo di letame, ma appena si scioglie, torna la sostanza puzzolente e schifosa che realmente è. Quante donne vengono uccise in nome dell’amore? Quante errori facciamo noi genitori? Migliaia e della maggior parte di essi nemmeno ci rendiamo conto. Ma su questo punto tornerò dopo, perché questa riflessione ad un certo punto si biforca.

Dicevamo, 7 anni fa con il mio primo post scritto piangendo, comunicai al mio piccolo la mondo la condizione di Ariel: da diverso tempo le persone mi fermavano per strada per chiedermi sue notizie avendo capito che quella bambina era diversa da tutti gli altri bambini del paese. Già, perché Ariel è stata la prima bambina diagnosticata autistica nel Comune, abbiamo pure questo primato! Decisi di renderlo pubblico, contando sulla rete della comunità che si strinse a noi con tanto affetto e partecipazione. Molte persone, una volta saputa la diagnosi, non mi chiesero più nulla e tornarono ad ignorarci come prima, altre iniziarono ad osservare Ariel cercando di trovare le differenze rispetto ai nipoti, la maggior parte iniziò a fare domande per capire come aiutarci e pensai di continuare a scrivere di Ariel per farla conoscere a chi la incontrava tutti i giorni e non capiva, perché non parlasse, non salutasse, non li guardasse negli occhi: 7 anni fa l’autismo era meno conosciuto di adesso, molto meno.

Da qualche parte ho letto che le nostre cellule si rinnovano ogni 7 anni, quindi posso dire che, avendo 46 anni, sono a metà del mio settimo restyling biologico. Con la mente, invece, le cose funzionano diversamente: ciò che sono oggi è la sommatoria di tutte le mie esperienze passate, dei dolori, delle gioie, delle brusche fermate e delle ripartenze stentate, di ogni post inneggiante a bicchieri mezzi pieni con i quali cercavo disperatamente l’aspetto positivo delle situazioni più difficili.

Oggi ho cambiato prospettiva su molte cose, ho appreso che quando mi illudo di insegnare, in realtà sto imparando, che per non venire schiacciata dal peso delle giornate nere devo fare tesoro di quelle verdi, gialle, azzurre, viola; a lavorare, sì, sulle difficoltà, ma a spingere sulle propensioni personali, ad amare Ariel per chi è e non per chi immaginavo sarebbe stata: in fondo so che Ariel è autistica da quando aveva due anni e mezzo e il mio percorso con la Ariel diagnosticata è decisamente più lungo di quello con la Ariel sognata.

In questi anni ha imparato a leggere, a contare, a scrivere con il computer, a saltare, a chiedere “Co…Ca”, “Pi-za”, a fare la doccia e a lavarsi i denti, a vestirsi, ad apparecchiare, a preparare il caffè e i popcorn, a indicare per richiedere e a seguire lo sguardo condiviso guardando il dito e arrivando fino all’aeroplano.

Io ho imparato a guardare la luna e non il dito, a dare importanza alle piccole conquiste e a soffrire di meno per le grandi sconfitte, ma… la strada che devo fare su me stessa è ancora lunga.

Non sogno più la sua voce gialla che mi chiama “mamma” e per l’equilibrio delle mie giornate è meglio così: tanto dolce era il sogno, tanto doloroso il risveglio.

Lo so, lo so, Ariel lo dice milioni di volte al giorno usando altri sistemi comunicativi, ma non è la stessa cosa. Chi lo dice con leggerezza, come se fosse la medicina, non sa e non capisce: non l’ha mai vista cercare di parlare e arrabbiarsi per la sua incapacità o andarsene a testa bassa e spalle curve, schiacciata dal peso del suo fallimento.

Le parole sono importanti, ma a volte non sono sufficienti e minimizzare le sofferenze altrui è un gioco molto pericoloso: prima o poi gli altri siamo noi.

Nel famoso articolo “Non piangete per noi”, Jim Sinclair afferma che:

«… questo dolore non deriva dall’autismo del bambino in sé. Si tratta di dolore per la perdita del bambino normale in cui i genitori avevano sperato e che avrebbero dovuto avere. Gli atteggiamenti e le aspettative dei genitori, e le discrepanze tra ciò che si aspettano i genitori dei bambini a una particolare età e di sviluppo dei propri figli, causa più stress ed angoscia che le difficoltà pratiche della vita con una persona autistica»[1].

Ebbene non è sempre così. Quando un genitore soffre, non lo fa sempre per quello che ha perso, mettiamocelo bene in testa: preferirei stare male io, piuttosto che vedere lei sconfitta. A volte un genitore soffre, perché il figlio sta soffrendo. I genitori patiscono per i figli indipendentemente dal loro funzionamento neurobiologico: soffro per Ariel quando cerca di parlare o durante uno meltdown; soffro per Davide quando piange di solitudine. I genitori delle persone autistiche non piangono solo per ciò che non sarà, ma anche per la solitudine (loro e dei figli) del presente, per l’incertezza del futuro.


Condivido questo passaggio:

«Guardate il vostro bambino autistico qualche volta, e prendetevi un momento per dirvi chi non è quel bambino. Pensate tra voi: “Questo non è il figlio che avevo aspettato o pianificato. Questo non è il bambino che ho aspettato per tutti quei mesi di gravidanza e tutte quelle ore di travaglio. Questo non è il bambino per il quale avevo fatto tutti quei piani e con cui avevo pensato di condividere tutte quelle esperienze. Quel bambino non è mai venuto”. Quindi andate a versare tutte le lacrime avete da versare – lontani da quel bambino autistico – e imparate a lasciar andare.»


Non apprezzo, invece, la narrazione dell’alieno, sebbene capisca che sia solo una parte del paragrafo successivo il cui messaggio è fondamentalmente: ritarate il vostro stile comunicativo, ascoltate e interagite senza pregiudizi, lottate e mediate per vostro figlio. Cito:

«Dopo che avete iniziato a lasciar andare quella sensazione, tornate indietro e guardate nuovamente vostro figlio e dite a voi stessi: “Questo non è il bambino che aspettavo e pianificavo. Questo è un bambino alieno che è atterrato nella mia vita accidentalmente. Non so chi sia questo bambino o chi diventerà. Ma so che è un bambino, intrappolato in un mondo alieno, senza genitori della sua specie che possano occuparsi di lui. Ha bisogno di qualcuno che ne abbia cura, che gli insegni, che interpreti e lotti per lui. E poiché questo bambino alieno è atterrato nella mia vita, è mio compito se lo voglio.»


Ariel non è un’aliena, è mia figlia, non è di una specie diversa. L’amore che provo per lei, quello sano, non quello malato della neve e del letame, mi ha dato la forza di vivere quando pensavo che non ci sarebbe stato futuro e mi dà il coraggio di espormi qua, con voi, mettendo a nudo i miei pensieri, la mia fatica, le mie gioie e i miei dolori, per farvi conoscere la Princess e creare un mondo che la ami e la apprezzi per la bambina splendida che è, non sulla base di tabelle di neurosviluppo tipico.

E anche se non parla, la nostra comunicazione è fatta di baci, abbracci, sguardi, movimenti di mani, di vita condivisa, di cui 9 mesi in reale simbiosi. Ariel non è un’aliena atterrata accidentalmente nella mia vita. Ariel, come Davide, è la mia ragione di vita e confesso che a volte è più facile capire i suoi silenzi di quelli del fratello neurotipico.

Interpretare il rapporto genitori-figli solo sulla base del funzionamento neurobiologico è una semplificazione eccessiva e la retorica dell’extraterrestre, come quella della bolla, creano una visione fuorviante dell’autismo.

Amo Ariel, in questi 7 anni è decisamente più quello che ho imparato di quello che ho insegnato e continuerò a prestarle la mia voce, finché avrò forza. Se alcuni non sono d’accordo, peccato!, se ne dovranno fare una ragione, ma questa è un’altra storia.

Ora vado da lei e la stringerò forte aspettando il momento in cui aprirà i suoi meravigliosi occhi chiari e, sorridendo, mi dirà “Ti voglio bene, mamma”. Ovviamente a modo suo.


[1] Titolo originale: Don´t mourn for us  di Jim Sinclair. Traduzione e adattamento di David Vagni. http://www.spazioasperger.it/index.php?q=testimonianze&f=11-non-piangete-per-noi

Ariel · La mamma "autistica"

L’aeroplano

Ci sono momenti che non dimenticherai mai, fotogrammi che cambieranno la tua vita per sempre.

Uno dei momenti fondamentali della mia vita comprende un aereoplano.

Eravamo nel parcheggio de “La Nostra Famiglia”. La seduta di valutazione  era appena terminata e la terapista ci accompagnò fuori.

La Princess aveva poco più di due anni e la tenevo in braccio. Lei si stringeva forte a me come un piccolo koala. Adoravo quando lo faceva così: sostituiva quel “mamma” che tanto desideravo e che non arrivava.

In quel momento passò un velivolo, la professionista lo indicò dicendo: “Ariel, guarda, un aereo!”

Niente. Non successe assolutamente niente. Non seguì il dito, non guardò in cielo, non guardò lei e nemmeno me. Rimase stretta al mio collo, la testolina  sulla mia spalla e non fece niente.

Guardai il viso della dottoressa e quello che vidi non mi piacque.

Non osai chiedere nulla, lei disse solo: “Non c’è attenzione condivisa. “

“Ed è un male, vero?”

“È troppo presto per dirlo, ma adesso lo segno sulla cartella di valutazione affinché le colleghe che mi seguiranno nell’iter di valutazione controllino a loro volta.”

Da allora quando vedo un aereo in cielo non penso a vacanze, non mi chiedo dove stia andando o perché le persone a bordo siano su quell’aereo:
io ricordo una donna con un dito puntato al cielo e il mio cuore che sprofonda nell’abisso.

Dopo quasi 8 anni e tanti progressi, anche se minori di quanto avevano predetto taluni, aspetto ancora di sentirmi chiamare “mamma” e un aereo in cielo mi riporta a quel giorno quando il sole era ancora alto e forte, gli alberi iniziavano a perdere le foglie e il mio cuore perse un battito.

La mia vita cambiò, le mie aspettative cambiarono, mia figlia no: lei è stata, è e sarà sempre e solo Ariel, coerente a se stessa, distributrice industriale di abbracci.

Mi mancano i suoi abbracci da koala, non riesco più a portarla come facevo quando aveva due anni, ma il “mamma” nascosto tra le sue braccia che mi stringono è sempre lì, più forte che mai.

La mamma "autistica"

Indolenza

Dopo due mesi di vita in cantiere, ne ho francamente i cabasisi pieni.

Ora dovrei riporre i miei vestiti nell’armadio e le suppellettili in soggiorno, ordinare i libri per autore e titolo (ma solo se non fanno parte di una serie, ovviamente!) e invece sono seduta a chattare con un’amica e sto per mandare la dieta a puttane amoreggiando con un vasetto di Nutella.
Il senso di colpa e l’ansia le faranno da companatico e quindi ingrasserò a dismisura.

Non ho voglia di fare niente, nemmeno di leggere e ciò è davvero gravissimo, praticamente lo tsunami del fancazzismo che spalanca le porte alle goccine buone.

In realtà c’è qualcosa che desidero tanto fare: vorrei andare al mare con tutta la famiglia, passeggiare sulla spiaggia e mangiare una spaghettata con le vongole.

Sogni proibiti di un pomeriggio di inizio primavera nell’anno 1 d.C. (dopo Covid), mentre galleggio in un mare di indolenza.

Immagine di repertorio scattata a Pirano il 06/01/2020, praticamente una vita fa

La mamma "autistica"

Insegnando si impara

Ho imparato molto quando credevo di insegnare e quel poco che so si è moltiplicato a dismisura.

Ho imparato ad aspettare, ad osservare, ad adattare, ad amare le incertezze, ad applaudire le conquiste, a spronare le difficoltà, ad accogliere un modo diverso di fare la medesima cosa senza imporre il mio, a guardare il futuro con gli occhi di chi lo vivrà e a narrare il mio passato come se fosse una fiaba.

Ho appreso che gli errori non sono la fine del mondo, ma l’inizio di nuovo percorso e che non determinano il valore di una persona.

Ho imparato ad essere indulgente con chi sbaglia.

Anche con me stessa.

***********
P.S.: non sono un’insegnante, bensì solo una mamma, ma a volte il confine è davvero sottile… Almeno nel mio piccolo mondo…

Una maestra che insegna ad un’alunna svogliata come si fanno i puzzle
La mamma "autistica"

Il maggiordomo

Quando compii 30 anni ero devastata: consideravo quel compleanno come la fine della giovinezza e l’ingresso nell’età adulta, la fine della spensieratezza di un’adolescenza tirata decisamente per le lunghe.

Finché il mio boss, sapendo della mia crisi esistenziale, mi provocò:  “Katjuscia, lo sa, vero, che a trent’anni una donna è finita?”

Posticipai così il mio ingresso nella calma maturità della donna concedendomi una battuta salace da ragazza permalosa: “Vorrà dire che  nel prossimo budget del marketing inserirò tra le spese di rappresentanza anche creme antiage, massaggi rassodanti e pancera per la responsabile dell’ufficio.”

Ridendo insieme a lui, archiviai la mia crisi anagrafica fino ai 40 anni, quando, fomentata da un coro di “dagli -anti non si esce”, attuavo riti scaramantici e, ancora fresca della della diagnosi della Princess, sfanculavo serenamente a destra e a manca pensando tra me e me: ” Col cazzo che mi gufate, io non mi posso permettere di morire, devo ancora fare troppe cose per Ariel!”

Passavo le giornate a pianificare e organizzare tutto, a sognare un mondo  in cui Ariel sarebbe stata amata per il suo sorriso e per la sua determinazione e non definita dai suoi deficit. A volte non avevo nemmeno la forza di scendere dal letto, rotolavo lentamente giù da esso e mi trascinavo in cucina a preparare il caffè: diedi così inizio ad una seconda dipendenza, oltre a quella da cioccolato che mi dà la forza di respirare fin dall’adolescenza.

Ora, a 46 anni, sebbene abbia un cerotto autoriscaldante sul collo a ricordarmi che svestirmi al primo caldo non è più consentito, non mi importante più un beneamato piffero degli -anta, le creme antiage che uso, a detta di Davide, non funzionano (ah, le gioie della maternità!) e ho imparato che per quanto uno possa correre e pianificare, la vita è sempre un passo avanti a noi. Non depongo le armi davanti alle difficoltà, ma ho imparato a scegliere le mie battaglie, poiché  combattere costantemente contro il mondo spesso distoglie da ciò che è veramente importante.

I sogni, quelli, invece, non li abbandono: continuo a desiderare un mondo aperto al diverso, in cui la ragazzina possa essere amata in quanto Ariel e non identificata dalla sua diagnosi che, a volte, è più fastidiosa di un’etichetta della Decathlon.

E fino a ieri sognavo un maggiordomo che ramazzasse il castello al mio posto ché le braccia e le spalle non sono più quelle di una volta.

Sognavo, perché il Principe consorte ha “vagamente” percepito il mio malumore e, per una volta, ha azzeccato il regalo giusto, non come quando, al primo Natale da conviventi, mi regalò un paio di lenzuola con i cagnolini perché “gli avevo mandato segnali inequivocabili”. Due sono le possibilità: o sono diventata più brava nell’invio di messaggi subliminali o lui ha capito che se gli parlo sempre della stessa cosa, forse la voglio. Forse.
   
Quindi sono finalmente dotata di maggiordomo 2.0.

Qualcuno sa qual è il pulsante per il massaggio cervicale?

Ariel

Benedetta adolescenza

Sono al telefono, quando scoppia una violenta discussione: una voce pacata cerca di far ragione una voce isterica che ad ogni secondo aumenta di frequenza e volume.

Chiudo rapidamente la conversazione, butto un occhio alle scale che scendono nel seminterrato e vedo i fogli che avevo stampato per loro lanciati alla rinfusa. In soggiorno le due si fronteggiano in un epico scontro di volontà: l’educatrice è calma e risoluta, Ariel è rossa in viso e urla tutto il suo dissenso.

“Cosa sta succedendo?”, chiedo.

Elena mi dice che aveva impostato il timer e che, quando era suonato a indicare il momento di scendere, Ariel aveva preso i fogli e li aveva buttati via. Quindi Elena aveva spento la televisione e sequestrato il telecomando. Apriti cielo!, Ariel aveva iniziato ad strillare con tutto il fiato che aveva in gola.

Mentre Elena mi racconta il fattaccio brutto di Strada Triestina, Ariel, continuando a sbraitare, guarda Elena con aria di sfida e corre in camera sbattendo tutte le porte che incontra sul suo cammino.

Mi scappa da ridere, guardo Elena e le dico: “Tu lo sai che cosa sta facendo, vero?”

“No…”

“Sta prendendo il telecomando dell’altra televisione, ora verrà qua e accenderà la tv con quello, dimostrandoti che questa è casa sua e che lei è la Princess del castello.”

In quello torna la nostra iena: brandisce il telecomando come se fosse uno scettro e, guardando Elena con aria di sfida, accende la televisione. 

Questo episodio mi fa riflettere su un paio di cose:

  1. Alcuni potrebbero inferire questo comportamento all’autismo, io lo imputo all’adolescenza canaglia che tutti i bravi bambini se magna: le persone autistiche sono PERSONE, non diagnosi e non tutti i loro comportamenti sono dovuti all’autismo. Non mi stancherò, mai di ripeterlo: Ariel è in primis un BAMBINA… ops… una PREADOLESCENTE e mi devo preparare psicologicamente ad un cambiamento dei suoi comportamenti: la nuova variabile da considerare saranno gli ormoni. ORMONI GROSSI COME ELEFANTI;
  2. I cosiddetti “comportamenti problema” sono presenti in tutta la popolazione mondiale: ieri pomeriggio ne ho avuto uno d’annata, perché, quando sono tornata a casa dall’ufficio, la casa era sottosopra. Quindi se una saggia madre di 45 anni può dare i numeri, perché non può farlo la figlia novenne? Il vero problema non sta nel comportamento (sempre che non sia autolesionista o etero-aggressivo o metta le persone in situazioni di pericolo), ma nel capire cosa lo ha scatenato e trovare rapidamente una soluzione prima di arrivare alla deflagrazione e, soprattutto, prima che diventi un modus comunicativo;
  3. Ariel deve comunicare in maniera più funzionale il suo desiderio di vedere ancora un po’ di televisione, anche se devo ammettere che è stata sufficientemente chiara sulle sue volontà… Lavoreremo in modo mirato su questa richiesta, ma mi sento dire talmente spesso che, “anche se non parla, non è un problema, ciò che conta è che comunichi”, che quando succedono questi episodi, sorrido: Ariel quando è ben motivata è una poderosa comunicatrice che manco la potenza di fuoco che ci promise Conte;
  4. Sono la mamma di Ariel, non la sua terapista. A volte è davvero impossibile controllare le emozioni che annullano la freddezza necessaria ad avere tutto sotto controllo. Pensare di potersi sostituire ai professionisti in tutto e per tutto potrebbe essere deleterio. Credo che sia fondamentale il lavoro in sinergia tra famiglia, scuola, educatori e professionisti: se il patto scuola-famiglia o calcio-famiglia è importante per lo sviluppo armonico di Davide, a maggior ragione lo è per Ariel che ha bisogno di prevedibilità e coerenza per affrontare con serenità questo mondo di cui a volte non capisce il senso. Noi genitori DOBBIAMO essere preparati, studiare e formarci, ma allo stesso tempo tutti possiamo sbagliare o non essere emotivamente in grado di gestire al meglio una determinata situazione. Se questo dovesse succedere, è fondamentale avere l’accortezza di interrompere il NOSTRO comportamento problema (tipo piangere o arrabbiarci o ridere), valutare gli antecedenti e la funzione del comportamento di nostro figlio e, insieme ai professionisti, lavorare insieme affinché non consolidi alcuni comportamenti non funzionali (ad esempio urlare per guardare due minuti in più di televisione, anziché chiederlo con la CAA o verbalizzando, per chi può).

Ora chi è senza peccato e si sente un perfetto genitore ed un altrettanto perfetto educatore, scagli pure la prima pietra: io credo che tutti possiamo sbagliare e che, sebbene ad alcuni piaccia considerarci SUPER EROI o auto proclamarsi tali, non lo siamo e facciamo errori come tutti, anzi forse più di tutti, poiché a volte siamo costretti ad interpretare i pensieri di nostro figlio osservandone i comportamenti.

Ah… Volete sapere come  abbiamo risolto la situazione… 

Abbiamo ovviamente tolto ad Ariel anche il secondo telecomando e, sapendo che spesso guarda la televisione solo per noia, alla fine di una pausa strutturata di venti secondi, le abbiamo proposto un’alternativa: fare due attività con Elena e andare ad acquistare uno dei suoi libri adesivi preferiti. Ha accettato volentieri la proposta e, dopo essersi tolta il diadema, ha preso Elena per mano, ha raccolto i fogli che aveva malamente buttato ed è serenamente scesa a fare i compiti. 

La morale è: non illuderti di imporre la tua volontà ad una adolescente se non conosci bene il suo setting, perché, se nel castello ci sono due scettri, stai certa che li userà entrambi contro di te.

Gattino con sguardo assassino come quello rivolto da Ariel alla sua educatrice
Il mondo intorno a noi

Abbracci (pensando ad un’amica)

Mi sveglio di soprassalto con Baloo che abbaia alla porta delle scale.

Stiamo ristrutturando casa e stanotte dormiamo in soggiorno: Ariel si è infilata a letto ridendo, mi ha abbracciata e intrecciato forte la sua mano destra alla mia. Ha sorriso e mi ha augurato la buona notte a modo suo.

Luca entra piano, lo guardo e affermo: “Ti hanno chiamato…”

“Sì, a mezzanotte per un trasferimento a Cattinara”, mi risponde mentre va cercare ristoro per le ultime ore della notte.

Davide a Ariel continuano a dormire sereni, Davide ha la gamba sinistra sopra alle coperte, trucco geneticamente ereditato dalla sottoscritta per riequilibrare la temperatura nel sonno.

Il vento spira forte da est, sbatte i teli che coprono i mobili, li vedo dalla vetrata: alcuni si gonfiano come vele, altri sono capelli sciolti al vento.

Dalla porta vedo lunghe dite scheletriche allungarsi verso di noi: anche il gelso sta tremando sotto i colpi della Bora.
Da piccola mi sarei nascosta sotto le coperte, ora so che la paura può avere molte facce e che i mostri sono spesso dentro di noi.

Guardo Ariel che dorme a pancia in giù e mi chiedo se sto facendo abbastanza per lei; i progressi ci sono, ma timidi come le viole frustate nel prato.

Immagino i narcisi, nuovamente piegati dal vento. Qualche giorno fa i primi boccioli erano stesi sul muretto e li ho salvati facendoli abbracciare gli uni gli altri: si sono lentamente rialzati, non perfettamente dritti, ma quel tanto che basta per raccogliere la luce del sole e ricominciare a vivere.

Narcisi, esseri umani, poco importa: a volte, quando tira un vento cattivo, solo l’abbraccio di un amico ci può salvare.

E anche se ci rialziamo sempre più fatica e sul corpo portiamo cheloidi arrossati, sapere che c’è qualcuno disposto a condividere il nostro peso per un piccolo tratto di quella lunga maratona ad ostacoli che è la vita, ci può aiutare quel tanto che basta a riprendere forza.

Soprattutto, quando stringendoci forte, ci sussurra all’orecchio: “Niente è ancora perduto! Devi solo ricordarti di respirare.”

Narcisi piegati, ma non spezzati
La mamma "autistica"

Solo Katy

Sono raffreddata. Tanto.

Ieri avrei voluto solo stare a letto, stesa al buio a leccarmi le ferite, ma Luca aveva doppio turno e con Ariel non è possibile: lei ha un master di secondo livello in “situazioni pericolose e come peggiorarle” e va costantemente controllata.

Così ho ciabattato in giro per casa tutto il giorno, guardando l’orologio ogni dieci minuti e agognando l’ora di andare a dormire.

Alle 21 mi sono finalmente stesa, sospirando come Baloo quando si accoccola vicino a me, un misto di soddisfazione e di sfinimento.

Questa è la parte che trovo più difficile della convivenza con Ariel: sapere che non mi posso ammalare, che le rare volte in cui succede, devo comunque andare avanti, finché lei non chiude gli occhi e decide che la giornata è finita.

La parte più bella, invece, è il sorriso che mi regala tutte le sere, mentre mi stringe forte e a modo suo mi dà la buonanotte.

Oggi Luca ha la notte ed è andato a pranzo con i bambini da mia suocera, così posso riposare un po’.

In un dormiveglia agitato, cerco la mano della mia ragazzina, con stupore mi accorgo che non c’è e mi manca tantissimo.

Ho sbagliato. È decisamente questa la parte più difficile: quando non siamo insieme, riuscire a svestire i panni di madre ed essere solo Katy.

E oggi prendermi cura di me stessa, anziché di lei.