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Risiko autistico

Vi osservo dal divano.

Tu sei seduta sul davanzale e guardi fuori dalla finestra.

Lui ti osserva da sotto, aspetta paziente che tu scenda: i tuoi piedini cicciottelli sono una tentazione universale, pure io te li mordicchierei.

Ti sei tolta le ciabatte ed i calzini. Effettivamente fa piuttosto caldo là sopra.

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Ti guardi in giro, scandagli la stanza: da quando c’è lui sei molto più attenta all’ambiente circostante.

Lui è sul tappeto, le zampine anteriori stese davanti a sè, una piccola sfinge ricciuta. Ti aspetta muovendo ritmicamente la coda,  ricorda un po’ il coccodrillo che aspetta Capitan Uncino: tic tac tic tac.

Inizi ad agitarti.

Lui capisce che vuoi scendere e si avvicina piano piano.

Vi guardate intensamente.

Tu gli tiri un calzino.

Lui parte all’inseguimento.

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Tu scappi in bagno.

Io dentro di me faccio una ola alla tua tattica diversiva.

Sul davanzale resta un solo, triste calzino spaiato.

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Sul campo, anzi nel soggiorno di Trivignano Udinese bambina autistica batte barboncino nano 1 a 0.

E oggi il bicchiere è mezzo pieno di strategie autistiche per salvare i piedini cicciottosi.

Cheers!

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Le strade

Le distanze aumentano.

Le strade si dividono.

Eppure io sogno ancora un mondo in cui Ariel possa fare le stesse cose dei suoi compagni, anche se a modo suo.

Vorrei per lei un Natale con tanti amici, non è bello essere la migliore amica di un figlio. Lei dovrebbe giocare, ridere e saltare con i suoi compagni, non passare i pomeriggi sul davanzale.

Vorrei delle festività spensierate per Davide che troppo spesso vive le mie angosce. Il mio piccolo grande bambino.

Vorrei che Babbo Natale portasse a Luca tanta serenità e un pizzico di gioia.

Per me sogno una vocina arruginata che balbetta uno stentato “Ti voglio bene, mamma.”

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Madre e figlia

Ti stringo a me mentre dormi.
La tua testa si alza ed abbassa al ritmo del mio respiro.
Il mio cuore batte insieme al tuo.
Siamo due corpi e un’anima.
I tuoi capelli corti mi fanno il solletico.
Inspiro il tuo profumo di bambina: sai di latte, di biscotti al malto, di shampoo alla ciliegia.
Vorrei che questo momento durasse per l’eternità.
Poi chiudo gli occhi e mi addormento beata, perché tu sei con me.

Mi sento osservata, apro gli occhi e mi accorgo che una signora mi sta osservando, combattuta tra lo stupore e la tenerezza. Mi asciugo una lacrima.

Mi ero persa nella contemplazione dell’opera che mi aveva riportata indietro di una vita, quando i nostri abbracci erano semplicemente  amore e grandi speranze per il tuo futuro. In quel passato tutto era possibile e niente ti veniva precluso.

Mi allontano a testa bassa, infilo le mani nella tasca del giubbotto ed esco a prendere una boccata d’aria, mentre negli occhi si accavallano immagini del passato, dettagli del quadro, lenzuola fresche di bucato, un materico sfondo amaranto, capelli sottili, ora chiari, ora scuri: tu sei lei, lei è te, tu sei tu.

Intanto nella sala affollata la mamma bionda e la figlia mora godono del reciproco amore abbracciate in un sonno eternamente felice.

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Dettaglio de “Le tre età della donna” di Klimt ricreato dai ragazzi autistici de “L’Officina dell’Arte” di Pordenone
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Le guerriere

Alcune parole sono usate, consumate, abusate dall’uso improprio che ne viene fatto. “Guerriero” è una di esse.

Oggi è facile autoproclamarsi “guerrieri”, ma la vera forza, il coraggio e l’incoscienza del guerriero si vedono nel momento del dolore, della paura, dell’abbandono.

In questi giorni mi guardo attorno e vedo VERE guerriere lottare: ognuna porta il proprio peso coraggiosamente silenziosa e combatte la propria battaglia con determinazione e tenacia.

Alcune combattono la malattia, la tragedia della perdita di una persona cara, la precarietà del quotidiano; altre lottano per tutelare i diritti dei loro figli, genitori, fratelli o sorelle; tutte non sognano altro che di traghettare la famiglia verso quella serenità che, in questo istante, può sembrare solo un lontano miraggio.

Io vi vedo rannicchiate nei vostri letti, mentre piangete silenziosamente.

Io percepisco il vostro dolore, la vostra paura, la vostra solitudine.

Io sento le vostre urla di dolore e rabbia, grida che rimbombano nelle vostre menti e nei vostri cuori.

Io vi capisco mentre vi guardate allo specchio e continuate a chiedere: “PERCHÉ?”

A tutte voi, amiche care, va il mio pensiero e vi ringrazio per la forza che ogni giorno regalate a questo mondo troppo spesso impegnato a guardare altrove per accorgersi di voi.

Io vi vedo.

Io vi penso.

Io vi abbraccio.

Una ad una.

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Zoppicando

Ariel zoppica: ieri è caduta e oggi si trascina cautamente da una stanza all’altra.

Quando è scivolata, si è subito messa a piangere, lei che non piange mai, lei che è una vera roccia. Mi sono spaventata tanto, più per le lacrime che per l’urlo di dolore.

In ospedale le ho chiesto dove avesse male. Mi ha guardata negli occhi, la testolina piegata, ha passato l’indice sull’esterno del piede, dal mignolo fino al tallone.

Mentre faceva i raggi, era spaventata, non capiva il senso di quel giubbotto pesante e di dover stare ferma in una posizione innaturale. Nonostante tutto è stata bravissima.

La mia bambina… Potete immaginare cosa vuole dire avere male, soffrire e non poterlo dire al mondo? Avere necessità di chiedere qualcosa e non poterlo fare? Sottostare alle nostre continue richieste neurotipiche senza capirne il senso?

Soffro con lei mentre la seguo passo dopo passo da una stanza all’altra. È più pallida del solito, il viso sofferente contratto in una smorfia di dolore.

Baloo la sorveglia: la segue silenzioso e e quando è seduta, l’aspetta paziente.

Oggi il passo malfermo della Princess rispecchia il mio pensiero: mi sento incerta, sofferente e confusa.

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L’universo parallelo

La maestra ha dato alla classe due filastrocche. I bambini devono sceglierne una ed impararla a memoria per lunedì.

Da Signorina Secchioncella quale sono, ho suggerito a Davide di iniziare subito, ma mi ha guardata come se fossi impazzita.

Per prima cosa ha iniziato a studiarne la lunghezza, la metrica, la sintassi e pure la difficoltà dei vocaboli. Poi le ha lette entrambe a gran voce. Infine ha guardato fuori dal finestrino e mi ha detto: “Mamma, siamo in un posto bellissimo! Sai che c’è? Qua non esistono le poesie da studiare a memoria.”

Benevenuti in Toscana, universo parallelo in cui le filastrocche ci sono, ma solo per essere analizzate in maniera scientifica.

P. S.: le foto sono di Davide. 😅

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L’illusione

Scivolo veloce, urlo forte, mi diverto tanto. La mamma mi guarda felice, sembriamo normali…

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Illusi…

I nonni seduti sulle panchine e che ci stanno osservando divertiti, non conoscono la verità: non immaginano nemmeno lontanamente che, appena arrivate a casa, io e la mamma litigheremo per le sue ciabatte pelose e che vincerò io. Come sempre.

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È medicina, mica Nutella e castagne!

Ogni volta che cerco correlazioni genetiche, interazioni tra medicinali, probabilità di prognosi, Luca si nasconde dietro al suo motto preferito: “La medicina non è matematica”. Leggesi: “Donna, non rompere con queste cose di cui non capisci niente e torna a scrivere scemenze su Facebook!”

La medicina non è matematica…

Ok…

La sfiga a casa nostra, però, è matematica: è matematicamente certo che se qualcosa può andare male, lo farà.

Ma a me che me frega? Io ceno con Nutella, castagne e camomilla.

E se dovesse venirmi un accidente, pazienza: la medicina non è matematica, non è nemmeno una scienza esatta, ma si vive una volta sola e questo sì, che è matematico!

P. S.: le foto non c’entrano con il post, ma è come Luca interpreta il mondo e mi fa le diagnosi ogni volta che accenno a qualche piccolo malanno. Così, solo per scatenare un po’ di sana compassione 😏

 

Foto tratta da da “Lo studente di medicina ipocondriaco” e “L’altro lato della medicina”

 

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Sei

Sei la mia croce, sei il mio cuore, sei la mia preoccupazione, sei la mia anima.

Mi fai ammattire, mi fai gioire, mi fai preoccupare, mi fai sognare.

Mi dai dolore, mi dai amore, mi dai ansia, mi dai speranza.

Meriti forza, meriti coraggio, meriti gioia, meriti fiducia.

E io? Me lo meriti un bacio?

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Il filo dorato

Soffro quando ti arrabbi e non ti senti compresa. I pugni serrati, i colpi alla testa, le urla mi straziano l’anima.
 
Il tuo dolore è il mio. Lo sento, lo percepisco sotto la pelle, tra le crepe del cuore.
 
Vorrei tornare ai nostri primi mesi insieme quando tu eri me ed io ero te. Due anime, due cuori legati da un cordone pieno di amore e di vita.
 
Oggi mi hai graffiata, strattonata, cacciata. Poi sei entrata a scuola con lo sguardo di chi si sente tradito dal suo migliore amico.
 
Vedi, Ariel, gli amici non sempre ci devono dare ragione, anzi, più sono veri e grandi, più si espongono a dirci le cose che nessun altro oserebbe metterci sotto il naso.
 
Io sono la tua mamma, ma, in questo momento sono anche la tua più grande amica.
 
Non va bene, noi due un po’ alla volta dobbiamo imparare a tagliare quel cordone. Sarà difficile, più per me che per te, credimi, ma io non posso essere tutto il tuo mondo.
 
Preferisco perderti un pezzetto ogni giorno che saperti sola quando non ci sarò più.
 
Preferisco crearti un futuro per il quale, in caso di incendio, tu decida di uscire di casa sapendo che, oltre quella maledetta porta, ci sono altre persone che ti vogliono bene.
 
Quindi, vai, piccola mia, cresci! Io sarò sempre con te, forse un passo indietro, ma saremo eternamente legate da un sottile filo dorato.
A SPASSO IO E TE
Dedicato a Rosa Lamberti e Angelo Volpi, abbracciati per l’eternità
https://www.repubblica.it/cronaca/2018/09/12/news/padova_incendio_due_morti-206225818/