La mamma "autistica"

Un morso di felicità

Quando i bambini sono con il padre, la mia mente vola e spesso i luoghi che frequenta non sono quelli che vorrei.

Così stamattina ho ripensato con grande sofferenza all’anno appena concluso e chiuso definitivamente i conti con gli ultimi dodici, densi, pesanti 12 mesi.

Ho preso un foglio, ovviamente a righe con i margini, e ho scritto tutte le cose brutte che sono successe in quel miserabile anno che è stato il 2021 e l’ho bruciato nel caminetto, acceso in attesa dell’arrivo dei miei ragazzi.

Poi mi sono seduta qua sul divano con il portatile e ho deciso di seguire il consiglio di Hemingway:

“Ora non è il momento di pensare a quello che non hai. Pensa a quello che puoi fare con quello che hai.”[1]

e ho iniziato a elencare le cose che mi hanno aiutata ad andare avanti giorno dopo giorno:

La prima vacanza del nuovo triangolo famigliare;

Ariel che dice per la prima volta “mamma”;

Davide che dà prova di grande forza di carattere rimanendo il ragazzino dolce di sempre;

Baloo che mi fa compagnia notte dopo notte;

Il primo viaggio di Ariel con lo scuolabus;

La gentilezza di uno sconosciuto in cassa al supermercato;

La mia famiglia che, nel momento più buio, mi è stata vicina e accolto la mia richiesta di non intervenire in alcun modo;

Una nuova amica che ha sempre una seggiolina pronta per Ariel;

Amiche che portano sempre pasticcini e parole di confronto ché il conforto da solo a volte non basta;

Amiche del passato che, nonostante la vita le abbia messe duramente alla prova, non si spezzano mai e mi aiutano a capire che insieme ce la possiamo fare;

Amiche lontane che il cuore sente vicine, che mi conoscono più di quanto io stessa sia disposta ad ammettere, che mi fanno arrivare sciarpe che abbracciano, tazze con messaggi tutt’altro che subliminali e un kit, acqua compresa, per fare il miglior caffè del mondo, in attesa di prenderne uno insieme al tavolo 22 del Gambrinus;

La mia panchina al mare;

I libri letti e, soprattutto, quelli ancora da leggere;

La consapevolezza che, nonostante tutto, mi basto e che valgo più di quanto qualcuno pensa, anche se meno di quanto vorrei;

Un nuovo inizio pieno di incognite, ma stimolante come la primavera che arriverà presto.

Festeggiamo il Capodanno come gli antichi Romani i quali il Primo gennaio onoravano Giano, il dio bifronte che con una faccia guarda il passato, con l’altra il futuro.

In questa seconda giornata di un nuovo anno, voglio prendere la speranza rimasta sul fondo del vaso scoperchiato da Pandora nel 2021 e guardare avanti, perché il passato è maestro, ma il futuro è vita.

Ora vi saluto, perché sono finalmente arrivati i miei portatori di amore e gioia e ho bisogno di un loro abbraccio e di un morso di serenità, la stessa che auguro a tutti voi e che troppo spesso viene sottovalutata da chi è alla ricerca della felicità e che, invece, è molto ambita da chi, come me, agogna ad un cielo privo di nubi.

Photo by Pavel Danilyuk on Pexels.com

[1] Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare

La famiglia "autistica"

Baloo

BALOO

In questi mesi, ogni volta che i bambini  sono con Luca, mi metto in auto e girovago pur di non sentire l’eco in quella grande casa vuota. Unicamente il pensiero di lui, solo, mi riporta indietro.

Quando siamo noi due da soli, sentendo il mio bisogno di calore, abituata ad avere Ariel e Davide a “proteggermi”, dorme stretto stretto vicino a me, ancora più del solito, sfruttando la sua condizione di figlio unico.

Adoro quando me ne sto sul divano con un libro e lui, steso sullo schienale modello Sfinge, fingendo la massima indifferenza, apre la bocca e guardando in giro, lascia cadere la sua pallina sulle mie gambe. Mi guarda con il muso del: “Toh, chissà come è finita lì… Se ci tieni, puoi fare due lanci e io ti accontenterò rincorrendo la palla.”

A volte sembra più un gatto che un cane e non passa giorno che non ringrazi il momento in cui sono entrata in casa con lui in braccio, nonostante l’opinione contraria di chi sei mesi fa ha deciso di uscire da quella porta.

Grazie, Baloo, di esserci.

Adesso facciamo colazione, caffè per me, snacky snacky per te, e poi aspetteremo insieme il ritorno dei tuoi rumorosi fratelli.

Baloo vi offre un kaffèèè che preparerò io, perché non sa ancora usare bene la Nespresso
Davide

Pizza e baracconi

Davide ha ereditato gli occhi dal padre e la bassostima dalla madre. È un ragazzino dolcissimo, molto attento agli altri, ma profondamente inconsapevole delle sue qualità e quindi ben lontano dall’essere un maschio alfa. Non si sente mai apprezzato dagli amici e pensa di essere sempre molto solo.

Venerdì al ritorno da scuola mi ha detto di avere diversi i biglietti per i baracconi e di aver preso più “air fly” possibili per Ariel anche se, cito, “pochi hanno voluto fare scambio con me”.
Il suo primo pensiero è sempre per quella sorella troppo impegnativa ed egocentrica e che può coccolare solo mentre dorme.

Istintivamente avrei voluto subito dargli una spiegazione razionale e ottimista che non fosse riconducibile a se stesso, bensì al valore dato a quel tipo di attrazione. Poi, però, ho capito che voleva solo essere ascoltato e compreso e nessuno al mondo può capirlo meglio di me.

No, non in quanto madre, ma di ex bambina complessata e sola e che si sentiva ignorata dal mondo.

Così l’ho abbracciato e lasciato sfogare. Quando si è rasserenato, abbiamo cercato insieme una chiave di lettura diversa alla situazione e, come al solito, ha dimostrato di essere un ragazzino fin troppo assennato e maturo.

Ieri pomeriggio, subito dopo la partita, sarebbe dovuto tornare a casa con me, perché Ariel, che era dai nonni, iniziava ad essere insofferente (sta attraversando una brutta fase, ma questa è un’altra storia), quando alcuni amici gli hanno proposto di restare ancora un po’.

È tornato a casa alle 23.30, entusiasta della serata passata prima in pizzeria e poi alle giostre. Ovviamente sempre sotto la discreta supervisione degli adulti, perché a 11 anni si iniziano a sbattere le ali, ma si è ben lontani dal saper volare.

Benedetti questi “rapimenti di minori” dove un gruppo di persone gentili d’animo prendono un bambino triste e restituiscono alla madre un ragazzino felice!

La bassostima è pressoché incurabile, ma con le persone giuste a fianco anche i momenti più difficili si possono affrontare con un pizzico in più di serenità e una manciata in meno di tristezza.

E oggi il bicchiere di Davide è finalmente colmo di chiacchiere, palloni, pizza e autoscontri, il mix perfetto per una giornata perfetta per ogni undicenne.

Foto di Elina Fairytale da Pexels
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Quello che resta

Una Coca-Cola sgasata,
una macchinina sbucciata,
Un calzino sporco sul divano,
Un cucciolo triste sotto al mobile,
Una tazza sbeccata nel lavandino,
Un cucchiaio di San Galgano conficcato nel gelato,
Un’eco di voci lontane,
Una goccia di assenza sulla guancia,
Due braccia vuote.

Baloo triste in attesa del ritorno di Davide e Ariel
Ariel · Il mondo intorno a noi

Competenza e amore

Quando ero bambina (e forse pure adesso) in paese c’erano delle figure che ricevevano rispetto a prescindere: il maestro, il medico, il farmacista, il sindaco, il maresciallo dei carabinieri, il sacerdote.

A costoro venivano attribuite caratteristiche personali sulla base della loro professione: il maestro è paziente, il medico è compassionevole, il maresciallo è rigoroso, il prete è un modello di virtù.

Le notizie di cronaca, invece, a volte mostrano come, purtroppo, questi possano essere solo falsi miti: il lavoro è lavoro e le professioni non qualificano le persone.

Anche se…

Anche se per alcune professioni ci vorrebbe più di tutto: più dedizione, più amore, più rispetto, più generosità. Soprattutto quelle che hanno a che fare con bambini, anziani, disabili.

A gennaio un professionista ha deciso di chiudere il rapporto con noi, perché Ariel non raggiungeva gli obiettivi che aveva stabilito. Se da un lato posso capire la frustrazione di chi non riesce ad avere la gratificazione professionale che si aspetta, dall’altro trovo incomprensibile mettere fine alla riabilitazione solo perché il paziente non raggiunge le aspettative prefissate. Sì, certo, il professionista è stato corretto, avrebbe potuto continuare ad andare avanti all’infinito spillando soldi, ma quanto vale il piacere di Ariel di sentirsi competente?

In questo breve video vedrete Ariel che cerca di dire le lettere dell’alfabeto: da giorni guarda questo cartone animato e prova insistentemente a cantare. Probabilmente sente di perdere competenze sulla vocalizzazione e cerca di porvi rimedio come può, mentre la mamma cerca di trovare una sostituta competente e amorevole, una brava persona che sia anche una brava professionista. Per me amorevole non significa che debba dispensare baci e abbracci, ma che ami il proprio lavoro e il genere umano e ne rispetti le diversità senza volerle conformare agli standard della norma, che accolga i fallimenti con serenità e gioisca dei piccoli progressi.

La Princess potrebbe non raggiungere gli obiettivi decisi per lei, ma, per chi ha un cuore, il suo impegno dovrebbe essere sufficiente per non deporre le armi e continuare a crescere insieme.

Un bravo professionista, e ce ne sono davvero molti, deve avere sia competenza che amore e rispetto per il prossimo, altrimenti è solo un mercenario o peggio: in fondo anche Mengele era un medico molto stimato ai suoi tempi.

Davide sta ricevendo molto supporto da una figura che lo sta aiutando a gestire la situazione, a trovare un equilibrio e lo fa ascoltando con dedizione e affetto la sua voce di bambino, mettendosi a sua disposizione, rispettando le sue caratteristiche di persona. Di lei mi fido, so che quando sono insieme Davide si sente accolto e apprezzato per ciò che è.

Alla luce delle ultime esperienze,  ho giurato a me stessa di trattare tutti i professionisti con educazione, di rispettare chi è preparato e di dare fiducia solo a chi dimostra di tenere ai propri utenti: le conoscenze si acquisiscono, il cuore no.

La mamma "autistica"

Ti ricordi?

Ti ricordi quando tuo figlio emetteva i primi suoni?

La la la
Ma ma ma
Pa pa pa

E tu correvi da lui dicendo: «Bravo! Hai detto “mamma”! Diciamolo ancora insieme… Mam-ma… Mam-ma!», lo prendevi in braccio facendogli mille coccole e il solletico e lui, ridendo di gioia, ricominciava con “ma ma ma”.

Ora ripensa all’altra creatura che hai portato in grembo per 9 mesi e di cui conoscevi l’esistenza ben prima della positività del test.

Lei non ha mai fatto “la la la, ma ma ma, pa pa pa”.

Da piccola non indicava un oggetto dicendo “QUELLLLO!” e guardandoti con insistenza finché non glielo davi. No, lei si arrampicava sulla vetrina e, mettendosi spesso in situazioni di pericolo, cercava di arrangiarsi da sola e tu, all’inizio, era pure orgogliosa della sua indipendenza.

Finché, iniziando a confrontare le tappe dello sviluppo dei tuoi pargoli, hai visto che le differenze erano troppe e la lallazione non arrivava mai.

Così, come sapevi che lei c’era anche quando tuo marito diceva “È troppo presto, non puoi saperlo!”, allo stesso modo, quel filo invisibile che ti lega a lei, a loro, ti ha fatto capire che il tuo essere madre non sarebbe più stato lo stesso, non migliore, non peggiore, solo diverso.

Sicuramente più sofferto, soprattutto all’inizio, ma, dimmi, quale madre non soffre per i figli?

Alcuni sostengono che una madre nasce con il primo figlio. Io non sono d’accordo.

Una madre nasce milioni volte:

con le due lineette rosa
con la prima nausea del mattino,
con il primo calcio che ti toglie il respiro,
con la prima voglia di cetrioli e gelato,
con le lunghe ore in sala travaglio,
con i punti contati in silenzio mentre stringi il tuo piccolo al seno,
con il suo primo sorriso,
con la lallazione,
con i primi passi,
con il primo calcio alla palla,
con le prime parole stentate,
con la prima pappa sputata dritta sulla tua faccia,
con il primo bagno al mare,
con lo stupore dell’erba sotto i piedi
con le notti in bianco per le coliche e per i primi dentiti,
con le ninnenanne stonate,
con la prima pipì nel vasino,
con il primo regalo per la festa della mamma,
con il primo amore,
con la prima poesia recitata tutta d’un fiato,
con la prima bicicletta
con il primo voto a scuola,
con la prima notte a casa degli amici,
con l’esame di maturità e tutti gli esami all’università,
con la prima delusione d’amore,
con la patente,
con il giorno del matrimonio,
con il primo nipote…

Tutte le prime volte ti rendono mamma, sia quelle gioiose, ma anche quelle dolorose.

Tutte le prime, ma anche le seconde, le terze, le quarte… Un’infinità di volte in cui guardando i tuoi figli penserai:

HO DAVVERO DATO IO LA VITA A QUESTA CREATURA MERAVIGLIOSA, COSÌ SIMILE A ME, COSÌ DIVERSA DA ME?

Oppure lo consolerai carezzandogli la testa e sussurrando: “So che stai male, lo capisco, ma anche se ora ti sembra impossibile, starai bene”, mentre dentro di te pregherai: “Dio, non farlo più soffrire, colpisci me, ma fa stare bene lui”.

Mamma mille volte al giorno, gioendo e soffrendo con loro, che sia per un ottimo risultato a scuola o per un “Co Ca” sussurrato a 8 anni, per un amico che ti ha deluso o per un Meltdown.

Una mamma è la creatura più poliedrica e adattabile del mondo, in grado di passare dal riso al pianto, dall’incitamento alla consolazione nella frazione di un secondo, semplicemente guardando quei figli che ha di fronte e adattandosi al loro stato d’animo.

Te lo sei ripetuta mille volte: non ci sono mamme speciali, ci sono mamme che amano i priori figli ogni giorno della loro vita.

Ti auguro di avere sempre la forza di sorridere e di rialzarti, anche quando vorresti solo piangere, e di essere abbastanza di tutto per loro, soprattutto nei momenti in cui sarai niente per te stessa e per il resto del mondo.

Buona Festa della Mamma, Katy, ma ricorda: questo è un giorno, ma tu sei mamma tutto l’anno!

Fare la mamma non è un lavoro, è la più grande gioia della tua vita e lo fai, lo sei ogni giorno e lo sarai sempre, fino al tuo ultimo respiro e oltre.


(Immagine di repertorio di un anno fa quando il problema più grande erano i capelli selvatici)”

(Katjuscia Zof)

Fotografia di repertorio di un anno fa quando il problema più grande erano i capelli selvatici
Il mondo intorno a noi

Abbracci (pensando ad un’amica)

Mi sveglio di soprassalto con Baloo che abbaia alla porta delle scale.

Stiamo ristrutturando casa e stanotte dormiamo in soggiorno: Ariel si è infilata a letto ridendo, mi ha abbracciata e intrecciato forte la sua mano destra alla mia. Ha sorriso e mi ha augurato la buona notte a modo suo.

Luca entra piano, lo guardo e affermo: “Ti hanno chiamato…”

“Sì, a mezzanotte per un trasferimento a Cattinara”, mi risponde mentre va cercare ristoro per le ultime ore della notte.

Davide a Ariel continuano a dormire sereni, Davide ha la gamba sinistra sopra alle coperte, trucco geneticamente ereditato dalla sottoscritta per riequilibrare la temperatura nel sonno.

Il vento spira forte da est, sbatte i teli che coprono i mobili, li vedo dalla vetrata: alcuni si gonfiano come vele, altri sono capelli sciolti al vento.

Dalla porta vedo lunghe dite scheletriche allungarsi verso di noi: anche il gelso sta tremando sotto i colpi della Bora.
Da piccola mi sarei nascosta sotto le coperte, ora so che la paura può avere molte facce e che i mostri sono spesso dentro di noi.

Guardo Ariel che dorme a pancia in giù e mi chiedo se sto facendo abbastanza per lei; i progressi ci sono, ma timidi come le viole frustate nel prato.

Immagino i narcisi, nuovamente piegati dal vento. Qualche giorno fa i primi boccioli erano stesi sul muretto e li ho salvati facendoli abbracciare gli uni gli altri: si sono lentamente rialzati, non perfettamente dritti, ma quel tanto che basta per raccogliere la luce del sole e ricominciare a vivere.

Narcisi, esseri umani, poco importa: a volte, quando tira un vento cattivo, solo l’abbraccio di un amico ci può salvare.

E anche se ci rialziamo sempre più fatica e sul corpo portiamo cheloidi arrossati, sapere che c’è qualcuno disposto a condividere il nostro peso per un piccolo tratto di quella lunga maratona ad ostacoli che è la vita, ci può aiutare quel tanto che basta a riprendere forza.

Soprattutto, quando stringendoci forte, ci sussurra all’orecchio: “Niente è ancora perduto! Devi solo ricordarti di respirare.”

Narcisi piegati, ma non spezzati
Davide

Undicenne

“MI RI-FIU-TO!”

“Daì, Davide, non fare il bambino.”

“È proprio perché non lo sono che MI RI-FIU-TO di mettere quella roba!”

Beh, se non altro divide correttamente in sillabe… Lo farò presente al professore di italiano al colloquio della prossima settimana.

“Non sono così male…”

“Allora mettile tu se ti piacciono tanto…”

Ha ragione… Non posso francamente dargli torto… Un decenne in scadenza… Ops… Un UNDICENNE ha una propria dignità e uno status sociale da difendere con le unghie con i denti.

“Va beh, ma almeno per andare a fare la spesa… Non dico a scuola…”

“E se al supermercato incontro uno dei miei compagni? A me fanno proprio schifo, non le voglio proprio indossare da nessuna parte: è come andare in giro con un pannolone sulla faccia!”

E su questa affermazione cala il sipario, si spengono luci  e mi tocca dargli mestamente ragione.

“Mamma, sai, ho trovato 18 funzioni alternative a quelle mascherine schifose…

  1. Come ti ho già detto, pannoloni;
  2. Pannolini;
  3. Assorbenti;
  4. Pannolini per cagnoline…”

“Va bene, Davide, tutte le varie di pannolini e pannoloni in commercio…”

Riprende imperterrito: “

  • Mutande;
  • Fazzoletti;
  • Fionda;
  • Petardo;
  • Mascherina per gli occhi per i voli intercontinentali;
  • Cappuccio;
  • Bombe chimiche per emanazione di gas tossici;
  • Fascia per i capelli simil calciatore dei poveri;
  • Scaldacollo…”

“Ok, Davide, ho capito, niente mascherine della Presidenza del Consiglio dei Ministri per te, ma ti ricordo che ci sono persone che…”

Sto per partire con un panegirico d’annata sugli sprechi e sull’importanza di rispettare ciò che si riceve, quando mi rivedo seduta al tavolo della cucina con mia mamma che mi dice “Mangia i carciofi: pensa ai bambini dell’Africa…” e mi trattengo appena in tempo.

L’adolescenza è entrata prepotentemente in questa casa con un UNDICENNE che sta crescendo troppo in fretta.

Se ripenso a questo primo decennio con lui ci sono molte lacrime, ma sono decisamente i sorrisi a prevalere…

A due anni parlava de “la lula, le telle, apascio” (la luna, le stelle, lo spazio), a 7 di “croccantezza e sapidità” mentre recensiva ogni cosa gli portassi a tavola, a 8 degli stati canaglia, a 9 di Goering e Goebbels… Oggi parliamo di pannoloni. Che dire… Un ragazzino decisamente in anticipo sui tempi, un cuore enorme sempre pronto ad aiutare e un umorismo sottile e sagace che brilla negli occhi scuri occhi cinesi.

Davide,

Nei prossimi 10 anni spero di sentirti parlare di amici e di amore, di sport e di vacanze, di sogni realizzati e da realizzare, di esami superati ed esami andati male; di conquiste e fallimenti, ché la forza di un uomo (o donna) non sta nell’essere perfetto, ma nel rialzarsi con dignità da una caduta e soprattutto nella capacità di amare senza paura. Ti auguro che la persona che amerai ti dia tanto tanto amore, tutto quello che meriti e ti prometto che cercherò di essere una suocera discreta, soprattutto se passerà il test di ammissione nella nostra famiglia.

Buon compleanno, amore mio! Ti voglio bene.

La tua mammuzzolina tanto birichina.

Ariel

Paura del silenzio

Non amo i film dell’orrore, li evito come le brioche integrali a colazione.


E detesto i pagliacci: la loro finta allegria dipinta di bianco e di rosso mi mette agitazione. It, il clown di Stephen King, per me è l’incarnazione dei peggiori incubi, ma c’è una cosa che mi spaventa molto di più: il silenzio.


L’equazione è semplice:

casa silenziosa = danno garantito.


Ariel emette sempre un sacco di suoni, tranne quando sta combinando qualche guaio. In quei momenti diventa silenziosa come Eva Kent prima di svaligiare una banca.


Quei terrificanti 5 minuti di silenzio sono i precursori dell’Apocalisse.
Entro in bagno e lo trovo allagato: 4 flaconi galleggiano sconsolati in 15 cm di schiuma, la ragazza è seduta sul wc, avvolta nell’accappatoio blu di suo fratello e mi accoglie con una pernacchia.

Mentre pedalo sulla cyclett, cercando invano di farmi venire un sedere come quello di Belen, lei si mette sulla panchetta degli addominali e… rosicchia il maniglione in gommapiuma. Manco i topi hanno dentini così aguzzi!


Durante il lockdown in dieci minuti riuscì a fare più danni dell’Uragano Katrina a New Orleans.
Stavo preparando il pranzo quando, allertata dall’assordante silenzio, la cercai ovunque, finché la vidi uscire furtivamente dalla lavanderia. Sentivo che c’era qualcosa di insolito e l’aria colpevole di Ariel non mi lasciava sperare in nulla di buono. Scansionai la stanza alla ricerca di indizi e mi accorsi che la porta della doccia era insolitamente chiusa. L’aprii e… vidi qualcosa di strano: un oggetto rotondo di plastica e gomma che mi ricordava vagamente l’oblò di una nave.
“E questo? Cosa cavolo è e da dove spunta?”, borbottai tra me e me poco prima della ferale illuminazione!
Nuuuuuoooooo! Le gemelle, nuoooooo!!
Non osavo girarmi e scoprire quale delle due avesse deturpato quella distruttrice seriale di elettrodomestici! Purtroppo era toccato all’asciugatrice: dondolandosi sull’oblò con il suo gentil deretano (lei sì che ha il sedere come quello della showgirl argentina!), aveva divelto il perno in acciaio e, consapevole di averla combinata grossa, aveva nascosto il corpo del reato nella doccia.


Ariel è la prova del nove che a generalizzare si fa sempre in tempo a sbagliare e che la tanto decantata sincerità autistica è estremamente soggettiva, come ogni altro pregio o difetto umano, indipendentemente dal funzionamento neurobiologico.


Stavo valutando il da farsi, quando sentii Davide urlare: “Mammaaa!!! Corriii! Ariel ha rovesciato la cassettiera!”
Mentre volavo sulle scale, la immaginavo spiaccicata sotto ad una marea si vestiti, cassetti e truciolare Ikea… Invece, fortunatamente, quando arrivai in camera stava benissimo: era seduta sul letto con le coperte fin sotto al naso ed uno sguardo colpevole, ma non pentito. Il parquet è quello che ha avuto la peggio, la televisione ed il lettore dvd se la sono cavata con poco, la mia biancheria era ovunque, ma tutto sommato è andata bene. Anche quella volta.


Quando si annoia e cerca attenzione, le giornate scivolano via tra bagni allegati, briciole di pane seminate per casa come solo Pollicino sapeva fare, cacce al telecomando nascosto e oscillazioni ritmiche sull’antina della credenza in cucina.


La nuova frontiera è il furto del telefono.
Invio un messaggio, deposito il telefono sul piano della cucina, mescolo la pasta e… il cellulare è sparito! Ci metto qualche secondo per convincermi che sì!, io l’avevo messo proprio lì e a intuire dove potrebbe essere e soprattutto CHI lo potrebbe avere.
La trovo in camera, spalle alla porta, il telefono sul davanzale tutta concentrata a smanettare a dieci dita e con la linguetta di fuori: una piccola hacker intenta a bypassare tutte le inutile barriere issate dall’ingenua genetrice.
“Ariel!”, la chiamo.
Si irrigidisce, gira lentamente la testa e mi guarda da sopra la spalla sinistra con l’espressione furba di chi pensa: “Sapevo che prima o poi saresti arrivata!”
Mette il telefono in stand by e se ne va saltellando, la mia streghetta!

Crea strategie e diversivi, pianifica gli agguati con lo sguardo del gatto che ha visto il topo e si diverte, si diverte da pazzi ad attendere il momento migliore.


Sempre silenziosa, sempre attenta al contesto.

Io la lascio fare, senza dare eccessiva importanza ai suoi comportamenti onde evitare rinforzi che mi si potrebbero ritorcere contro e, quando combina un guaio, la costringo ad aiutarmi a pulire o sistemare.


L’unica volta in cui me ne sono pentita è stata quando, dopo aver sollevato la cassettiera, la costrinsi a riporre la mia biancheria nei cassetti. Dopo 5 minuti di silenzio e una nuova ricerca in tutta la casa, la trovai in giardino con un mio paio di mutande in testa, alla mercé di tutte gli automobilisti di passaggio.


Poco fa Davide mi ha chiesto aiuto con un’espressione. Tempo di registrare l’insolito silenzio e di guardare dalla vetrata: Ariel era sull’altalena a piedi nudi. Beh, che c’è male direte voi?
Niente, se non ci fosse allerta arancione, se il meteo non fosse instabile e se lei non fosse appena rientrata con i piedacci ricoperti di fango. Ora li sta lavando nel bidet e so già che poi lei ed io passeremo almeno 15 minuti a sistemare il bagno dopo il suo passaggio, perché la Princess è la degna erede di Attila: dove passa Ariel non trovi più un filo di sapone.

Ve l’ho detto già che io ho paura del silenzio, vero?

(Nel collage fotografico, i piedacci di Ariel e le condizioni in cui ha lasciato il bagno dopo la sua regale toeletta)