"L'amore non conosce barriere. Salta ostacoli, oltrepassa recinzioni, attraversa pareti per arrivare alla sua destinazione, pieno di speranza." – Maya Angelou
Accovacciata dietro a te, cerco di guardare il mondo con i tuoi occhi.
Occhi azzurri, a volte spalancati, a volte strizzati.
Cosa ti piace? Cosa ti infastidisce? Cosa ti colpisce?
Ti vedo osservare i bambini che giocano, le manine alzate che si muovono veloci come farfalle. La bocca spalancata in un vocalizzo, in un grido di speranza: “Ci sono anch’io! Giocate con me, non so come si fa, ma se mi rincorrerete per qualche minuto, sarò felice a lungo.”
Strizzi gli occhi al sole che tramonta riflesso sul metallo delle auto, imprigionato nelle gocce umide che rivestono le panchine del piazzale.
Sulle spalle di papà, i tuoi occhi seguono le bandiere bianche e rosse che volano sopra le nostre teste. Ti diverti, ti piace il movimento leggero che fanno. Quando le riprendono, batti le mani.
Dall’alto cogli un passo lento, ma deciso, qualcosa di bianco e nero che si muove sotto di te. Decidi di afferrarlo. La vigilessa trattiene il cappello con un mano e ti sorride.
Al ristorante hai visto qualcosa che non ti piace, che ti disturba. Mentre gli altri mangiano, papà ed io, a turno, ti portiamo a spasso nei veicoli della cittadella medioevale. Mentre cammini osservi i muri grezzi: la testolina piegata di lato, le dita che sfiorano la rugosità della pietra.
Allunghi la mano verso un cagnolino e timidamente lo accarezzi. Lui, colto di sorpresa, ha un soprassalto e tu fai un passo indietro. Goffamente gli porgi un piedino cercando un contatto che nessun altro può comprendere tranne me e te.
Ti fermi davanti ad una pavimentazione a scacchi bianchi e neri. Inizi a saltellare solo sui quadrotti scuri, in una danza rituale che solo tu conosci.
Camminiamo mano nella mano, quando vedi dei gattini in una cesta e ti divincoli. Li vorresti accarezzare, ti piacerebbe toccare quei morbidi peluche esposti nel negozio di souvenir, ma qualcosa rapisce nuovamente il tuo sguardo e ti allontani di qualche passo. Ti vedi riflessa nella vetrina e appoggi il palmo della mano al vetro cercando riacchiappare te stessa, quella tua essenza che sfugge continuamente a tutti noi.
In chiesa ti affascina il movimento lento della stampella a cui si appoggia l’anziano signore. Ti blocco un istante prima che tu gliela rubi. Pericolo scongiurato!
Passeggiamo nei vicoli stretti da tante ore, ormai. Sei stanca, lo siamo tutti. Guardiamo all’interno dell’edificio e vediamo una signora che cammina a passo veloce sul tapis roulant, ma a te non interessa: tu hai colto lo scarlatto del divano nell’ingresso della palestra e hai deciso che lo vuoi provare. Lottiamo un po’ per portarti via e cerchiamo un bar in cui poterci sedere. Ormai abbiamo capito: vuoi un posto con un divano dove stendere le tue gambe doloranti.
Il mondo visto con i tuoi occhi è un luogo nuovo, imprevedibile, in cui tutto può creare gioia e sorpresa, ma anche dolore e fatica.
I tuoi occhi sono speciali: azzurri come quel cielo che vorresti afferrare seduta sulle spalle di papà.
La maestra ha dato alla classe due filastrocche. I bambini devono sceglierne una ed impararla a memoria per lunedì.
Da Signorina Secchioncella quale sono, ho suggerito a Davide di iniziare subito, ma mi ha guardata come se fossi impazzita.
Per prima cosa ha iniziato a studiarne la lunghezza, la metrica, la sintassi e pure la difficoltà dei vocaboli. Poi le ha lette entrambe a gran voce. Infine ha guardato fuori dal finestrino e mi ha detto: “Mamma, siamo in un posto bellissimo! Sai che c’è? Qua non esistono le poesie da studiare a memoria.”
Benevenuti in Toscana, universo parallelo in cui le filastrocche ci sono, ma solo per essere analizzate in maniera scientifica.
Scivolo veloce, urlo forte, mi diverto tanto. La mamma mi guarda felice, sembriamo normali…
Illusi…
I nonni seduti sulle panchine e che ci stanno osservando divertiti, non conoscono la verità: non immaginano nemmeno lontanamente che, appena arrivate a casa, io e la mamma litigheremo per le sue ciabatte pelose e che vincerò io. Come sempre.
Ogni volta che cerco correlazioni genetiche, interazioni tra medicinali, probabilità di prognosi, Luca si nasconde dietro al suo motto preferito: “La medicina non è matematica”. Leggesi: “Donna, non rompere con queste cose di cui non capisci niente e torna a scrivere scemenze su Facebook!”
La medicina non è matematica…
Ok…
La sfiga a casa nostra, però, è matematica: è matematicamente certo che se qualcosa può andare male, lo farà.
Ma a me che me frega? Io ceno con Nutella, castagne e camomilla.
E se dovesse venirmi un accidente, pazienza: la medicina non è matematica, non è nemmeno una scienza esatta, ma si vive una volta sola e questo sì, che è matematico!
P. S.: le foto non c’entrano con il post, ma è come Luca interpreta il mondo e mi fa le diagnosi ogni volta che accenno a qualche piccolo malanno. Così, solo per scatenare un po’ di sana compassione 😏
Foto tratta da da “Lo studente di medicina ipocondriaco” e “L’altro lato della medicina”
Foto tratta da “Lo studente di medicina ipocondriaco”
Foto tratta da “Lo studente di medicina ipocondriaco”
Libera interpretazione di come Ariel ha vissuto un cammino fatto in nome dell’autismo
Cara Mamma,
le vacanze di quest’anno sono state molto strane. Non ho capito molto di quello che succedeva intorno a me. Ogni giorno andavamo in un posto diverso con tante persone con le maglie blu. Anche tu la indossavi. Anche papà. Anche quel tontolone di Davide. Pure io. Maglie blu ovunque. Un giorno ti ho sentita piangere ed urlare “Se vedo ancora una maglia blu, do i numeri!”… Secondo me li stavi già dando, ma andiamo per ordine.
Un pomeriggio papà ha portato a casa una strana auto: molto grande e molto lunga, dentro sembrava una casetta. Io ho subito scelto per noi due il letto in fondo: era alto, lo dovevo scalare per salirci, ma tu eri sempre pronta, dietro di me, a darmi una spintarella. Il nostro letto era piccolo, ma non piccolissimo, potevo tirare una tenda e chiudere il mondo fuori. Mi ricordava un po’ una tana: circondata dai cuscini e dal tuo abbraccio, mi sentivo protetta.
Il primo giorno ho chiesto un paio di volte il tablet, ma non me lo avete dato. Facevo tanta fatica a sopportare il caldo, voi che parlavate senza sosta, la luce che entrava dai finestrini. Mi sentivo bombardata da mille luci, suoni, colori, odori che non riuscivo a controllare. Ho portato pazienza, ho aspettato che mi diceste cosa sarebbe successo, ma non succedeva niente. Continuavamo a viaggiare con la nostra casetta e pensavo che avremmo continuato per sempre. Eppure in Fondazione vi hanno detto più volte che ho bisogno di sapere quello che succederà, che mi dovete organizzare bene la giornata, ma quel giorno… Eravate veramente strani… E intanto il rumore aumentava e la luce diventava sempre più forte… Quando finalmente vi siete fermati, ho guardato fuori e ho finalmente capito che mi stavate portando in spiaggia. Appena qualcuno ha aperto la porta, sono scappata fuori alla velocità della luce. Ero felicissima di essere arrivata. Mi sto ancora chiedendo perché tu sia scesa tutta scarmigliata, con il costume e le ciabatte in una mano ed il portafoglio nell’altra… Scusa se ti ho fatta arrabbiare: mica lo sapevo io che non eravamo arrivati e che quella spiaggia era a pagamento e che quindi bisognava prima passare dall’ufficio! Lo so, lo so: non devo scappare e non mi devo buttare a terra, ma avevo troppa paura che tu mi riportassi subito nella casetta. Dài, alla fine ci siamo divertiti anche se siamo stati pochissimo.
Dopo un altro lungo viaggio (o forse è sembrato lungo solo a me), papà ci ha lasciati nella casetta in un posto in cui non c’era nulla da vedere. Hai fatto la pasta, ma faceva così caldo là dentro che non avevo fame. Ho provato ad uscire un po’, ma ho visto che era solo un grande parcheggio di casette come la nostra. Senza alberi, senza giochi, solo alcune casette.
Quando è tornato, era stanco, sudato e parlava veloce. Non riuscivo proprio a capirlo. Ci siamo messi nuovamente in viaggio e siamo arrivati in un posto bellissimo: fuori c’erano delle bandiere con dei strani cerchi… Siamo entrati in una stanza in cui c’era molta gente. Troppa gente. No, mamma, mi dispiace, ma quello non era posto per me. Ci siamo guardate e tu hai capito subito cosa stavo per scatenare: l’inferno autistico in terra romagnola e così mi hai presa per mano e assieme a quell’impiastro di Davide siamo usciti. Siamo stati un po’ in piazza a cantare e a giocare finché quel rompiscatole non è voluto tornare da papà. Questi maschi… Noi siamo tornate nella nostra casetta. Sebbene fosse già tardi, faceva ancora tanto caldo e non avevamo nemmeno mangiato. Papà ha portato delle cose buonissime, ma io non mi sono fidata. C’era anche la pizza, ma tu lo sai che mi fido solo di te e della tua cucina. Così non ho mangiato e sono andata dritta a dormire. Avevo fame, ma la paura della fregatura era decisamente più forte.
I giorni successivi si confondono della mia testa. Tanti luoghi, tante persone, tante maglie blu. Avevamo poco tempo, noi quattro, per divertirci. Se papà non guidava era in giro con i signori con le maglie blu. Per fortuna che ogni tanto riuscivamo ad andare un po’ in piscina: erano gli unici momenti in cui mi sembrava di essere in vacanza…
Sono stati giorni strani, non ci ho capito granchè… Non era come quando andiamo in montagna: sveglia, colazione, camminata, pranzo, piscina, cena… No, qua si viaggiava tanto, si caricava e scaricava, si salutavano persone e poi si ripartiva. Altro paese, nuovo parcheggio per la casetta. Aspettare cantando con te e Davide. Aspettare guardando Jack che vuole fare Babbo Natale e che è tanto triste. Aspettare gironzolando fuori dalla casetta. Aspettare, aspettare, aspettare… Lo sai che io odio aspettare! Mi agito, ho sempre paura che non capiate che mi sto annoiando e allora inizio a piangere. Io non mi vorrei arrabbiare, preferirei dirti quello che voglio, come mi sento, ma a volte ho troppi pensieri che sbattono gli uni contro gli altri e a volte quelle stupide cartine in quello stupido quaderno che mi fate usare non sono quello che mi serve e io continuo a sfogliare all’infinito cercando qualcosa che non c’è… Come quel giorno quando ho visto te e Davide piangere abbracciati l’uno all’altra, cercando un conforto che vi avrei voluto dare, se sapessi come si fa, se ci fosse una cartina che dice “Non preoccupatevi, andrà tutto bene e saremo sempre insieme”.
Jack Skeleton in “Nightmare Before Christmas” (Disney), uno dei cartoni animati preferiti da Ariel
Avete fatto tante promesse a me e quell’altro: che al ritorno ci saremmo fermati al parco giochi, che al ritorno saremmo andati al mare, che al ritorno lo avreste portato a mangiare in un ristorante bellissimo… Promesse, mille promesse per rendere la vacanza meno triste. Tante promesse per il ritorno, alcune per la vacanza. Una di queste era che saremmo andati a vedere i cavalli con cui giocano tanti bambini come me, ma non è mai successo. Ero troppo stanca e così è andato solo papà. Per fortuna ci ha raggiunti almeno per cena…
Uno degli ultimi giorni eravamo nella casetta da ore. Faceva tanto caldo. Avevo tanto mal di testa e mi sono messa a piangere. Mi dispiace se ti ho mandata via e graffiata, ma stavo così male che non volevo essere toccata. Volevo solo andare in piscina e stare al fresco. Tu continuavi a correre dentro e fuori finché è arrivato papà e siamo partiti verso un altro paese, mentre si scatenava il temporale. Papà era arrabbiato, tu eri arrabbiata ed è stato allora che hai urlato: “Se vedo un’altra maglia blu, do i numeri!”. Io stavo sempre più male. Anche fare la doccia insieme non è servito. Lo so, lo so… Sono stata pestifera… Non dovevo buttare tutti i nostri vestiti e gli asciugamani a terra, ma c’era talmente tanta acqua nel bagno che mi è sembrato divertente. E lo ammetto: quando ho buttato a terra il tuo astuccio dei trucchi e si è rotto lo smalto argento, sono stata veramente pessima. Ma anche tu! Pensare di togliere lo smalto con le mani… Alla fine assomigliavi a quel signore buffo che ascolta papà, quello che canta “La terra dei cachi”.
Elio e le Storie Tese a Sanremo (foto Ansa)
Il giorno dopo siamo arrivati in un posto bellissimo, dove c’erano tante persone. Abbiamo iniziato a fare una lunga salita. Io non volevo salire, faccio fatica: camminare sulle punte non è mica facile, sai? Per fortuna che un bambino grande e gentile mi ha aiutata a salire. Non lo avevo mai visto prima, mi hai detto che si chiama Alessio. Siamo diventati subito amici. Mi piace Alessio! Ti ricordi quando abbiamo usato insieme il mio computer a cena?
Comunque, siamo arrivati in cima alla collina su una piazza bellissima. L’ultimo pezzo l’ho fatto in braccio a papà. Tu sei uscita da un negozio, trafelata come sempre, con la borsa sulla spalla, il portafoglio ed il telefono in una mano e 4 palline rosse nell’altra. Hai aperto una pallina e mi hai infilato una strana mantella di plastica rossa. Subito dopo si è alzato un vento terribile e le palline rosse hanno iniziato a rimbalzare ovunque. Sulla piazza, ormai deserta per il temporale imminente, eravate rimasti solo tu e Davide ad inseguire le palline rosse e un signore strabiliato che stava vicino ad una grande jeep scura con una strana pistola lunga lunga… Una delle palline è finità sotto la sua auto e sembrava un po’ arrabbiato. Chissà cosa pensava che fosse quella pallina! Subito dopo ha iniziato a piovere tantissimo e abbiamo cercato riparo in una chiesa bellissima dove un signore arrabbiato urlava in continuazione “SILENZIO!”. Mica lo sa lui che io non riesco a smettere di urlare quando sono eccitata! Ci provo, ma non riesco proprio…
Piazza della Basilica Inferiore di san Francesco ad Assisi sferzata dal temporale
Tornando alla nostra casetta ci siamo bagnati tantissimo, ma per fortuna abbiamo pranzato in un posto bellissimo: c’erano delle belle camere nuove e un lungo corridoio per correre. Ho sentito papà che diceva che in quel posto lavorano tanti ragazzi come me! Chissà se da grande potrò lavorare anch’io in un posto così. Mi piacerebbe!
Rollup de “LA SEMENTE” di Spello (PG), organizzazione no profit con centro polifunzionale in cui vengono sviluppati aspetti socio sanitari di impresa sociale e di approccio sistemico al territorio http://www.lasemente.it/
Di quel pomeriggio non ho ricordi… So solo che ero tanto stanca e che papà era arrabbiato perché non riusciva a trovare un parcheggio per la casetta. Tu eri sparita e mentre giravamo con la casetta, mi sono addormentata.
Mi ricordo, invece, che quella sera abbiamo cenato con Alessio, Fabio e Giuliano e i loro genitori. E’ stato bello stare tutti insieme, ma solo per un po’… quando sono stanca voglio stare con te al buio e cercare di dirti che ti voglio bene. Un giorno ci riuscirò, sai?
Dopo quel lungo giorno siamo stati solo noi quattro. Tutti i signori con le magliette blu erano spariti. Eravamo più tranquilli, siamo anche stati in un parco bellissimo dove c’erano tante giostre e ho capito che prima o poi avreste mantenuto tutte le promesse che ci avevate fatto.
Oramai sono passati 2 mesi dalla fine delle nostre vacanze, ma ogni tanto penso ancora a quei giorni. Soprattutto quando vedo magliette blu e ho una paura matta che tu ti possa arrabbiare di nuovo.
Cara Mamma,
ti voglio dire un’ultima cosa: sono state vacanze strane, abbiamo fatto tanta fatica, non ho capito molto di quello che mi succedeva intorno, ma oggi più che mai so che siamo una bella famiglia. Abbiamo sopportato tutto questo piangendo, ridendo, urlando, ma oggi quando ne parli sorridi. Brava, mamma, sono orgogliosa di te: un po’ alla volta ti stai rendendo conto che la mia filosofia del bicchiere mezzo pieno funziona anche per te.
E quindi mamma, oggi il mio bicchiere è pieno di ricordi gialli e blu ai quali, prima o poi, penseremo solo con dolcezza e senza dolore.
Vecchie fotografie a colori di una vita passata, le scorro una ad una con il sorriso sulle labbra. Sorrido e piango: il tuo ciuffo rosso sugli occhi; i capelli che diventano biondi; lo sguardo sempre intenso.
Sono ricordi di attimi felici che facevano sognare una vita che non c’è mai stata. Tu e Davide complici, il vostro papà che sorride… Il papà ormai non sorride quasi più e a me manca tanto la spensieratezza dei primi mesi insieme quando sembrava che tutto sarebbe stato perfetto per sempre. In quei giorni lontani ho fatto in tempo a sognare il tuo matrimonio, i tuoi figli, la tua carriera.
Tu saresti potuta essere quello che io non sono mai stata.
Sei bella, saresti stata la ragazzina più corteggiata della scuola.
Quando stai bene, sei così divertente che tutti ti avrebbero voluta al loro compleanno, perché la tua presenza è avvolgente come un abbraccio.
Sei così intelligente che avresti potuto essere avvocato, ingegnere o medico, come il tuo papà, ma soprattutto la più brava mamma del mondo. Già, mia cara, per fare la mamma ci vuole molta intelligenza e molto amore, bisogna sapere dosare dolcezza, severità, capacità di interpretazione ed introspezione. E’ un lavoro difficile e faticoso, ma è anche il più bello del mondo.
Io nelle foto non ci sono, preferivo guardare il mondo da dietro l’obbiettivo. L’ho sempre fatto. I miei amici vivevano la loro adolescenza e io li guardavo, spettatrice silenziosa e spesso incompresa. A volte le persone non si ricordano com’ero da bambina o adolescente, non avevo la tua personalità travolgente.
Sono ancora introspettiva, in certi momenti tendo alla malinconia, ma per te mi faccio forza e trovo la sfrontatezza di chiedere e lottare per ogni tuo diritto, di parlare e raccontare delle tue, delle nostre difficoltà, affinché l’autismo non faccia paura. Il mondo deve sapere che, dietro alle tue urla furiose nel parcheggio della scuola, c’è un labirinto inesplorato di gioia, paura, rabbia e solitudine in cui, giorno dopo giorno, mi cerco di orientare per ritrovare il cuore della tua sostanza.
Adesso ho imparato: la vita non chiede il permesso, la vita si prende il meglio senza autorizzazione, senza preavviso. E’ una signora imprevedibile e capricciosa, a volte generosa, a volte estremamente avara, ma io non ho più paura di lei: ora la guardo dritta in faccia e lotto strenuamente con lei per riportare da me la tua vera essenza che l’autismo nasconde fra le sue inafferrabili pieghe.
Soffro quando ti arrabbi e non ti senti compresa. I pugni serrati, i colpi alla testa, le urla mi straziano l’anima.
Il tuo dolore è il mio. Lo sento, lo percepisco sotto la pelle, tra le crepe del cuore.
Vorrei tornare ai nostri primi mesi insieme quando tu eri me ed io ero te. Due anime, due cuori legati da un cordone pieno di amore e di vita.
Oggi mi hai graffiata, strattonata, cacciata. Poi sei entrata a scuola con lo sguardo di chi si sente tradito dal suo migliore amico.
Vedi, Ariel, gli amici non sempre ci devono dare ragione, anzi, più sono veri e grandi, più si espongono a dirci le cose che nessun altro oserebbe metterci sotto il naso.
Io sono la tua mamma, ma, in questo momento sono anche la tua più grande amica.
Non va bene, noi due un po’ alla volta dobbiamo imparare a tagliare quel cordone. Sarà difficile, più per me che per te, credimi, ma io non posso essere tutto il tuo mondo.
Preferisco perderti un pezzetto ogni giorno che saperti sola quando non ci sarò più.
Preferisco crearti un futuro per il quale, in caso di incendio, tu decida di uscire di casa sapendo che, oltre quella maledetta porta, ci sono altre persone che ti vogliono bene.
Quindi, vai, piccola mia, cresci! Io sarò sempre con te, forse un passo indietro, ma saremo eternamente legate da un sottile filo dorato.
Tutti noi genitori di bambini non perfettamente allineati allo standard imposto dalla società, prima o poi abbiamo tremato. Di rabbia, di dolore, di paura.
Quando tremiamo di paura o di dolore, ciò che ci affligge è il presente o il futuro dei nostri ragazzi.
Quando tremiamo di rabbia, invece, è spesso colpa di persone che, non solo non riescono a capire la fatica che quotidianamente affrontiamo, ma, ancora peggio, non rispettano i nostri figli.
Ariel è stata discriminata solo alcune volte dai bambini, molto spesso dagli adulti.
“Ha la voce come un pappagallo.”
“Quando si hanno figli così si dovrebbe stare a casa: non si possono rovinare le feste agli altri!”
“La bambina deve stare seduta! … Ah, è autistica?… Bene si accomodi al posto riservato agli handicappati!”
“La bambina deve stare zitta! … Ah!… Autistica? Mi dispiace ma la cripta non è un posto adatto a lei! Disturba la Messa! Vi prego di uscire.”
A parte che non mi pare che Gesù avesse detto “Lasciate che i bambini vengano a me… purchè facciano silenzio”, io lo confesso: in queste situazioni tremo. Tremo come una foglia. Sento la rabbia che parte dalla pancia e rapidamente dilaga in ogni cellula del mio corpo.
Mi presento: Ciao, sono Katjuscia e sono una mamma che trema spesso. In questo momento mi sto rivolgendo per la prima volta in maniera esplicita e senza filtri a tutti gli adulti che non tremano mai.
Mi rivolgo a tutti coloro che hanno figli e nipoti sani, neurotipici, senza sindromi, con tutti gli arti al loro posto e che sono in grado di parlare, saltare, correre, comunicare con il mondo. Mi rivolgo a coloro che non si preoccupano ogni minuto della loro vita per le loro creature.
Fermo restando che le parole sono solo etichette senza alcun valore, c’è una notevole differenza tra chiamare qualcuno “handicappato” e “disabile”. È vero, in sostanza non cambia nulla: la persona resta diversa dagli altri.
Attenzione, diversa, non meno. Anzi spesso, è più: le persone “diverse” sviluppano alcuni tratti all’ennesima potenza per poter fronteggiare questo mondo ostile e quindi sono più sensibili, più istintive, possono avere un tatto o un udito più affinato, sviluppare meglio la memoria, avere braccia forti per spingere la carrozzina, imparare ad usare i piedi al posto delle mani.
Sicuramente le persone disabili sono messe continuamente alla prova e con esse i loro famigliari.
Ritenete davvero giusto caricare le nostre vite di ulteriore peso denigrando I nostri figli?
Ricordate: disabili non solo si nasce, anche si diventa.
Non fate diventare i vostri figli dei disabili, pardon, HANDICAPPATI emotivi: insegnate loro il rispetto del diverso e vedrete che stando con i nostri ragazzi diventeranno degli adulti eccezionali per i quali non vi dovrete davvero preoccupare. Uomini e Donne con le iniziali maiuscole.
Da dove vi viene tutta questa urgenza di sapere a priori in quale categoria dovete ficcare le persone? Non ne potete proprio fare a meno? Mmh… Non sarete mica anche voi un po’ austici?
Va bene, su, ripetiamo insieme: “Se proprio dobbiamo etichettare qualcuno, da ora in poi lo chiameremo DISABILE e non handicappato.”
Lo dice pure la Treccani…
Fermi… Adesso che ci penso… Anche disabile è brutto, è come dire che una persona non è abile, mentre noi sappiamo che loro sono davvero abili in molte cose.
Ok, allora adottiamo la proposta di Francesca: “persone con bisogni speciali”.
Mi permetto, però, di darvi un ultimo spunto di riflessione: e se li chiamassimo semplicemente per nome?
Quando ci siamo conosciuti, mi hai dato della cretina.
Avevamo visioni diverse sul nostro futuro: io non mi volevo sposare, volevo una famiglia. Tu ti volevi sposare, ma non volevi figli. Quando tu hai cambiato idea, anch’io l’ho fatto.
Il giorno del matrimonio il parco della villa è stato distrutto da un uragano.
Anche dieci anni fa ti ho lanciato messaggi più o meno subliminali a ribadire la mia filosofia di vita: nessuno ci costringe a stare insieme. Se non staremo più bene tra di noi, la porta è sempre aperta e la valigia sotto al letto pronta. Le scarpe da running sotto al vestito, erano un chiaro segnale ammonitore per il futuro.
Eppure 10 anni, 2 figli e una diagnosi dopo, siamo ancora qua.
A volte barcolliamo, spesso litighiamo, ma solo noi possiamo ridere come matti nel cuore della notte per le sciocchezze più inaspettate.
So che tu capisci subito il mio sarcasmo e lo fai filtrare dalla corazza tenendo per te solo il sentimento positivo.