Ariel · Il mondo intorno a noi

Il Cubo di Rubik

(Autismo e adolescenza)

“Sebbene fossi preparata al fatto che avresti cambiato carattere con l’adolescenza, una volta avvenuto il cambiamento mi è stato molto difficile sopportarlo. All’improvviso c’era una persona nuova davanti a me e questa persona non sapevo più come prenderla.

(Susanna Tamaro, Va dove ti porta il cuore)”

Un figlio adolescente è un terremoto.

Una figlia adolescente è un uragano, una tempesta in grado di lasciare dietro di sé una lunga scia di devastazione e non a caso gli americani danno nomi femminili ai cataclismi naturali più importanti.[1]

Una figlia autistica non vocale adolescente è uno tsunami, un terremoto seguito da un maremoto, un labirinto in cui si perdono le poche certezze acquisite negli anni, un cubo di Rubik: i pezzi sono sempre gli stessi, ma si incastrano ogni volta in modo diverso e tu non sai più come tornare al punto di partenza, non capisci come mai il giallo sia diventato verde e non torni più al suo posto se non scalzando un inerme rosso e creando ancora maggiore confusione.

Guardo Ariel, le gambe più lunghe, il viso meno paffuto, il collo del piede da zittire pure Alessandra Celentano forgiato da un decennio di passeggiate sulle punte: la ragazzina ha definitivamente preso il posto della bambina, anzi la sta seppellendo a colpi di porte sbattute e rabbia urlata guardandomi dritta in faccia. Se parlasse, probabilmente mi darebbe della vecchia incapace e rintronata, lo capisco da come mi guarda la ricrescita e mi sistema gli occhiali sul naso. Per lei sono la mamma, una vera rottura di scatole.

Gli adolescenti provano emozioni dicotomiche nei confronti delle figure di riferimento: il rapporto con gli adulti diviene sfidante, ma allo stesso tempo continuano a cercare il nostro sguardo per sapere se stanno prendendo la strada giusta, salvo poi sterzare all’ultimo minuto per dimostrarci di non avere più bisogno di noi, di essere sufficientemente adulti da poter decidere da soli. Ricordo il mio bisogno di una carezza e allo stesso tempo il fastidio che provavo nel ricevere consigli non richiesti dai miei genitori. Le opinioni degli amici sono più importanti di quelle dei famigliari di primo, secondo e terzo grado, soprattutto se hanno più di 20 anni.

Mio nipote e mio figlio passano rapidamente dal riso al pianto all’aggressività che, repressa fino ad un attimo prima, esplode improvvisa e devastante.

Loro sono le mie cartine tornasole, mi consolano, mi ricordano per la milionesima volta che prima dell’autismo c’è la persona, che possono cambiare le manifestazioni, ma non i sintomi, che una ragazzina di 11 anni è innanzitutto una preadolescente con un corpo e una mente in evoluzione, indipendentemente dal suo funzionamento neurobiologico.

Gli adolescenti non sono né carne né pesce, troppo grandi per essere considerati bambini, troppi immaturi per essere considerati adulti. L’adolescente medio vorrebbe essere unico, originale, ma allo stesso tempo rifugia la diversità e cerca di conformarsi alla massa.

Gli adolescenti sono egocentrici: pensano che gli occhi del mondo siano perennemente puntati su di loro è sufficiente una risatina rivolta altrove per minarne l’autostima. La goffaggine emotiva, tipica dei ragazzi timidi e socialmente immaturi, li può condurre a situazioni in cui possono essere oggetti di derisione e solo il supporto degli amici li può aiutare a rivalutare la propria immagine di sé.

Le persone autistiche, rispetto ai loro pari, vivono più spesso in una condizione di isolamento sociale (in fondo la diagnosi verte sul deficit persistente dell’interazione e comunicazione sociale) e raramente ricevono gratificazioni sociali spontanee da parte dei coetanei. Questi ragazzi, soprattutto se non presentano disabilità intellettiva, rendendosi conto del proprio isolamento, desiderano venire accolti dal gruppo e spesso di ritrovano in frustranti situazioni di derisione con conseguenti vissuti depressivi, attacchi di panico o psicosi reattive.[2]

Per Ariel non è più così. I primi anni di vita cercava di relazionarsi ai coetanei, ma mancandole gli strumenti comunicativi di base, si è progressivamente chiusa nel suo mondo, anche se permane la ricerca di relazione con bambini più piccoli di lei e con i quali è molto protettiva. A lei non interessa piacere agli altri, ma presenta tutti i sintomi di un’adolescenza incombente, con l’ulteriore aggravante di non potersi confrontare con le amiche e capire se quello che sente dentro e quello che succede fuori è normale. E da lì la rabbia, una rabbia feroce che riversa contro tutti noi e che può continuare per ore, salvo poi spegnersi all’improvviso, quasi fosse dotata di un timer interno.

Il carattere sta già diventando più mutevole, gli ormoni iniziano a pulsare, lo si vede nelle piccole cose, nei gesti, negli sguardi, negli sfregamenti e io tremo.

Penso al suo menarca con ansia: il momento più naturale per ogni donna, sta diventando il mio chiodo fisso.

Come si spiega ad una bambina con disabilità intellettiva che non deve avere paura, che quello che sta succedendo è l’inizio della vita, che in alcune civiltà è tutt’ora considerato il passaggio all’età adulta? Come potrò frenare i suoi impulsi sessuali, farle capire che lei non dovrà mai sfruttare a pieno quel dono che la rende una donna ? E più prosaicamente, come potrò farle usare adeguatamente gli assorbenti?

Mentre scrivo questo articolo, di fianco a me ho un pacco di fotografie da smistare: sono immagini di un tempo passato, di visi di neonati che divengono bambini, poi ragazzi e in alcuni casi adulti. Chissà se lei mi riconoscerà in quella bambina con i capelli ricci imbrigliati in due grossi codini da Candy Candy, prima, e in quella ragazza seria con i capelli lunghissimi e la matita bistrato, poi. Ebbene, sì, lavoreremo sul ciclo della vita per spiegare ad Ariel che tutti crescono e che il corpo cambia. Anche per le persone il cui funzionamento è diverso da quello tipico, ma il corpo, no, quello è lo stesso. E anche le emozioni.

Ariel è una persona, prima che una diagnosi. Ecco, noi neurotipici dovremmo ripetere come un mantra:

non è sempre l’autismo a parlare, molto spesso è la persona con il suo corpo, le sue emozioni, il suo carattere, la sua adolescenza.

Immagine tratta da Pexels.com

[1] Per sapere come vengono dati i nomi agli uragani:

https://www.lavocedinewyork.com/lifestyles/scienza-e-salute/2020/10/07/come-vengono-scelti-i-nomi-degli-uragani-e-perche-molti-sono-femminili/

[2] Confronta “I disturbi dello spettro autistico in adolescenza e in età adulta. Aspetti diagnostici e proposte di intervento”. A cura di Roberto Keller, ed. Erickson, 2016.


Articolo scritto per “Asperger News” e pubblicato sul numero di novembre del 2021

La famiglia "autistica"

Il terzo figlio

Oggi il mio terzo figlio compie gli anni.

Segno della vergine, come pure la sua sessualità. Sì, perché il riccioluto, che tra parentesi è quello che più mi somiglia fisicamente, alla sua grande occasione di trombarsi un gran pezzo di biondina, ha avuto una terribile defaillance. Lo so, lo so, la privacy… Però ve lo devo dire: questo mio figlio che si attacca alla gamba di chiunque e che fa dog calling* anche ai pupazzi della Princess, ha reagito molto male alla passando un’intera serata sdraiato sul divano, zampe all’aria con lo sguardo da: “Che grandissima figura di merda!”

Ora le mie creature hanno un soprannome ciascuno:
– under control,
– mangianeuroni,
– montador di Sevilla, ora  en blanche.

A voi intuire a chi si riferiscono.

Oggi ho portato il terzo figlio a fare una passeggiata nei campi, approfittando dell’assenza degli altri due.

Traumatizzato dalla montagna, forse anche più di Ariel, appena ha visto il guinzaglio, ha iniziato a tremare.

La cazzimma materna serenamente applicata ai figli bipedi, funziona pure con il quadrupede e, quindi, imperterrita, sono uscita con lui che, non appena capito che non ci sarebbero stati tragitti in automobile, si è subito ringalluzzito.

Arrivati al primo viottolo, gli ho tolto il guinzaglio e l’ho lasciato libero di ciondolare per la campagna.

Tutto bene, finché non ha trovato un boschetto di acacie che ha eletto a suo rifugio di campagna: si è piazzato sotto un albero e da lì, disteso a mo’ di sfinge con il muso leggermente sollevato a godersi la brezza, non si è più voluto alzare.

Questo non lo avevo considerato.

La strutturazione del tempo pure a Baloo, no! Questa volta mi rifiuto!

Ho aspettato un po’, fatto finta di allontanarmi, chiamato, contato, promesso leccornie canine. Niente, fermo al suo posto con il vento tra i peli.

L’ho preso in braccio, spostato di dieci metri e messo a terra.

È ripartito allegro andante e… si è fermato alla fine del boschetto, sotto un’altra acacia, ma nella medesima posizione.

Ripropongo tutto il repertorio, ma non succede niente.

Mi arrendo.

“Dai, andiamo a casa!”

Si è sollevato veloce come un fulmine e ha iniziato a correre, forse temendo un mio ripensamento.

Quando siamo rientrati, si è subito nascosto sotto al mobile, finché non ha percepito il mio essere orizzontale: a quel punto è arrivato tutto baldanzoso e, dopo aver trovato la posizione più comoda, si è addormentato.

Il sonno dei giusti, dicono loro.

Il sonno degli infami, dico io.

L’unica gioia della giornata è stata sapere che il procrastinatore massimo ha finalmente iniziato a fare i compiti all’urlo di: “Stai tranquilla, mamma, ho tutto sotto controllo!”

Io, no, invece! Io ormai sono allo sbaraglio, ma fingo che tutto stia andando come da programma, perché, se questi tre dovessero mai percepire la minima indecisione, sarei spacciata.

E conoscendo le abilità informatiche della mangianeuroni, in tempo zero mi ritroverei impacchettata, caricata in un container e spedita alla volta della Cina.

Viaggio di sola andata, ovviamente.

* la versione canina del cat calling, ossia le molestie di strada

Il mondo intorno a noi

La fatica di vivere

Le riconosci le persone tristi dalle pieghe agli angoli della bocca: due parentesi che aprono e chiudono tutto quello che provano e spesso non dicono.

Le persone riflessive, espressione che spesso cela l’inganno della depressione, hanno una linea verticale che parte dalle sopracciglia e sale fino al centro dei pensieri.

La schiena curva, i pugni stretti, il capo chino parlano di disillusione e rabbia.

Facile girare la testa e chiudere gli occhi davanti alla sofferenza altrui, soprattutto per chi non conosce il dolore!

E così, molto spesso, quell’unica mano tesa a sollevare un po’ di peso da una schiena incurvata è di chi annaspa e conosce la fatica di scendere dal letto e vivere un’altra lunga, estenuante giornata.

Il mondo intorno a noi · La mamma "autistica"

Ferragosto

Doloroso Ferragosto

Intrappolato in una piscina azzurra in giardino,

Su e giù, dentro e fuori, spunta solo il suo costumino.

Iniquo Ferragosto

Oscurato dalle stecche delle veneziane abbassate,

frinire di cicale che cantano gloriose l’estate.

Struggente Ferragosto

Viscosamente denso del latte di un polposo fico

osservarlo colare lento ad appiccicare il dito.

Rumoroso Ferragosto

Succhiato dai bzz dei calabroni nell’odoroso frutteto,

Gracchiante, rabbioso cracra dei corvi nascosti nel meleto.

Pensieroso Ferragosto

Accigliato lo sguardo ceruleo dietro le scure lenti,

Filosofare con me stessa su vincitori e perdenti.

Una cartolina colorata

da chi è al lago, al mare in montagna o in collina,

da chi visita il museo e da chi scende in dolina.

Uno struggente pensiero

All’anziano parcheggiato in una stanza d’ospedale,

Mentre i figli sono partiti per le vacanze al mare.

Un sentito ringraziamento

A tutti voi: sanitari, forze dell’ordine e pompieri,

grazie per adempiere anche quest’oggi i vostri doveri.

Un forte abbraccio

a chi lavora nelle cucine o serve nei ristoranti,

a chi chiede se vuoi pagare con carta o in contanti.

Buon Ferragosto

A chi le ferie le ha già fatte e forse dimenticate,

a chi le farà a settembre a spiagge meno affollate.

Buon Ferragosto

Ai disabili, ai malati e a tutte quelle famiglie

Che sentono il rumore del mare solo dalle conchiglie.

Buon Ferragosto

A me, seduta qui da sola, a scrivere e a pensare,

Aspettando stasera per poterli di nuovo abbracciare.

Il mondo intorno a noi · La mamma "autistica"

Un pezzetto di vacanza

Un giorno vi racconterò della mia mini vacanza a Firenze.

Per oggi accontentatevi di questo bellissimo dipinto conservato agli Uffizi, “L’Annunciazione” di Simone Martini e Lippo Memmi.

Annunciazione tra i santi Ansano e Margherita
Dipinto di Lippo Memmi e Simone Martini

L’ho guardato a lungo, con sempre maggiore ilarità. Mi sono focalizzata sugli sguardi dei due protagonisti principali, che manifestano più di rabbia e fastidio che stupore e reticenza.

Mi ricordavano qualcosa, finché l’illuminazione…

Un ricordo di gioventù
Il mondo intorno a noi

L’esperimento sociale

Città d’arte ricolma di turisti.

Gironzolare per la città con il cappello bianco attivando lo stereotipo dell’americana in vacanza.

Rispondere in friulano, quando mi si rivolgono in inglese e scoprire che:

1) le donne e gli uomini under 40 non capiscono la mia provenienza finché non saluto con “Mandi!”;
2) 1 uomo over 40 su 2, mi sgama subito e dice: “Ah, tu sè friulana! C’ho fatto la naia in Friuli!” (Per Dante Alighieri! Ogni volta che dicono Friùli e non Frìuli, mi commuovo come le viti al disgelo!)

Friuli, terra di caserme!

Per riprendermi dall’amara consapevolezza che il markètting friulano va spinto, mi sono mangiata un club sandwich vista Duomo.

Mi è costato una libbra di trippa e un metro di lampredotto, ma che valore vogliamo dare a cotanta bellezza?

Eh, sì, anche Santa Maria del Fiore e il Campanile di Giotto hanno un loro notevole perché!

Suvvia, si scherza, non fate i grulli!

Bon, dài, consolatevi: ho finito con i selfie! Tra 50 minuti sarò di nuovo in Svevia e non avrò più tempo per queste quisquilie visto che avrò un Regno da pubblicizzare.

Ho già lo slogan:

Svevia, ospiti di gente sfanculante!

Che dite? Acchiappante, eh?

L’ultimo selfo della vacanza
La mamma "autistica"

La borsetta rosa e lo zaino

La casa è vuota, desolata, guscio che protegge e respinge.

Orfana di figli, lo smarrimento tra le mura, fuggo per realizzare un sogno adolescenziale: essere felice solo con uno biglietto e una borsetta rosa.

Parto. Così, all’avventura, senza pensarci troppo.

Porto con me solo due bluse bianche e due pantaloni neri ché i grigi non mi si addicono, un abito ceruleo, un gloss fucsia e un uno zaino da riempire di bellezza.

Ariel · La famiglia "autistica"

Con le mutande in testa

Quarant’anni fa la nonna Nene andò nei campi portando con sè le due nipoti, ma non altrettanti cappellini. Donna di pochi mezzi economici, ma di grande inventiva, era figlia di mezzadri, cresciuta in campagna e mandata a servizio a 12 anni. La vita le aveva insegnato a fare molto con poco e sapeva sfruttando al meglio il proprio pensiero divergente*: risolse il problema utilizzando un paio di mutande come copricapo. Ero la  maggiore e, per la legge non scritta che i primogeniti devono essere sempre più responsabili e cedere alle richieste dei minori, mia sorella “vinse” il cappello con il frontino; a me toccarono le mutande a fiorellini, portate di riserva sul principio che “pan e gaban stan ben dut el an”**. A quei tempi avevo i codini ciccioni alla Candy Candy e per rendere la cosa più trendy (mia nonna avrebbe detto “figa”, perché era sempre al passo con i tempi), li fece uscire dalle gambe degli slip. Mi stavano così bene che pure mia sorelle le avrebbe volute, ma ce n’era solo un paio. Dopo un mezzo parapiglia, le tenni io, per un’altra legge non scritta, ossia “un pôc al va ben, ma no masse!***  Sono la più grande e adesso basta, si fa come dico io! ” e, soprattutto, pedagogicamente parlando, la norma educativa degli Anni ’80 del: “finché non si cavano gli occhi, va ancora tutto bene”.

Vorrei avere 11 anni e andare di nuovo a raccogliere erba medica o sorgo con la nonna, stare all’aperto senza preoccuparmi del sole malato, della pioggia acida, dei pesticidi. Vorrei tornare ai bei tempi in cui mangiavo le more selvatiche direttamente dai rovi, senza preoccuparmi di lavarle, perché “chel ch’al passe all’ingrasse!”****

Le mutande in testa no, quelle non mi servono: figurativamente le indosso ancora, anche senza i codini, per ricordarmi di tenere la mente aperta, di mettere da parte il mio funzionamento e di cercare soluzioni alternative ai problemi che quotidianamente affronto con la Princess, perché ciò che per me è bianco, probabilmente per lei ha un colore diverso… E De Bono muto!*****

Come vedete, in questa immagine la Princess, degna erede della bisnonna, ha deciso di usare le mutande come cappellino e lasciare le parti basse ad arieggiare. Potere della genetica divergente!


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* Il pensiero divergente, teorizzato da Guilford nel 1967, è un particolare tipo di pensiero che coincide con la capacità di creare soluzioni originali ed  efficaci in relazione ad un determinato compito o problema, dando, ad esempio, nuova utilità ad un oggetto di uso comune
** friulano: pane e vestiario sono utili tutto l’anno
*** friulano: per un po’ va bene, ma non troppo a lungo
**** friulano: quel che passa, ingrassa.
***** Edward de Bono nel suo “La tecnica dei sei cappelli per pensare” descrisse la sua teoria nella quale una persona, indossando sei cappelli immaginari di colori diversi, affronta un argomento da diversi approcci e prospettive, applicando anche il pensiero laterale.

Ariel · Il mondo intorno a noi

La storia si lascia raccontare

La vacanza è andata bene, tutto bellissimo. Ariel è stata super collaborativa e ha pure decantato la Divina Commedia in versi.

La storia si lascia raccontare: contano solo i fatti e le prove documentali, poiché ognuno di noi può raccontare il proprio vissuto e non è detto che sia esattamente rispondente alla realtà, dando quindi un’immagine di sé e di chi ci è vicino non oggettiva, poiché filtrata dalle proprie emozioni.

La verità sulla vacanza è che ogni giorno è stato funestato da crisi di autolesionismo ed eteroaggressività. In vacanza come a casa, nulla è, ahimè, cambiato.

I sovraccarichi sensoriali si riproducono come Gremlins (ieri è bastato il canto delle cicale), nuove rigidità (adesso annusa pure l’acqua), mentre alcuni cartoni animati si trasformano in ossessioni da vedere e rivedere, finché fanno male, finché diventa tutto troppo doloroso.

Mi piacerebbe parlarvi dei grandi progressi di Ariel, delle cose buffe che dice, affermare che le sedute al centro non servono, che anzi la vogliono solo normalizzare. Vorrei davvero potervi dire che lei è stata scambiata per pigra e visionaria quando riferiva le sue crisi, anzi mi piacerebbe che ve lo raccontasse lei.

Invece io mi ritrovo a parlare di una condizione che non consente di passare 5 giorni sereni nemmeno in vacanza, nemmeno quando credo di aver pensato a tutto e poi mi accorgo che l’unica vera costante indipendente dalla mia volontà, ma fondamentale, è lo stato di salute psicofisico di della Princess. E su quello non posso nulla, se non cercare di prevenire, di alleviare, di consolare.

Questo è il tipo di funzionamento che non permette mai di abbassare la guardia, che insegna che le ore di sonno vanno sfruttate meglio possibile per avere sufficienti risorse per fronteggiare le lunghe giornate e le infinite nottate.
Il mio sogno di una casa perfetta è diventato un’utopia: i muri, tinteggiati lo scorso anno, pare che non vedano un imbianchino da decenni; la camera è stata sfondata durante le sue crisi, il giardino è incolto, perché o mi prendo cura di lui o mi prendo cura di lei.

Quello della Princess è un autismo fatto di botte in testa, di ginocchiate in faccia, di “capa a muro”, di meltdown pressoché quotidiani, di incapacità di comunicare i propri stati d’animo.

In questo momento la mia narrazione non è rassicurante, non illude sul futuro di Ariel, ma non vuole nemmeno negare che i ragazzi possono migliorare. Lungi da me voler togliere la speranza ad un genitore! Questa è Ariel, questa è la mia vita con lei.

Fortunatamente non per tutti è così gravosa. Capisco chi si vuole abbeverare alla fonte di chi infonde speranza in un futuro luminoso, probabilmente lo avrei fatto pure io al momento della sua diagnosi.

Quando vedo un genitore in difficoltà con la propria creatura, penso alla nostra fatica, di Ariel in primis, ma anche mia e di Davide, e spero sempre che a loro le cose vadano meglio, che ci sia un click che permetta loro di trovare la giusta chiave di sviluppo e crescita reciproci, perché una cosa è sacrosanta: con i nostri figli si impara e si cresce ogni giorno. Loro attivano costantemente il nostro pensiero divergente, costringendoci ad accantonare la nostra forma mentis per cercare di capire la loro, ci fanno spogliare del nostro funzionamento per entrare nel loro.

L’attuale condizione di Ariel, la fotografia di questi ultimi 10 mesi mi fa chiedere: dov’è la dignità di una vita in cui ci sono solo rarissimi sprazzi di serenità ai quali attingere per far fronte al resto della giornata? Perché lei non può essere serena? Non la sogno più madre di famiglia o giovane sposa all’altare, non sento più la sua voce gialla bucare il sonno, non ho più aspettative di una vita autonoma per lei. La serenità, però… Almeno quella, cazzo!

Amo Ariel, la amo da impazzire, non riesco ad immaginare la mia vita senza di lei, ma in questi anni mi ha lentamente divorata. Mi sento vecchia, sfinita, mi guardo allo specchio e non mi riconosco.

Intanto, siccome la storia si lascia raccontare, pubblico questa fotografia, così chi non ha voglia di leggere e si è fermato al primo paragrafo senza approfondire ulteriormente, può continuare ad immaginare che tutto stia andando bene. I video, quelli della realtà, non li pubblico: non è dignitoso per lei e non è piacevole a vedersi, soprattutto per chi non sa cosa sia una crisi autolesionistica. Perché li faccio? Perché è piena di ematomi e devo poter dimostrare che sono autoinflitti, poiché essere un genitore di una persona come Ariel significa dover pensare anche a questo: prevenire eventuali accuse di abusi, anche se il suo comportamento è ormai pervasivo e quindi sotto gli occhi di tutti.

Non lascio alcuna morale né suggerimento su ciò che voglio comunicare, ognuno tragga le proprie conclusioni per quella che è la propria esperienza con l’autismo. Io, intanto, continuo a guardare la verità in faccia e a cercare un modo per aiutare Ariel a stare bene. Del resto, ormai, poco mi importa.

Un’ultima cosa, però, la voglio dire a chi non conosce l’autismo. Ascoltate i video degli attivisti, leggete i loro libri e le loro pagine sui social, seguite le loro dirette e i loro webinar, ma ricordate: quella è solo una delle mille sfumature dello spettro autistico. Ci sono persone autistiche che non escono mai di casa, che non parlano, che non sanno comunicare e sono quelle di cui è meno divertente leggere o parlare.

Non dimenticatevi di loro, altrimenti arriveremo al paradosso del

“Non scrive, non parla, non fa i Tiktok. Sicura che sia autistica? Fammi vedere la sua diagnosi.”

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Le vacanze (e il masking)

Sto cercando di prenotare le vacanze e mi rendo conto che la condizione di Ariel complica tutto: l’unica certezza che ho è che, per la pace nel mondo, è bene che non ci siano montagne nell’arco di 70 km.

Quindi opto per il mare.

Ovviamente al risparmio, perché la Naspi non consente stravizi, e con il parcheggio sotto “casa”, perché l’anno scorso tra la Princess appesa al braccio destro, sotto al quale avevo incastrato anche il materassino, il trolley a sinistra, lo zaino sulla schiena e Baloo che tirava Davide come una capra di montagna, mi sono sentita molto la sherpa della Romagna.

E da questi elementi in poi è tutto un quiz:

  • appartamento o hotel?
  • se hotel, mezza pensione o pensione completa? E se fosse in all inclusive?
  • meglio risparmiare 100 euro o meglio 4 mq in più a disposizione di Miss Iperattività?
  • con o senza piscina?
  • con o senza servizio spiaggia?
  • al mattino borghetti e al pomeriggio spiaggia o viceversa?
  • prenoto i parchi in anticipo o mi affido al destino?
  • porto Baloo o lo lascio vivere in pace almeno 5 giorni senza quella frantuma sfere di sua sorella?

E poi…

  • chissà se devo avvisare l’hotel che è autistica. No, lascio loro la sorpresa.
  • chissà se fanno il menù speciale per Ariel. Aspetta che me lo segno e chiedo;
  • chissà se la camera sarà insonorizzata. Questo non lo chiedo, per non agitarli più del dovuto;
  • chissà se trovo un bar dove fanno le “brioche di Ariel”, ché lei la colazione a buffet la schifa proprio, noblesse oblige, ça va sans dire! Aspetta che faccio una raccolta firme su change.org per costringere il bar della spiaggia a cambiare pusher di cornetti.

Ed infine:

  • speriamo che l’ombrellone sia vicino al mare, ma non troppo;
  • speriamo che non ci siano alghe, conchiglie, granchi. Insomma una spiaggia senza forma di vita, soprattutto senza troppi homo sapiens;
  • speriamo che non le vengano troppe crisi;
  • speriamo di non trovare traffico o coda in autostrada, perché non ho voglia di finire sui giornali: “Madre rincorre in autostrada la figlia autistica che urlando ” Ah Ah Ah” si infila nei veicoli in coda ordinando CO CA”

E niente, dopo aver prenotato le vacanze di famiglia, avrò bisogno di andare in ferie.

Da sola.

In spa.

Io, avvolta in morbida spugna bianca, ciabattine da camera, una pila di libri e due cetrioli sugli occhi.

Intanto faccio masking*, sorrido e lascio credere al mondo che tutto va bene, ché già fa caldo e la gente non ha voglia di sentire lagne e una persona forte è sempre più apprezzata di una fragile. Chissà perché…


Edit: in realtà stamattina ho prenotato a Rimini: conosco la strada, i posti da visitare, i ritmi. Ho bisogno di vacanze che mi consentano di tornare a casa in “breve tempo” e che mi diano quel tanto di prevedibilità da poter inserire, almeno ogni tanto, il pilota automatico.letteralmente “mascheramento”. Termine spesso associato all’autismo per indicare la strategia tramite la quale le persone autistiche imitano i comportamenti neurotipici riducendo anche eventuali stereotipie (stimming). Spesso anche le persone neurotipiche fanno masking in situazioni sociali che reputano stressanti per mantenere il controllo della propria immagine pubblica. Esempio: quando mi toccate senza autorizzazione, io sorrido, ma in realtà dentro vi sto mandando a fanculo.
La differenza è che ad una persona autistica il masking richiede molta più energia diventando quindi una strategia di difficile mantenimento.

* letteralmente “mascheramento”. Termine spesso associato all’autismo per indicare la strategia tramite la quale le persone autistiche imitano i comportamenti neurotipici riducendo anche eventuali stereotipie (stimming). Spesso anche le persone neurotipiche fanno masking in situazioni sociali che reputano stressanti per mantenere il controllo della propria immagine pubblica. Esempio: quando mi toccate senza autorizzazione, io sorrido, ma in realtà dentro vi sto mandando a fanculo.
La differenza è che ad una persona autistica il masking richiede molta più energia diventando quindi una strategia di difficile mantenimento.

Masking all’acido ialuronico e melograno