Ariel · Davide · La famiglia "autistica"

La fine stratega

Oggi volevamo festeggiare la Pasquetta con una passeggiata in montagna. Sapendo che è una cosa che Ariel odia, l’abbiamo avvisata per tempo inserendo la gita sul planning e spiegandole che dopo saremmo andati al parco, attuale rinforzatore massimo.

La fine stratega ha quindi avuto tutto il tempo per delineare la sua operazione anti-escursione: stanotte si è svegliata alla 3 e ha tormentato tutti noi fino alle 7, quando ha finalmente deciso che poteva tornare a dormire.

Ovviamente non può spuntarla lei e quindi la gita viene rinviata al pomeriggio. 😈

Dormi Princess, dormi: questo pomeriggio ti serviranno molte energie 😂

Il mondo intorno a noi

Siblings

“Mamma, quella bambina ha due anni e parla!”
“Mamma, io so perché Ariel urla e corre: lei vuole solo essere libera.”
“Mamma, Ariel mi ha fatto male. Stavo cantando e lei mi ha graffiato…”
“Mamma, non farmi l’agenda della giornata: è una cosa da autistici…”
“Mamma, ma come farà Ariel a prendere la patente?… Niente patente? Ah… E come farà a portare i suoi bambini a scuola?… Come non si sposerà e non avrà bambini!…”
“Non ti preoccupare per me. Non ho bisogno di niente. Sto bene.”
“Ma sono autistico anch’io?”
“No, non ho la fidanzata e non mi sposerò mai: dovrò badare ad Ariel!”
“Mamma, quei signori hanno preso in giro Ariel: hanno detto che ha la voce da pappagallo!”
“Oggi [nome del compagno di classe] ha detto che Ariel è scema. Gli volevo tirare un pugno sul naso!”
“Mamma! Ariel mi ha dato un bacino!”
Nel sonno: “Ariel vieni qua! Mamma, Ariel scappa, non la riesco a prendere, ho paura per lei.”
Davide è un sibling, suono strisciante e misterioso, che in inglese significa “fratello” o “sorella” e che comunemente identifica i fratelli delle persone disabili.
Bambini, ragazzi e adulti che condividono il patrimonio genetico, la sfera affettiva e sociale dei loro ingombranti fratelli.
Bambini che a volte si identificano con i fratelli e a volte li osservano con diffidenza chiedendosi che cosa abbiano così di speciale per meritare tutte quelle attenzioni.
A volte crescono da soli, maturano in fretta lasciando completamente disarmati i genitori.
Spesso fanno un passo indietro nelle loro richieste e necessità per non creare preoccupazioni o distrazioni nei genitori.
I siblings sono i bambini che si buttano sotto un treno per salvare la sorella, sono i ragazzi pronti a lottare nei social per denunciare il bullismo sul fratello, sono gli adulti che portano avanti le battaglie iniziate tanto tempo prima dai genitori.
A volte sono talmente nauseati che scappano lontano dalla loro famiglia di origine cercando un mondo in essere semplicemente se stessi.
Sono i bambini che chiamano dal portone della scuola per un ultimo saluto prima di entrare. Sorridono con la mano alzata: “Ciao, Mamma!” e si girano rapidamente, ma, quando pensano di non essere osservati, le loro magre spalle si incurvano sotto un peso ben più greve di quello zaino colorato pieno di libri che ballonzola sulla schiena.
A tutti i siblings, bambini, adolescenti, giovani uomini o donne, adulti: grazie!
Grazie per la pazienza che avete con i vostri fratelli e soprattutto con noi genitori, grazie per la maturità di cui ci fate dono, grazie per la spensieratezza che cercate di dimostrare anche quando il mondo vi piove addosso.
E scusate se, convinti di avervi persi di vista solo per un attimo, quando vi abbiamo ritrovati eravate già adulti.
Il mondo intorno a noi · La famiglia "autistica"

Bambini

Davide è neurotipico. Ariel è autistica.

Davide ha gli occhi scuri cinesi. Ariel ha gli occhi chiari un po’ meno cinesi.

Davide fa autostrade di automobiline. Ariel non ha mai messo in fila nulla, nemmeno i vagoni del trenino dell’Ikea.

Davide conosce la geografia come io conosco un vasetto di Nutella. Ariel sa scovare la App di Youtube ovunque e se è disinstallata va su Chrome, digita Y e lascia che cookies e cronologia facciano il loro lavoro.

Davide gioca a calcio. Ariel insegue Baloo con lo scatto di Bolt.

Davide protegge Ariel da tutto e da tutti. Ariel non ama farsi proteggere.

Davide è un grande amico, ma ha pochi amici. Ariel è una pessima amica, ma ha molti amici.

Davide è sempre pronto a lottare per i suoi ideali. Ariel è sempre pronta a lottare per 10 minuti con il tablet.

Davide ama le Chicken McNuggets, ma le cede volentieri a sua sorella. Ariel ucciderebbe suo fratello per una crocchetta e suo padre per una Coca.

Davide a maggio farà la Prima Comunione. Ariel non farà mai la Prima Comunione, ma il giorno che la faranno i suoi compagni, noi saremo ad Eurodisney a salutare Topolino, l’unico personaggio che Ariel venera come un dio.

Davide tifa Udinese e questa sì che è fede! Ariel non tifa per nessuno, ma tutti tifano per lei.

Ci sono bambini normali e bambini speciali.

Correggo.

I bambini sono tutti speciali.

Correggo di nuovo.

I bambini sono bambini.

Ecco. Questa è l’unica formula per una reale inclusione: capire che i bambini sono bambini.

La famiglia "autistica"

L’aquilone

Mio papà ha 68 anni, un voluminoso cesto di capelli ricci ormai bianchi, le mani grandi coperte di calli.

Mio papà ha un cuore grande ed ama i suoi nipoti a dismisura, ma ha un rapporto speciale con Ariel che lo adora.

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Mio papà ha giurato che quando (non “se”) Ariel parlerà, farà il Cammino di Santiago. Se (lui ribadirebbe “QUANDO”) quel benedetto giorno arriverà, io partirò con lui.

Noi due da soli, teste ricce piene di sogni, teste dure piene di amore.

Noi due da soli, senza riflettori, senza propaganda, senza interviste in televisione, perché a volte l’amore per i figli ed i nipoti ha bisogno di chilometri spesi in silenzio, senza clamore: solo terra, sole e cuore che pompa veloce, mentre i pensieri volano alti nel cielo come aquiloni.

Già… l’aquilone: mio papà ha deciso che il simbolo dell’autismo è l’aquilone. Ha chiesto e ottenuto di poterne incidere uno sulla pavimentazione del Comune di San Lorenzo Isontino. Me lo immagino piegato sulle ginocchia, la schiena curva, le grandi mani che appoggiano delicatamente la lastra e con il pensiero dedica l’aquilone alla sua Principessa.

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Quando rifaremo la pavimentazione esterna, gli chiederò un aquilone di un colore diverso, brillante che spicchi visivamente, così ogni volta che lo vedrò penserò all’infinito amore del mio papà per la sua nipotina che sogna di volare libera nel cielo, nonostante il sottile filo che la lega a terra.

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Ariel

Il premio

“Ba! Ba!”

Ci risiamo. La voce di Ariel arriva dal giardino, smorzata man mano che si allontana verso il frutteto.

“Ba! Ba!”

Adesso è un po’ più arrabbiata…

“Baaa! Baaa!”

Ariel insegue Baloo che scappa temendo di venire afferrato bruscamente.

“Baaa! Baaa!”

Forte delle sue quattro zampe motrici, Baloo è imprendibile.

Stanno tornando indietro, la voce di Ariel è più vicina, affannata per la corsa.

Sto lavando i piatti quando sento aprirsi la porta.

“Ba! Ba!”, in tono piagnucoloso.

Faccio l’indifferente: deve formulare correttamente la sua richiesta.

Si avvicina, mi tira per un braccio. La guardo, mi guarda: “Ba! Ba!”

Fingo di non capire, so che la dovrei accontentare subito, ma la sento disponibile a comunicare ancora un po’ con me: “Cosa vuoi?!”

“Que!” con il ditino puntato in direzione del cucciolo.

“Ah! Ho capito! Vuoi Baloo!”

“Eh!”, muovendo vigorosamente la testa in su ed in giù, i capelli sparati in tutte le direzioni ed il sorriso soddisfatto di chi si sente finalmente capito.

Mentre lo afferro, gli sussurro: “Perdonami, Baloo, perché so quello che faccio! Mi dispiace, ma ora tu sei il rinforzatore massimo e ti devo sfruttare il più possibile!”

Aveva ragione a voler scappare: lo acchiappa energicamente e corre in camera. Lui si gira a guardarmi con aria sconsolata. Se potesse mi abbaierebbe “Tuo quoque, mater mea!”, ma è troppo preso ad aggrapparsi ad Ariel.

Dài, piccoletto, stasera ci regaliamo un megarinforzatore ciascuno: io mangerò una baguette con la Nutella e tu potrai dormire sul lettone.

A ciascuno il proprio meritato premio.

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La famiglia "autistica"

Il carbone

Apro la calza pian pianino: ho paura di trovarci il carbone.

Caramelle… gomme… gelatine… Figurine!… Kinder… Altre caramelle..

No, niente carbone!

Per fortuna… Ho tanta paura di essere giudicato stupido o, peggio, cattivo…

Lo so, lo so: la mamma me lo dice sempre che non sono nè l’uno né l’altro, ma è difficile crederle.

Sono un po’ disordinato e distratto, lo ammetto, ma cerco sempre di fare del mio meglio e di essere bravo. Anche con Ariel. Soprattutto con Ariel.

Adesso vi confido una cosa che non ho mai detto a nessuno: io odio l’autismo, mi ha portato via mia sorella. Io con lei non posso giocare, non posso parlare, non posso fare niente, nemmeno toccarla. Non vuole mai le mie carezze e soffro tanto quanto dà un bacio a Mattia o accarezza Christian sulla testa. Anch’io vorrei un suo abbraccio, una sua carezza, ma lei non mi vuole.

Anzi, le do addirittura fastidio. Mercoledì, ad esempio,  mi ha graffiato in faccia solo perché stavo ridendo con Mattia. Forse pensava che la stessi prendendo in giro,ma non era così… Io, ovviamente, non ho reagito perché non voglio farle male, ma dentro di me ho pianto tanto…

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A volte sono molto triste e vorrei piangere e urlare al mondo quanto soffro, ma non lo faccio per la mamma ed il papà: li vedo sempre preoccupati, tristi ed arrabbiati e non voglio farli stare ancora più male. È tanto difficile per me. A Milano mentre aspettavo la cena, ho detto alla mamma che era stata una bella giornata e che mi ero divertito tanto, ma che per tutto il giorno avevo sentito le voci di Ariel e di papà. Soprattutto di Ariel… La sua voce è ovunque: mentre guardo la TV, mentre faccio i compiti, mentre leggo, mentre gioco, le sue urla sono un sottofondo continuo. A volte, quando è isterica, è davvero insopportabile. Quando, invece, sta male, è straziante: mi fa male al cuoricino sentirla urlare e non sapere come aiutarla. Beh, quando in stazione ho detto questa cosa delle voci, la mamma mi ha guardato dritto negli occhi e mi ha risposto che era stato così anche per lei. Mi veniva da piangere, così mi sono messo a guardare i treni che, giù in basso, stavano arrivando e partendo. Chissà se un giorno ne prenderò uno che mi porterà via da tutto questo.

A volte penso al futuro e mi chiedo se mi sposerò e avrò bambini… Credo che sarà difficile visto che dovrò badare ad Ariel… La mamma mi ha detto tante volte che da grande devo fare quello che desidero e che, solo se lo vorrò, mi occuperò di Ariel, ma è ovvio che lo devo fare… Mica la posso lasciarla in un qualche istituto da sola? Spero solo che Mattia mi aiuti come mi ha promesso…

Per fortuna che la mamma ha preso Baloo. Quando la situazione in casa si fa pesante ed Ariel va fuori di testa, mi chiudo in camera e gioco con lui: è un bravo amico perché mi tira su sempre il morale e non mi fa tante domande come la mamma. So che lei si preoccupa per me e ha paura che io non sia felice, ma a volte dovrebbe capire che sono ormai grande e che ho bisogno di analizzare le cose da solo.

Come questa cosa della Befana… Mica l’ho capita bene… Non mi ha portato il carbone, però io so di non essere sempre bravo… A volte parlo di cose da adulti e la mamma mi rimprovera, perché dice che devo fare il bambino… Ma come faccio a fare il bambino se l’unica altra bambina in casa non gioca e passa le giornate a chiudere le saracinesche come se fossimo vampiri! Deve finirla di guardare Nightmare Before Christmas e Vampirina!

Boh, adesso apro le figurine e le attacco. Le doppie le metto da parte per gli scambi e butto le bustine vuote nell’immondizia, altrimenti chi la sente la mamma.

Fatto sta che niente carbone… Forse ha ragione la mamma quando dice che non sono cattivo. Chi lo sa?

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Foto di Irina Iriser

 

Ariel · La mamma "autistica"

Pioggia e sole

L’albero di plastica vicino alla finestra è disadorno. Non ho ancora capito dove collocarlo: è grande, forse troppo per la stanza, ma quest’anno mi merito un Natale ricco di luci, fiocchi, palline, angeli.

Sono stanca, sfinita dalla fatica che quotidianamente devo fronteggiare. No, piccola mia, non è colpa tua, anzi, nel bailamme delle giornate, tu spesso passi in secondo piano.

Non ricordo nemmeno quando ho dormito una notte intera e vivo con un perenne senso di colpa.

Troppi pensieri tristi in questi giorni, troppa rabbia verso tutti coloro che cercano in me un conforto che non sono più in grado di dare. Tuo padre dice che è colpa mia, che scrivendo do un’immagine di forza e positività che non sono mie. Forse ha ragione, ma finora non ho mai negato il mio aiuto o un sorriso. Finora. Adesso, però, devo raccogliere i mille pezzi in cui mi sto sgretolando.

Questa terra arida ha bisogno anche delle mie lacrime per permetterti di crescere: il tuo futuro è una piccola pianta che ha bisogno di amore, acqua e sole. Io sono la pioggia.

L’autismo non è divertente, tu lo sei, tu sei il sole. Le tue facce buffe, le tue coccole, i tuoi sorrisi storti… Potrei passare giornate intere a farti il solletico, a rincorrerti e a sbucare all’improvviso per farti urlare di gioia e spavento.

Stamattina ti guardavi allo specchio e cercavi di sistemarti i capelli scompigliati dal sonno: eri proprio carina, smorfiosa come tutte le bambine dovrebbero essere. Muovevi le manine con grazia e ti guardavi di traverso, uno sguardo critico che riconosco essere mio.

Chissà se ti piaci… Chissà se sei felice…

Tu sole, io pioggia.

Insieme siamo amore. 

Insieme costruiremo il tuo futuro.

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Il mondo intorno a noi

Prima di parlare…

Ho acquistato una rivista femminile: mi piace sfogliare quelle pagine colorate piene di abiti e scarpe e lasciare i pensieri vagare in un mondo fatuo di tulle e cipria, diete e ville hollywoodiane.

La sfoglio piano, leggo lentamente gli articoli, uno ad uno. Mi soffermo sulle foto degli attori, degli scrittori e immagino le loro vite. Guardo i vestiti e mi chiedo quali mi potrebbero stare bene.

C’è una lunga intervista a Elio Germano in cui presenta il suo ultimo film e parla della sua vita privata.

Emmbè?, direte voi, e a noi che ce ne frega?

Ce ne frega, ce ne frega…

Perché alla domanda: “Si riconosce almeno nella sua determinazione? [del personaggio che interpreta, ndr]”, il Signor Germano risponde quanto segue:

“Nell’ossessione direi, soprattutto quando lavoro. In un certo senso inventarsi un mondo che non c’è, relazioni che non si hanno, pensare che sei a letto con tua moglie o in stanza da solo a sognare, mentre di fronte a te vedi macchinari che si muovono, è roba da autistici e ossessionati.”  (tratto da “F” nr. 47 del 28/11/2018)

INTERVISTA

Chiedo a tutti coloro che conoscono l’autismo e lo vivono quotidianamente: secondo voi quante persone autistiche ha incontrato il Signor Germano per giungere alla conclusione che siano in grado di “inventarsi un mondo che non c’è, relazioni che non si hanno”?

Le persone autistiche hanno un grande mondo interiore che a volte viene sottovalutato. Forse, in alcuni casi, possono travisare l’importanza di alcune relazioni, ma questo perché nella maggioranza dei casi hanno pochi amici e si affezionano a chi presta loro attenzione. Sono persone concrete, spontanee, che difficilmente sanno fingere o inventarsi un intero mondo fantastico.

Amo la concretezza, l’istintività e la complessità delle persone autistiche: Ariel è una bambina autistica grave, non verbale, ma è anche la persona più spontanea, pulita ed incorruttibile del mondo. In questi giorni è stata ricoverata per alcuni accertamenti ed è stato difficilissimo relazionarsi con lei, perché non riusciva ad interpretare quello che stava succedendo. Se avesse avuto la capacità di “crearsi un mondo che non c’è” forse avrebbe potuto affrontare diversamente quell’esperienza, vivendo in un universo parallelo per alcuni giorni, anziché cicatrizzarla per sempre nei suoi ricordi.

A questo punto chiedo al Signor Germano e alla Direzione del magazine “F”: non avete pensato che noi mamme autistiche siamo donne che leggono anche questo tipo di rivista e che soffriamo ogni qualvolta i nostri figli vengono tirati in ballo come esempi delle brutture del mondo? Era proprio necessario parlare di autismo dandone per l’ennesima volta una connotazione negativa? Non era possibile modificare o tagliare quella parte?

E comunque: se proprio dovete parlare o scrivere di autismo, prima documentatevi!

non devo parlare di autismo

Il mondo intorno a noi

Accidenti al “venerdì nero”!

Rinchiusa in usa camera di ospedale, ti vedo correre da una parte all’altra della stanza. In televisione continuano a passare gli spot delle imperdibili promozioni del Black Friday, ma noi siamo rinchiuse da ormai 3 giorni. Ogni tanto ti infili le ciabatte, mi prendi per mano e mi conduci alla porta. Vuoi uscire, lo so! Te ne vuoi andare, ma non possiamo.

E’ difficile farti capire che lo stiamo facendo per il tuo bene, io stessa a volte mi chiedo se lo stiamo facendo veramente per te o per noi: la tua insondabile complessità ci spaventa e forse non siamo ancora pronti ad accettare la tua costante ricerca di libertà.

Ci caricano sull’ambulanza per andare a fare la risonanza. Non ho fatto nemmeno in tempo a mettermi le scarpe o a prendere un gioco per te.

La sala d’attesa è densa di persone, umori, suoni ed odori. Non c’è niente di più avverso per te. Non ne puoi più, per me è lo stesso. Mi sento prigioniera, rinchiusa tra queste quattro mura, mentre fuori il sole scalda la pelle, in un estremo tentativo di estate.

Ti getti a terra, urli, ti colpisci la testa furiosamente, strisci sul pavimento. Io provo ad alzarti, ma non ce la faccio più. Gli scontri tra di noi sono stati innumerevoli, ma, mentre tu ne esci sempre più arrabbiata ed aggressiva, io ne vengo lentamente consumata.

Finalmente ci vengono a chiamare: è passata un’ora e mezza da quando siamo scese. Hai lustrato tutti i pavimenti, toccato tutte le superfici, annusato tutti gli odori, la tua rabbia è un vulcano pronto ad eruttare.

Io firmo i consensi, voglio restare con te, ma papà non vuole. Mi rimanda da Davide. Povero Davide, è rimasto in sala d’attesa con la famiglia con cui dividiamo la camera da letto. Ha passato ore ed ore steso sulla poltrana della camera ad osservarci lottare con te. Sognava qualche gita ed, invece, dalla finestra della camera ha visto solo il campanile della chiesa dell’ospedale.

Tu sei fortunata ad avere un fratello così paziente ed affezionato. Sei fortunata ad avere amici e maestre che pensano talmente tanto a te da mandarti un video per sapere come stai. Quando l’ho visto mi sono messa a piangere. Era dolcissimo e mi ha fatto sentire meno sola: i tuoi amici che scrivono sulla lavagna il tuo nome; i tuoi amici che ti salutano; i tuoi amici che chiedono come stai… Tu sei fortunata, ma non te ne rendi conto. O forse sì? È difficile capirlo, in questi giorni più che mai…

Mentre nel cuore delle notte camminavamo nel parcheggio dell’ospedale, continuavo a pensare a quel video. Piangevo e mi ripetevo… “Siamo due derelitte senza speranza in pigiama e ciabatte che camminano al buio, in un ospedale deserto a 1200 km da casa e per cosa? I nostri amici, le persone che ci vogliono bene non sono qua con noi e io avrei tanto bisogno di un abbraccio.”

Ad un certo punto ti sei fermata e mi hai guardata come solo tu sai fare: di sbieco, ma dritto fino al nucleo del mio cuore; mi hai stretta forte alle gambe e poi hai ricominciato tirarmi verso l’uscita. In quel momento ho capito che non siamo senza speranza: la speranza c’è sempre, solo che a volte si nasconde. Ti ricordi quando Don Camillo viene esiliato nel paesino di montagna e non sente più la voce di Gesù finchè decide di torare a Brescello a prendere il Crocefisso? Mentre sale sul pendio innevato continua a parlare con Gesù e lui finalmente gli risponde:

“Non ho mai smesso di parlarti, ma tu non mi sentivi perché avevi le orecchie chiuse dall’orgoglio e dalla violenza”.

Ecco la mia speranza e la mia fiducia in te sono così: a volte vacillano, ma appena tu mi abbracci, tornano più forti che mai.

Finalmente ci dimettono. Festeggiamo anche noi il Black Friday: oltre all’inusule braccialetto arancione che ci ha donato il S.S.N., decidiamo di regalarci la visita al Teatro Greco e un caffè in un bar del centro. Attorno a noi, molte signore passano con le braccia piene di acquisti, ma noi siamo i più felici della città perché abbiamo sublimato il nostro venerdì nero con una perfetta lettera di dimissioni.

E il bicchiere è mezzo pieno di braccialetti arancioni e alberi carichi di frutta in un’estate che sembra non voler finire mai.

Ariel · Il mondo intorno a noi

Con i tuoi occhi

Accovacciata dietro a te, cerco di guardare il mondo con i tuoi occhi.

Occhi azzurri, a volte spalancati, a volte strizzati.

Cosa ti piace? Cosa ti infastidisce? Cosa ti colpisce?

Ti vedo osservare i bambini che giocano, le manine alzate che si muovono veloci come farfalle. La bocca spalancata in un vocalizzo, in un grido di speranza: “Ci sono anch’io! Giocate con me, non so come si fa, ma se mi rincorrerete per qualche minuto, sarò felice a lungo.”

Strizzi gli occhi al sole che tramonta riflesso sul metallo delle auto, imprigionato nelle gocce umide che rivestono le panchine del piazzale.

Sulle spalle di papà, i tuoi occhi seguono le bandiere bianche e rosse che volano sopra le nostre teste. Ti diverti, ti piace il movimento leggero che fanno. Quando le riprendono, batti le mani.

Dall’alto cogli un passo lento, ma deciso, qualcosa di bianco e nero che si muove sotto di te. Decidi di afferrarlo. La vigilessa trattiene il cappello con un mano e ti sorride.

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Al ristorante hai visto qualcosa che non ti piace, che ti disturba. Mentre gli altri mangiano, papà ed io, a turno, ti portiamo a spasso nei veicoli della cittadella medioevale. Mentre cammini osservi i muri grezzi: la testolina piegata di lato, le dita che sfiorano la rugosità della pietra.

Allunghi la mano verso un cagnolino e timidamente lo accarezzi. Lui, colto di sorpresa, ha un soprassalto e tu fai un passo indietro. Goffamente gli porgi un piedino cercando un contatto che nessun altro può comprendere tranne me e te.

Ti fermi davanti ad una pavimentazione a scacchi bianchi e neri. Inizi a saltellare solo sui quadrotti scuri, in una danza rituale che solo tu conosci.

Camminiamo mano nella mano, quando vedi dei gattini in una cesta e ti divincoli. Li vorresti accarezzare, ti piacerebbe toccare quei morbidi peluche esposti nel negozio di souvenir, ma qualcosa rapisce nuovamente il tuo sguardo e ti allontani di qualche passo. Ti vedi riflessa nella vetrina e appoggi il palmo della mano al vetro cercando riacchiappare te stessa, quella tua essenza che sfugge continuamente a tutti noi.

In chiesa ti affascina il movimento lento della stampella a cui si appoggia l’anziano signore. Ti blocco un istante prima che tu gliela rubi. Pericolo scongiurato!

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Passeggiamo nei vicoli stretti da tante ore, ormai. Sei stanca, lo siamo tutti. Guardiamo all’interno dell’edificio e vediamo una signora che cammina a passo veloce sul tapis roulant, ma a te non interessa: tu hai colto lo scarlatto del divano nell’ingresso della palestra e hai deciso che lo vuoi provare. Lottiamo un po’ per portarti via e cerchiamo un bar in cui poterci sedere. Ormai abbiamo capito: vuoi un posto con un divano dove stendere le tue gambe doloranti.

Il mondo visto con i tuoi occhi è un luogo nuovo, imprevedibile, in cui tutto può creare gioia e sorpresa, ma anche dolore e fatica.

I tuoi occhi sono speciali: azzurri come quel cielo che vorresti afferrare seduta sulle spalle di papà.

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