"L'amore non conosce barriere. Salta ostacoli, oltrepassa recinzioni, attraversa pareti per arrivare alla sua destinazione, pieno di speranza." – Maya Angelou
Siamo al ristorante per festeggiare il cinquantesimo compleanno della zia Elena.
Ariel sta guardando un cartone sul telefono: è molto concentrata, le manine si muovono veloci, mentre Masha ristruttura la casa di quel povero, povero Orso.
È stata brava e paziente per tutta la cena e siamo finalmente arrivati alla torta. Le diciamo che se vuole può andare a fare la foto. Ci scocca un sorriso enorme, appoggia il telefono e va a capotavola assieme alla zia e ai cugini.
Accendiamo le candeline e lei le soffia.
Riaccendiamo le candeline e lei le ri-soffia.
Ri-riaccendiamo le candeline e lei le ri-ri-soffia.
E così per altre 2 volte.
Evidentemente si sta esercitando per il suo regale genetliaco che è ormai alle porte… Brava Princess!
E il bicchiere oggi è pieno di champagne per i brindare ai primi 250… Ops 50 anni della zia Elena.
Luca è in camera ad assistere Ariel nella vestizione mattutina, mentre io mi sto lavando in denti e li ascolto parlare tra di loro.
“Dài, patatina, togli la maglia del pigiama.”
“A-aaah!”
“Brava! Adesso i pantaloni.”
“A-aaah!”
“Super! Però… Ariel, sei grassoccia…”
Grassoccia?! La Princess? Suvvia… Al massimo “cicciottina”… Maleducato di un papà!
Sto per lanciarmi in un anatema d’annata, quando sento lei: “AA, BBAOBL, BA!”
Il senso e l’intenzione era palesemente da: “MA VAFFANCULO, VA’!”
Cari uomini, una volta per tutte: la regola è semplice e vale sempre. Che stiate parlando con una bambina di 7 anni o con una donna di 70, che sia neurotipica o neurodiversa, non importa: il peso è argomento taboo!
Se per caso commettete l’infausto errore di entrare in argomento, fingetevi morti come gli opossum!
Le urla riecheggiano tra le rocce, rimbalzano sui pini mughi e vengono infine portate via dal vento che si è improvvisamente alzato a sferzare l’anfiteatro. Stretti nei loro giubbotti leggeri, cercano conforto gli uni negli altri, accovacciati su una roccia piatta.
La bambina bionda è arrabbiata, stanca e grida al cielo tutto il suo disagio. Se potesse parlare probabilmente chiederebbe ai genitori: “Perché?
I due fratellini sono schiacciati dalla fatica, ogni pochi metri si fermano e si siedono. Ora, seduti su quella roccia dura e spigolosa, ma nonostante tutto confortevole, si abbracciano stretti. La madre soffre, i piedi doloranti negli scarponi per aver ceduto i calzini al figlio. L’unico che non si piega è il padre, ma lui è abituato alla montagna e ne conosce tutte le sfumature. Lui rispetta la montagna: sa quando si può continuare e quando ci si deve fermare, quando è un’imponente amica e quando una temibile avversaria. Quel giorno, però, ha sottovalutato il percorso e sopravvalutato i suoi compagni di viaggio. Un errore da principiante commesso per la smania di tornare sui monti che tanto ama, per il desiderio di abbracciare ancora una volta il suo Friuli dall’alto. Forse nel suo profondo, ma non lo ammetterà mai, quelle escursioni con la famiglia gli danno l’illusione di poter ancora controllare il loro mondo, di poter essere una valida guida per la moglie, ma soprattutto per il figlio, quel bambino tanto coscienzioso e responsabile. Il bambino ha uno sguardo troppo intenso per i suoi otto anni, manca di leggerezza, sta crescendo troppo in fretta. No, non va bene.
Sono nuovamente fermi, hanno fatto solo pochi metri e stanno raccogliendo le forze per affrontare la ciottolosa discesa. I pensieri vagano, corrono veloci come quello stormo di cornacchie che è appena passato sopra le loro teste. Il padre avrebbe dovuto intuire dai piccoli segnali che erano arrivati da più parti che quel giorno le cose non sarebbero andate bene. Non riesce a capacitarsi di come tutto sia andato storto, niente di così grave da farlo desistere dall’ascesa al lago, ma nemmeno così perfetto, come invece, lasciava intendere quell’azzurra giornata di ottobre.
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Erano partiti tardi da casa, poiché la figlia, come al solito, quando aveva visto dove erano diretti, aveva iniziato a fare i capricci: possibile che non le piacesse la montagna? La bambina era bellissima con sguardo concentrato che sembrava leggere nel profondo dell’anima, ma era un vero enigma che lui non riusciva a spiegarsi. Aveva letto tutto lo scibile scientifico sulla condizione della figlia, ma non era riuscito a capire perché fosse successo a lei, a lui, a loro. All’inizio, prima della diagnosi, aveva un rapporto di amore e odio con quella strana creatura così diversa dal fratello, non sopportava i suoi strepiti ed il suo carattere chiuso e scostante.
Dopo quella diagnosi, che alle sue orecchie era quasi sembrata una sentenza, si era sentito in colpa per non aver capito che la bambina era autistica. Erano passati anni da allora, il dolore si era un po’ affievolito, così non era per la preoccupazione: i progressi sperati non erano arrivati, la piccola non parlava, era molto chiusa in se stessa e comunicava poco. Si muoveva leggera sulle punte e agitava velocemente le manine: era una ballerina in perenne movimento. Camminare in montagna con lei era un vero rischio, era soprattutto la discesa a fare paura, ma era sempre riuscito a gestirla. Ce l’avrebbe fatta anche quella volta, era sereno, era sicuro che tutto sarebbe andato bene anche in quell’escursione.
Durante la salita avevano dovuto fronteggiare alcuni piccoli contrattempi: la smania di salire gli aveva fatto scordare di indossare gli scarponi, ma, nonostante tutto, aveva camminato sicuro su quel sentiero sassoso, mano nella mano con la figlia. Ogni volta che avevano incontrato un cane, l’aveva dovuta prendere in braccio, perché lei ne aveva paura, soprattutto se erano grandi e neri. Mentre camminava la sua mente viaggiava veloce e quella era una delle cose che più amava delle escursioni: il silenzio rotto solo dal respiro, il cuore che reagiva alla fatica e pompava il sangue nelle vene, il cervello che, lontano dalla confusione del quotidiano, rimetteva le cose nella giusta prospettiva. Come con la questione del cane: la moglie aveva ragione a volerne prendere uno, avrebbe fatto bene a tutta la famiglia, ma era un impegno troppo gravoso per loro. Durante l’altra gita in montagna avevano cantato in auto diverse canzoncine per bambini, storpiandole e ridendo come sciocchi, un raro momento di gioia in una vita faticosa e difficile da spiegare ad un bambino. Il piccolo aveva cantato «Vogliamo avere un cane» e la moglie, perfidamente, lo aveva registrato e da allora usava la canzone come suoneria del telefono in modo tale che quel piccolo, grande desiderio del figlio fosse sempre lì, sospeso tra di loro.
La moglie ed il figlio lo precedevano, camminavano veloci, però c’era qualcosa di strano nel bambino: spesso rallentava, sembrava sofferente, il passo zoppicante. Li teneva d’occhio, mentre le loro teste sparivano e ricomparivano tra i pini mughi finché li aveva persi di vista dietro una curva. Quando erano ricomparsi nella sua visuale, erano entrambi seduti su una roccia e senza scarponi. Non solo, la moglie si stava togliendo un calzino e lo stava porgendo al figlio. Si era avvicinato rapido senza mai lasciare la mano della bambina, voleva capire cosa stesse succedendo: il piccolo aveva le vesciche ai piedi perché aveva indossato dei calzini non adatti a un’escursione in montagna e la moglie si stava togliendo i propri per passarli al bambino che era mortificato. Testa basse, spalle incurvate, labbro tremante, era prossimo al pianto.
«Scusa, papà…»
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Quelle due parole gli rimbombano nella testa da quel momento, anche adesso, mentre scendono piano piano in fila indiana, con la bambina che piange ed urla insofferente a quell’inutile attività a cui la sottopongono i genitori. Per fortuna il vento si è placato, le nuvole si sono lentamente allontanate. «Scusa, papà…» Come se fosse il bambino a doversi scusare. Lui e la moglie parlano spesso del futuro della bambina, della preoccupazione per quello che succederà a quella bellissima ed incomprensibile creatura quando loro non ci saranno più, del loro desiderio di lasciare al figlio il diritto di scegliere del proprio futuro, ma forse stanno fallendo. La preoccupazione per ciò che avverrà dopo di loro alla bambina, probabilmente li sta portando a fare pressioni inconsapevoli al figlio, tanto che questi ha confessato al nonno che non si sposerà mai perché nel suo destino ci sarà l’accudimento della sorella.
«Eh, no, figlio mio!» rimugina. «Scusa tu per la nostra inadeguatezza, per il nostro dolore mal celato, per il poco tempo che ti stiamo dedicando.»
Mentre la bambina assorbe tutte le loro energie, il bambino sta crescendo da solo: è molto responsabile, troppo e sempre ansioso di fare la cosa giusta. Nel suo piccolo mondo fanciullo, l’errore non è contemplato e quando accade è vissuto come un fallimento personale. Il bambino ha deciso che deve essere il miglior figlio del mondo per non dare altre preoccupazioni ai genitori ottenendo paradossalmente l’effetto opposto. Un bambino è un bambino, perdio! Un bambino deve poter sbagliare ed imparare dai propri errori, essere egoista e non voler condividere le patatine con la sorella, litigare con la peste di casa per il possesso del telecomando. Suo figlio, invece, accontenta la sorella in tutto ed è sempre accondiscendente pur di non creare ulteriore tensione in famiglia. Proprio come era successo prima al rifugio.
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Quando erano ripartiti, dopo lo scambio di calzettoni, mancava ormai poco alla cima. Per convincere la bambina a continuare quell’estenuante salita, le avevano promesso che, appena arrivati al rifugio, avrebbero mangiato una Wienerschnitzel. Contavano alla rovescia per scandire il tempo e continuavano a parlare della bistecca impanata.
«Sessanta… Cinquantanove… Cinquantotto… Cinquantasette… Dài, che quando arriviamo mangi il pollo… Cinquantasei… Cinquantacinque… Cinquantaquattro… Coraggio, manca poco, dobbiamo solo arrivare là, dall’altra parte del lago… Cinquantatré… Cinquantadue… Cinquantuno…»
Numeri scanditi lentamente, dilatati nel tempo di un’ascesa apparentemente infinita.
Purtroppo al loro arrivo avevano scoperto che la cucina era chiusa e che potevano scegliere solo taglieri di affettati o dolci tipici austriaci. La piccola, rigida e selettiva quando si trattava di cibo, ovviamente non aveva mangiato nulla, accontentandosi di sbocconcellare il pane preso al paese, ma ormai un po’ stantio. Lo sguardo imbronciato, le manine agitate, continuava a esprimere il suo disappunto in un eterno vocalizzo stereotipato. Il bambino, invece, per non creare problemi, aveva deciso di mangiare un po’ di prosciutto: aveva capito che lui era stanco e arrabbiato per non aver potuto mantenere la promessa fatta alla figlia. Stranamente la moglie non aveva voluto mangiare nulla, già in ansia per la discesa. Accidenti a lei, a quel dannato vizio di correre sempre troppo avanti, di non pensare mai al domani, sempre dieci passi avanti a lui nelle preoccupazioni!
Erano rimasti poco al rifugio, perché, oltre le finestrelle ornate di gerani, avanzavano minacciose nubi grigie. Si erano infilati nuovamente i giubbotti ed avevano iniziato la discesa tra le folate della montanara e le urla della bambina, tradita e ormai priva di motivazioni a scendere da quella montagna, finché si erano fermati su una roccia piatta a cercare un po’ di riparo. Le gambe rigide, i piedi fuori controllo, la mente occupata a valutare attentamente il percorso meno pericoloso, la discesa si stava rivelando davvero impegnativa.
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Sono arrivati al limitare del bosco, non manca molto, il sentiero impervio è finito: il padre tira un respiro di sollievo. Anche questa volta ce l’ha fatta, lo sapeva che sarebbe andato tutto bene. È vero, hanno faticato più del solito, ma insieme ce l’hanno fatta. L’ultimo tratto è facile, letteralmente una passeggiata immersa nelle calde tonalità del rosso e dell’arancio con cui si veste il bosco in questa stagione. Si sente così bene adesso, che prende la figlia e se la carica sulle spalle. La moglie ed il figlio arriveranno, sono a qualche tornante di distanza, non li hai mai persi di vita: lei precede il bambino, si assicura che sia sempre in posizione di sicurezza e lo aiuta a scendere nei tratti più difficili, ma sono lenti, troppo lenti per lui che ora scende leggero, con la bambina che gli poggia la guancia sulla testa.
Sono ormai un’unica figura che in controluce si stringe in un abbraccio di indissolubile amore.
Una volta raggiunti il marito e la figlia al rifugio a valle, la madre si siede su di una panchina al sole, si toglie gli scarponi e si massaggia i piedi doloranti. I figli stanno salendo e scendendo dallo scivolo in un prezioso quanto raro momento di unione fraterna, il marito è all’interno ad ordinare. Lei stende le gambe sulla panchina, si gode quelle ultime azzurre giornate di ottobre, il cielo ora terso. L’eterna golosa ha finalmente fame, lo stomaco rilassato dopo la tensione della gita: in certi momenti aveva avuto paura di non farcela, non riusciva a controllare i piedi, ma cercava di mantenere un aspetto sereno per il figlio. Il ginocchio destra era gonfio e dolorante, ma, per sdrammatizzare, cantava stonata:
«Lo sai che la Tachipirina 500 / Se ne prendi due diventa mille…» ¹
Il bambino rideva e lei, nonostante tutto, era felice.
La cameriera le porta il the caldo e lo strudel con la panna. Mescola lo zucchero lentamente in senso orario, la mente sgombra da fastidiosi pensieri e beata da quel raro momento di normalità famigliare. Prende la forchetta e dosa una piccola porzione di strudel e panna, se la porta alla bocca ed assapora lentamente. In quel momento arriva la bambina, la sua piccola me, il suo specchio, e comincia a tirarla per un braccio. Si sfidano con lo sguardo in un silenzioso scontro di volontà.
«Vieni, andiamo via! Basta per oggi! » dice quello della piccola.
«Aspetta! Sto mangiando! » ribatte quello della madre.
Errore fatale di cui si rende conto troppo tardi: la figlia strizza gli occhi, sorride furbescamente e con un colpo secco della mano fa cadere il piatto sull’erba.
Lo sguardo della piccola peste è ora trionfante, mentre la madre rassegnata si alza e, guardando il marito, scuote la testa mormorando: «Mai una gioia! »
Si guardano negli occhi e scoppiano a ridere: la vita li mette quotidianamente a dura prova, spesso sono in disaccordo, ma quegli istanti di complicità ritrovata rendono il loro viaggio più lieve, quasi come una passeggiata nel bosco.
Foto del Lago di Volaia tratta dal sito TurismoFVG
Davide sta guardando “The Grand Tour”, la sua nuova ossessione televisiva, mentre io piego la biancheria ancora calda di asciugatrice. Il soggiorno è illuminato dalla lampada Ikea e dai bagliori provenienti dalla televisione, Ariel sta già dormendo e Baloo è schiantato sul tappeto vicino al caminetto acceso: un raro e prezioso momento di pace con il mio primogenito.
Guardo con amore il suo piede spuntare dal divano e lo sento ridacchiare alle battute dei tre inglesi.
“Ti voglio bene, Davide.”
“Grazie.”
…
…
…
…
Grazie?! Dopo 20 ore di travaglio, un numero imprecisato di punti di sutura in una parte del corpo a cui tengo molto, nausee e vomito fino in sala parto, milioni di pannolini cambiati, centinaia di notti insonni, ottengo un “grazie”?!
Eh, no, caro il mio Apollonio! C’è solo una risposta corretta al “Ti voglio bene” della tua mamma ed è:
“Anch’io, te ne voglio tantissimo! Sei la mamma migliore del mondo, non amerò mai nessuna donna come amo te e il tuo pasticcio è da 3 stelle Michelin.”
Lo so che la sua risposta nasce dalla concentrazione che sta dedicando al programma e non alla mancanza di amore, ma fa ugualmente un male cane. Guardo di nuovo il suo piede: non è più il piede cicciotello di un bambino, bensì il piede lungo e magro di un ragazzino. Mi tocca giungere a patti con me stessa e ammettere che il mio bambino sta crescendo.
Quindi, faccio un passo indietro e ammetto che potrei accettare anche questa risposta:
“Anch’io, te ne voglio tantissimo! Sei la mamma migliore del mondo e il tuo pasticcio è da 3 stelle Michelin.”
Ancora troppo?… Avete ragione, non sono la mamma migliore del mondo, faccio continuamente errori, ma cosa volete da me? Mica è facile ammettere che i nostri figli stanno crescendo e che non sono nostri ma del mondo? Ok, va bene… Mi basta quanto segue, ma da qui all’eternità non sarò disposta ad accettare nulla di meno:
“Anch’io, te ne voglio tantissimo e il tuo pasticcio è da 3 stelle Michelin.”
Perché va bene tutto, ma togliermi anche il primato della lasagna, no!
E oggi il bicchiere è mezzo pieno di vino rosso per accompagnare un piatto di pasticcio alla bolognese preparato con infinito amore per un ragazzino che sta crescendo troppo in fretta.
P.S.: scegliete voi il vino, perchè io non me ne intendo. Su internet ho scoperto che “un vino per accompagnare le lasagne deve avere struttura importante, acidità evidente e persistenza”… Qualsiasi cosa voglia dire tutto ciò 🤷 Se volete, però, sono in grado di fare ottime recensioni di creme spalmabili alla nocciola.
Oggi volevamo festeggiare la Pasquetta con una passeggiata in montagna. Sapendo che è una cosa che Ariel odia, l’abbiamo avvisata per tempo inserendo la gita sul planning e spiegandole che dopo saremmo andati al parco, attuale rinforzatore massimo.
La fine stratega ha quindi avuto tutto il tempo per delineare la sua operazione anti-escursione: stanotte si è svegliata alla 3 e ha tormentato tutti noi fino alle 7, quando ha finalmente deciso che poteva tornare a dormire.
Ovviamente non può spuntarla lei e quindi la gita viene rinviata al pomeriggio. 😈
Dormi Princess, dormi: questo pomeriggio ti serviranno molte energie 😂
Davide ha gli occhi scuri cinesi. Ariel ha gli occhi chiari un po’ meno cinesi.
Davide fa autostrade di automobiline. Ariel non ha mai messo in fila nulla, nemmeno i vagoni del trenino dell’Ikea.
Davide conosce la geografia come io conosco un vasetto di Nutella. Ariel sa scovare la App di Youtube ovunque e se è disinstallata va su Chrome, digita Y e lascia che cookies e cronologia facciano il loro lavoro.
Davide gioca a calcio. Ariel insegue Baloo con lo scatto di Bolt.
Davide protegge Ariel da tutto e da tutti. Ariel non ama farsi proteggere.
Davide è un grande amico, ma ha pochi amici. Ariel è una pessima amica, ma ha molti amici.
Davide è sempre pronto a lottare per i suoi ideali. Ariel è sempre pronta a lottare per 10 minuti con il tablet.
Davide ama le Chicken McNuggets, ma le cede volentieri a sua sorella. Ariel ucciderebbe suo fratello per una crocchetta e suo padre per una Coca.
Davide a maggio farà la Prima Comunione. Ariel non farà mai la Prima Comunione, ma il giorno che la faranno i suoi compagni, noi saremo ad Eurodisney a salutare Topolino, l’unico personaggio che Ariel venera come un dio.
Davide tifa Udinese e questa sì che è fede! Ariel non tifa per nessuno, ma tutti tifano per lei.
Ci sono bambini normali e bambini speciali.
Correggo.
I bambini sono tutti speciali.
Correggo di nuovo.
I bambini sono bambini.
Ecco. Questa è l’unica formula per una reale inclusione: capire che i bambini sono bambini.
Mio papà ha 68 anni, un voluminoso cesto di capelli ricci ormai bianchi, le mani grandi coperte di calli.
Mio papà ha un cuore grande ed ama i suoi nipoti a dismisura, ma ha un rapporto speciale con Ariel che lo adora.
Mio papà ha giurato che quando (non “se”) Ariel parlerà, farà il Cammino di Santiago. Se (lui ribadirebbe “QUANDO”) quel benedetto giorno arriverà, io partirò con lui.
Noi due da soli, teste ricce piene di sogni, teste dure piene di amore.
Noi due da soli, senza riflettori, senza propaganda, senza interviste in televisione, perché a volte l’amore per i figli ed i nipoti ha bisogno di chilometri spesi in silenzio, senza clamore: solo terra, sole e cuore che pompa veloce, mentre i pensieri volano alti nel cielo come aquiloni.
Già… l’aquilone: mio papà ha deciso che il simbolo dell’autismo è l’aquilone. Ha chiesto e ottenuto di poterne incidere uno sulla pavimentazione del Comune di San Lorenzo Isontino. Me lo immagino piegato sulle ginocchia, la schiena curva, le grandi mani che appoggiano delicatamente la lastra e con il pensiero dedica l’aquilone alla sua Principessa.
Quando rifaremo la pavimentazione esterna, gli chiederò un aquilone di un colore diverso, brillante che spicchi visivamente, così ogni volta che lo vedrò penserò all’infinito amore del mio papà per la sua nipotina che sogna di volare libera nel cielo, nonostante il sottile filo che la lega a terra.
Apro la calza pian pianino: ho paura di trovarci il carbone.
Caramelle… gomme… gelatine… Figurine!… Kinder… Altre caramelle..
No, niente carbone!
Per fortuna… Ho tanta paura di essere giudicato stupido o, peggio, cattivo…
Lo so, lo so: la mamma me lo dice sempre che non sono nè l’uno né l’altro, ma è difficile crederle.
Sono un po’ disordinato e distratto, lo ammetto, ma cerco sempre di fare del mio meglio e di essere bravo. Anche con Ariel. Soprattutto con Ariel.
Adesso vi confido una cosa che non ho mai detto a nessuno: io odio l’autismo, mi ha portato via mia sorella. Io con lei non posso giocare, non posso parlare, non posso fare niente, nemmeno toccarla. Non vuole mai le mie carezze e soffro tanto quanto dà un bacio a Mattia o accarezza Christian sulla testa. Anch’io vorrei un suo abbraccio, una sua carezza, ma lei non mi vuole.
Anzi, le do addirittura fastidio. Mercoledì, ad esempio, mi ha graffiato in faccia solo perché stavo ridendo con Mattia. Forse pensava che la stessi prendendo in giro,ma non era così… Io, ovviamente, non ho reagito perché non voglio farle male, ma dentro di me ho pianto tanto…
A volte sono molto triste e vorrei piangere e urlare al mondo quanto soffro, ma non lo faccio per la mamma ed il papà: li vedo sempre preoccupati, tristi ed arrabbiati e non voglio farli stare ancora più male. È tanto difficile per me. A Milano mentre aspettavo la cena, ho detto alla mamma che era stata una bella giornata e che mi ero divertito tanto, ma che per tutto il giorno avevo sentito le voci di Ariel e di papà. Soprattutto di Ariel… La sua voce è ovunque: mentre guardo la TV, mentre faccio i compiti, mentre leggo, mentre gioco, le sue urla sono un sottofondo continuo. A volte, quando è isterica, è davvero insopportabile. Quando, invece, sta male, è straziante: mi fa male al cuoricino sentirla urlare e non sapere come aiutarla. Beh, quando in stazione ho detto questa cosa delle voci, la mamma mi ha guardato dritto negli occhi e mi ha risposto che era stato così anche per lei. Mi veniva da piangere, così mi sono messo a guardare i treni che, giù in basso, stavano arrivando e partendo. Chissà se un giorno ne prenderò uno che mi porterà via da tutto questo.
A volte penso al futuro e mi chiedo se mi sposerò e avrò bambini… Credo che sarà difficile visto che dovrò badare ad Ariel… La mamma mi ha detto tante volte che da grande devo fare quello che desidero e che, solo se lo vorrò, mi occuperò di Ariel, ma è ovvio che lo devo fare… Mica la posso lasciarla in un qualche istituto da sola? Spero solo che Mattia mi aiuti come mi ha promesso…
Per fortuna che la mamma ha preso Baloo. Quando la situazione in casa si fa pesante ed Ariel va fuori di testa, mi chiudo in camera e gioco con lui: è un bravo amico perché mi tira su sempre il morale e non mi fa tante domande come la mamma. So che lei si preoccupa per me e ha paura che io non sia felice, ma a volte dovrebbe capire che sono ormai grande e che ho bisogno di analizzare le cose da solo.
Come questa cosa della Befana… Mica l’ho capita bene… Non mi ha portato il carbone, però io so di non essere sempre bravo… A volte parlo di cose da adulti e la mamma mi rimprovera, perché dice che devo fare il bambino… Ma come faccio a fare il bambino se l’unica altra bambina in casa non gioca e passa le giornate a chiudere le saracinesche come se fossimo vampiri! Deve finirla di guardare Nightmare Before Christmas e Vampirina!
Boh, adesso apro le figurine e le attacco. Le doppie le metto da parte per gli scambi e butto le bustine vuote nell’immondizia, altrimenti chi la sente la mamma.
Fatto sta che niente carbone… Forse ha ragione la mamma quando dice che non sono cattivo. Chi lo sa?
Libera interpretazione di come Ariel ha vissuto un cammino fatto in nome dell’autismo
Cara Mamma,
le vacanze di quest’anno sono state molto strane. Non ho capito molto di quello che succedeva intorno a me. Ogni giorno andavamo in un posto diverso con tante persone con le maglie blu. Anche tu la indossavi. Anche papà. Anche quel tontolone di Davide. Pure io. Maglie blu ovunque. Un giorno ti ho sentita piangere ed urlare “Se vedo ancora una maglia blu, do i numeri!”… Secondo me li stavi già dando, ma andiamo per ordine.
Un pomeriggio papà ha portato a casa una strana auto: molto grande e molto lunga, dentro sembrava una casetta. Io ho subito scelto per noi due il letto in fondo: era alto, lo dovevo scalare per salirci, ma tu eri sempre pronta, dietro di me, a darmi una spintarella. Il nostro letto era piccolo, ma non piccolissimo, potevo tirare una tenda e chiudere il mondo fuori. Mi ricordava un po’ una tana: circondata dai cuscini e dal tuo abbraccio, mi sentivo protetta.
Il primo giorno ho chiesto un paio di volte il tablet, ma non me lo avete dato. Facevo tanta fatica a sopportare il caldo, voi che parlavate senza sosta, la luce che entrava dai finestrini. Mi sentivo bombardata da mille luci, suoni, colori, odori che non riuscivo a controllare. Ho portato pazienza, ho aspettato che mi diceste cosa sarebbe successo, ma non succedeva niente. Continuavamo a viaggiare con la nostra casetta e pensavo che avremmo continuato per sempre. Eppure in Fondazione vi hanno detto più volte che ho bisogno di sapere quello che succederà, che mi dovete organizzare bene la giornata, ma quel giorno… Eravate veramente strani… E intanto il rumore aumentava e la luce diventava sempre più forte… Quando finalmente vi siete fermati, ho guardato fuori e ho finalmente capito che mi stavate portando in spiaggia. Appena qualcuno ha aperto la porta, sono scappata fuori alla velocità della luce. Ero felicissima di essere arrivata. Mi sto ancora chiedendo perché tu sia scesa tutta scarmigliata, con il costume e le ciabatte in una mano ed il portafoglio nell’altra… Scusa se ti ho fatta arrabbiare: mica lo sapevo io che non eravamo arrivati e che quella spiaggia era a pagamento e che quindi bisognava prima passare dall’ufficio! Lo so, lo so: non devo scappare e non mi devo buttare a terra, ma avevo troppa paura che tu mi riportassi subito nella casetta. Dài, alla fine ci siamo divertiti anche se siamo stati pochissimo.
Dopo un altro lungo viaggio (o forse è sembrato lungo solo a me), papà ci ha lasciati nella casetta in un posto in cui non c’era nulla da vedere. Hai fatto la pasta, ma faceva così caldo là dentro che non avevo fame. Ho provato ad uscire un po’, ma ho visto che era solo un grande parcheggio di casette come la nostra. Senza alberi, senza giochi, solo alcune casette.
Quando è tornato, era stanco, sudato e parlava veloce. Non riuscivo proprio a capirlo. Ci siamo messi nuovamente in viaggio e siamo arrivati in un posto bellissimo: fuori c’erano delle bandiere con dei strani cerchi… Siamo entrati in una stanza in cui c’era molta gente. Troppa gente. No, mamma, mi dispiace, ma quello non era posto per me. Ci siamo guardate e tu hai capito subito cosa stavo per scatenare: l’inferno autistico in terra romagnola e così mi hai presa per mano e assieme a quell’impiastro di Davide siamo usciti. Siamo stati un po’ in piazza a cantare e a giocare finché quel rompiscatole non è voluto tornare da papà. Questi maschi… Noi siamo tornate nella nostra casetta. Sebbene fosse già tardi, faceva ancora tanto caldo e non avevamo nemmeno mangiato. Papà ha portato delle cose buonissime, ma io non mi sono fidata. C’era anche la pizza, ma tu lo sai che mi fido solo di te e della tua cucina. Così non ho mangiato e sono andata dritta a dormire. Avevo fame, ma la paura della fregatura era decisamente più forte.
I giorni successivi si confondono della mia testa. Tanti luoghi, tante persone, tante maglie blu. Avevamo poco tempo, noi quattro, per divertirci. Se papà non guidava era in giro con i signori con le maglie blu. Per fortuna che ogni tanto riuscivamo ad andare un po’ in piscina: erano gli unici momenti in cui mi sembrava di essere in vacanza…
Sono stati giorni strani, non ci ho capito granchè… Non era come quando andiamo in montagna: sveglia, colazione, camminata, pranzo, piscina, cena… No, qua si viaggiava tanto, si caricava e scaricava, si salutavano persone e poi si ripartiva. Altro paese, nuovo parcheggio per la casetta. Aspettare cantando con te e Davide. Aspettare guardando Jack che vuole fare Babbo Natale e che è tanto triste. Aspettare gironzolando fuori dalla casetta. Aspettare, aspettare, aspettare… Lo sai che io odio aspettare! Mi agito, ho sempre paura che non capiate che mi sto annoiando e allora inizio a piangere. Io non mi vorrei arrabbiare, preferirei dirti quello che voglio, come mi sento, ma a volte ho troppi pensieri che sbattono gli uni contro gli altri e a volte quelle stupide cartine in quello stupido quaderno che mi fate usare non sono quello che mi serve e io continuo a sfogliare all’infinito cercando qualcosa che non c’è… Come quel giorno quando ho visto te e Davide piangere abbracciati l’uno all’altra, cercando un conforto che vi avrei voluto dare, se sapessi come si fa, se ci fosse una cartina che dice “Non preoccupatevi, andrà tutto bene e saremo sempre insieme”.
Jack Skeleton in “Nightmare Before Christmas” (Disney), uno dei cartoni animati preferiti da Ariel
Avete fatto tante promesse a me e quell’altro: che al ritorno ci saremmo fermati al parco giochi, che al ritorno saremmo andati al mare, che al ritorno lo avreste portato a mangiare in un ristorante bellissimo… Promesse, mille promesse per rendere la vacanza meno triste. Tante promesse per il ritorno, alcune per la vacanza. Una di queste era che saremmo andati a vedere i cavalli con cui giocano tanti bambini come me, ma non è mai successo. Ero troppo stanca e così è andato solo papà. Per fortuna ci ha raggiunti almeno per cena…
Uno degli ultimi giorni eravamo nella casetta da ore. Faceva tanto caldo. Avevo tanto mal di testa e mi sono messa a piangere. Mi dispiace se ti ho mandata via e graffiata, ma stavo così male che non volevo essere toccata. Volevo solo andare in piscina e stare al fresco. Tu continuavi a correre dentro e fuori finché è arrivato papà e siamo partiti verso un altro paese, mentre si scatenava il temporale. Papà era arrabbiato, tu eri arrabbiata ed è stato allora che hai urlato: “Se vedo un’altra maglia blu, do i numeri!”. Io stavo sempre più male. Anche fare la doccia insieme non è servito. Lo so, lo so… Sono stata pestifera… Non dovevo buttare tutti i nostri vestiti e gli asciugamani a terra, ma c’era talmente tanta acqua nel bagno che mi è sembrato divertente. E lo ammetto: quando ho buttato a terra il tuo astuccio dei trucchi e si è rotto lo smalto argento, sono stata veramente pessima. Ma anche tu! Pensare di togliere lo smalto con le mani… Alla fine assomigliavi a quel signore buffo che ascolta papà, quello che canta “La terra dei cachi”.
Elio e le Storie Tese a Sanremo (foto Ansa)
Il giorno dopo siamo arrivati in un posto bellissimo, dove c’erano tante persone. Abbiamo iniziato a fare una lunga salita. Io non volevo salire, faccio fatica: camminare sulle punte non è mica facile, sai? Per fortuna che un bambino grande e gentile mi ha aiutata a salire. Non lo avevo mai visto prima, mi hai detto che si chiama Alessio. Siamo diventati subito amici. Mi piace Alessio! Ti ricordi quando abbiamo usato insieme il mio computer a cena?
Comunque, siamo arrivati in cima alla collina su una piazza bellissima. L’ultimo pezzo l’ho fatto in braccio a papà. Tu sei uscita da un negozio, trafelata come sempre, con la borsa sulla spalla, il portafoglio ed il telefono in una mano e 4 palline rosse nell’altra. Hai aperto una pallina e mi hai infilato una strana mantella di plastica rossa. Subito dopo si è alzato un vento terribile e le palline rosse hanno iniziato a rimbalzare ovunque. Sulla piazza, ormai deserta per il temporale imminente, eravate rimasti solo tu e Davide ad inseguire le palline rosse e un signore strabiliato che stava vicino ad una grande jeep scura con una strana pistola lunga lunga… Una delle palline è finità sotto la sua auto e sembrava un po’ arrabbiato. Chissà cosa pensava che fosse quella pallina! Subito dopo ha iniziato a piovere tantissimo e abbiamo cercato riparo in una chiesa bellissima dove un signore arrabbiato urlava in continuazione “SILENZIO!”. Mica lo sa lui che io non riesco a smettere di urlare quando sono eccitata! Ci provo, ma non riesco proprio…
Piazza della Basilica Inferiore di san Francesco ad Assisi sferzata dal temporale
Tornando alla nostra casetta ci siamo bagnati tantissimo, ma per fortuna abbiamo pranzato in un posto bellissimo: c’erano delle belle camere nuove e un lungo corridoio per correre. Ho sentito papà che diceva che in quel posto lavorano tanti ragazzi come me! Chissà se da grande potrò lavorare anch’io in un posto così. Mi piacerebbe!
Rollup de “LA SEMENTE” di Spello (PG), organizzazione no profit con centro polifunzionale in cui vengono sviluppati aspetti socio sanitari di impresa sociale e di approccio sistemico al territorio http://www.lasemente.it/
Di quel pomeriggio non ho ricordi… So solo che ero tanto stanca e che papà era arrabbiato perché non riusciva a trovare un parcheggio per la casetta. Tu eri sparita e mentre giravamo con la casetta, mi sono addormentata.
Mi ricordo, invece, che quella sera abbiamo cenato con Alessio, Fabio e Giuliano e i loro genitori. E’ stato bello stare tutti insieme, ma solo per un po’… quando sono stanca voglio stare con te al buio e cercare di dirti che ti voglio bene. Un giorno ci riuscirò, sai?
Dopo quel lungo giorno siamo stati solo noi quattro. Tutti i signori con le magliette blu erano spariti. Eravamo più tranquilli, siamo anche stati in un parco bellissimo dove c’erano tante giostre e ho capito che prima o poi avreste mantenuto tutte le promesse che ci avevate fatto.
Oramai sono passati 2 mesi dalla fine delle nostre vacanze, ma ogni tanto penso ancora a quei giorni. Soprattutto quando vedo magliette blu e ho una paura matta che tu ti possa arrabbiare di nuovo.
Cara Mamma,
ti voglio dire un’ultima cosa: sono state vacanze strane, abbiamo fatto tanta fatica, non ho capito molto di quello che mi succedeva intorno, ma oggi più che mai so che siamo una bella famiglia. Abbiamo sopportato tutto questo piangendo, ridendo, urlando, ma oggi quando ne parli sorridi. Brava, mamma, sono orgogliosa di te: un po’ alla volta ti stai rendendo conto che la mia filosofia del bicchiere mezzo pieno funziona anche per te.
E quindi mamma, oggi il mio bicchiere è pieno di ricordi gialli e blu ai quali, prima o poi, penseremo solo con dolcezza e senza dolore.
Mi mancano il tuo chiacchiericcio costante, la tua capacità di guardarmi dentro e di andare oltre le mie pietose bugie.
Vorrei giocare con te a “Ticket to ride”, barare un po’ per farti vincere e vederti saltellare dalla gioia.
In questi giorni senza di te, la casa rimbomba di un “falso silenzio”: le mie parole cadono nel vuoto, rimbalzano sui muri, si assottigliano fino a sparire. Ariel mi guarda di traverso, ma non le importa: preferisce continuare ad urlare la sua eccitazione piuttosto che comunicare con me. Minuto dopo minuto, ora dopo ora il suo verso riecheggia in tutta la casa. “AAAAH… AAAAH…”
Cerco di giocare con lei, di interagire con lei per strapparla a quell’universo trasparente ed irraggiungibile in cui si è rinchiusa, ma non vuole. Io ho preso due giorni di ferie per portarla a fare l’abilitazione in Fondazione e lei, in tutta risposta, si è presa due giorni di ferie dal mondo neurotipico. Sto provando a fare il mosaico con lei, ma mi guarda con aria di sufficienza e attacca le tessere svogliatamente: si vede che mi sta facendo un grosso favore personale e sono certa che prima o poi lo riscuoterà a tasso di usura.
Prima ha voluto fare una doccia: ha allagato tutto il bagno e versato il docciaschiuma ovunque… Quando sono entrata in bagno, mi sono ritrovata proiettata in un hammam di Tunisi: il vapore denso e il profumo di argan mi hanno stordita e lasciata indifesa, non valutando quindi adeguatamente la viscosità della situazione. Nel senso che il pavimento era completamente cosparso di sapone.
Davide, torna! Mi mancano le nostre risate per i disastri di Ariel. Se ci fossi stato tu, per esempio, avrei sdrammatizzato cantando come il muezzin che, una vita fa, sentii cantare dal minareto della moschea di Kocatepe ad Ankara. E tu probabilmente avresti cantato la tua nuovissima hit: “La mamma pulisce più di Chanteclair…. Aaaa Aaaaaaaaa”. Senza di te, i guai della “capronessa prepotenta” sono semplicemente situazioni da pulire e sistemare.
Davide, ti aspetto. Adesso scappo, perchè ad Ariel è partito il livello massimo del disturbo autistico: la riderella incontrollata, presagio inequivocabile di notte in bianco.
E niente, oggi è una giornata di contenitori pieni e vuoti: il bicchiere è pieno di amore per il mio bambino in vacanza, mentre il flacone del docciaschiuma è inesorabilmente vuoto, desolata rappresentazione di una giornata difficile.